Riflessioni

Un luogo di riflessione sulla mediazione dei conflitti

Il tentativo di triangolazione durante la mediazione

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Nei percorsi di mediazione familiare e, più in generale, di mediazione dei conflitti capita molto spesso che gli attori del conflitto, anche inconsapevolmente, pongano in essere dei tentativi di triangolazione nei confronti del mediatore. Come può reagire quest'ultimo in tali situazioni, considerando che il bisogno di sentire il mediatore dalla propria parte, quando si sta vivendo una situazione conflittuale, è perfettamente comprensibile?

Il mediatore dei conflitti e il colloquio da remoto: l’importanza della comunicazione non verbale.

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La comunicazione non verbale ha un'importanza fondamentale nella relazione tra il mediatore e gli attori del conflitto. L'irruzione del SARS-CoV-2 ha reso inevitabile dei cambiamenti anche nello svolgimento dell'attività mediativa, che vanno ad interessare principalmente questo aspetto. Ma, poiché, anche quando la mediazione (familiare o in altri ambiti) si svolge online, la comunicazione non verbale resta un aspetto centrale, quali sono gli aspetti e gli accorgimenti a cui deve prestare particolare attenzione il mediatore? 

Tu chiamale, se vuoi, Emozioni

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Quando si chiede “come stai?”, nel primo colloquio individuale, durante un percorso di Ascolto e Mediazione, spesso, la risposta è un laconico “Bene, grazie”, però, accompagnato spesso da una smorfia, a metà strada tra la diffidenza e la sorpresa. La risposta a quella stessa domanda diventa, nel corso degli incontri successivi, più articolata e complessa, perché dà voce a sentimenti ed emozioni contrastanti, che accompagnano e attraversano la persona e che l’hanno condotta lì, alla mediazione.

Separazione e divorzio di coppie con figli adolescenti

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Come vive l’adolescente la separazione dei genitori? Quali sono i disagi che vive? Dal momento che è sicuramente più logorante e deleterio per la sua salute psichica vivere in un contesto familiare all'apparenza unito ma molto conflittuale, rispetto al vivere in una famiglia con genitori separati che hanno raggiunto un buon grado di stabilità ed armonia, non è detto che la separazione dei genitori sia da considerarsi di per sé causa di disagio.  In questo post di Riflessioni si tenta di comprendere il punto di vista dei figli adolescenti, soffermandosi anche su quei segnali di disagio dell'adolescente che non sono da sottovalutare, ma anche sui comportamenti da non sopravvalutare, nonché sui fattori che possono determinare una maggiore o minore problematicità legata alla separazione coniugale.

La mediazione tra Eros e Thanatos durante la pandemia

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Recuperando, non in termini interpretativi ma di mera suggestione, il conflitto tra Eros e Thanatos, di freudiana memoria, tentiamo qualche riflessione su alcuni dei fronti conflittuali attivati dalla pandemia in corso e sulle difficoltà e possibilità di una loro mediazione.

Il bisogno di ascolto e mediazione nell'era del Coronavirus

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Di fronte ad un tale cambiamento epocale, anche per chi si occupa di gestione dei conflitti diventa urgente pensare alla duplice possibilità di un incremento considerevole della quantità, e forse della intensità, della conflittualità quotidiana e dell'emersione di un bisogno di ascolto e mediazione non identico a quello dell'era pre-Coronavirus. Verosimilmente, allora, anche per le implicazioni tecnologiche, gli stessi approcci metodologici dovrebbero essere efficacemente rapportati a questa nuova, per molti aspetti inquieta e inquietante - in quanto ignota e comunque destabilizzante - realtà.

La caccia alle streghe

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In questi giorni difficili, nei quali sono state modificate le nostre abitudini quotidiane, ci è stato proibito il contatto umano, giorni nei quali l’unico modo per esternare il nostro disappunto, il nostro malessere, la nostra frustrazione, è l’utilizzo dei social, si osserva il ritorno prepotente del fenomeno della “Caccia alle streghe”. Ma chi sono queste streghe e chi sono i cacciatori?

Conflitti virtuali e conflitti virtuosi

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Viviamo oramai da giorni in un’atmosfera surreale: da un lato, non possiamo abbracciarci ed avere contatti ravvicinati; dall’altro lato, siamo costretti a convivenze forzate “0-24” che mettono a dura prova anche i rapporti più consolidati e forti. Si sta insinuando, nei rapporti di tutti i giorni, già complicati, un nemico insidioso, perché invisibile, sul quale diventa difficile riversare la nostra rabbia, la nostra frustrazione e la nostra umana impotenza. E dunque la “valvola di sfogo” diventa il nostro PROSSIMO. Insomma siamo “animali sociali”, ma anche – e di più – “animali conflittuali”.

Riflessioni filosofiche: La mediazione dei conflitti e il concetto di applicazione.

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La mediazione dei conflitti usa delle tecniche, ma non è una tecnica.

Infatti, in questo post di Maurizio D'Alessandro, prendendo le mosse da Hans Georg Gadamer, il pensatore che più ha contribuito al recupero di Aristotele nell’ermeneutica del Novecento, giunge ad affermare:

«Non si nega che la mediazione dei conflitti si avvalga di tecniche ripetibili, insegnabili e, dunque, trasmissibili, ma solo che essa usa delle tecniche senza essere essa stessa una tecnica. Il mediatore, perciò, è tenuto a tenere sempre in conto il singolo caso particolare che non va posto acriticamente sotto una categoria “tecnico-scientifica”, ma messo in relazione a più valori, massime dell’azione, norme etc. affinché il singolo caso stesso non risulti soffocato da una "proceduralizzazione” dell’agire che tenga in considerazione più i temi - quali: conflitto, sistema giudiziario, mediazione - che non i vissuti di colui il quale quel conflitto sta vivendo e che deve essere tutelato dal desiderio del mediatore di strumentalizzare conflitti e confliggenti per fini propri e che sono estranei allo spirito di neutralità, libertà di scelta, accoglienza del conflitto che dovrebbero caratterizzare queste forme di pratica».

Ma occorre leggere il post, per comprenderne i passaggi e rifletterci sopra.

Figli e mediazione familiare: è giusto coinvolgerli?

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"Quale è il ruolo dei figli durante il conflitto tra i genitori?
I figli possono sembrare spettatori passivi rispetto alle discussioni che coinvolgono i genitori ma, la maggior parte delle volte, gli stessi vengono trascinati all’interno del conflitto e si trovano in una posizione molto
svantaggiata poiché lo subiscono e non possono avere “voce in capitolo” a riguardo.
Ecco perché appare evidente quanto sia importante il dialogo tra genitori e figli, in particolare modo quando la coppia si trovi ad affrontare un passaggio molto delicato quale quello della separazione.
E’ altrettanto evidente quanto questo risulti difficile, soprattutto in questa fase nella quale la coppia è prevalentemente impegnata a farsi la guerra e risulta, per la maggior parte delle volte, cieca nei confronti di quello che sarebbe bene per i figli."
Ci chiediamo, quindi, se sia giusto coinvolgerli, facendoli divenire parte attiva al percorso di mediazione familiare.

La mediazione familiare, tra obbligatorietà e dovere di informazione

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Ancora oggi la stragrande maggioranza delle coppie, in contenzioso per una separazione o un divorzio, non conoscono la mediazione familiare e le poche che l'hanno sentita nominare, ne ignorano la natura, le finalità e le modalità di svolgimento. In questo gli avvocati non sono abbastanza d'aiuto. Del resto è un dovere per l’avvocato informare il cliente in tema di mediazione civile e commerciale, come lo è farlo per la possibilità di ricorrere alla negoziazione assistita, ma nulla è invece previsto per la mediazione familiare, se non nel caso in cui si sia raggiunto un accordo a seguito di negoziazione assistita. 

Quindi, più che all'obbligatorietà della mediazione familiare, occorrerebbe pensare all'obbligatorietà della somministrazione di un'informazione corretta ed esaustiva.

La violenza sui social e la mediazione dei conflitti: una proposta di Social Media Conflict Management

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Come possiamo reagire alla tendenza crescente ad una comunicazione sempre più violenta sui social? Rispondiamo all’odio con un altro odio, che è frutto della paura e dell’angoscia suscitate dall'odio delle comunicazioni violente? Reagiamo con la violenza verbale alla violenza verbale? Demonizziamo chi, comunicando in modo violento, diffonde la violenza, finendo così anche noi con il contribuire alla demonizzazione altrui e alla legittimazione culturale della violenza? Oppure pensiamo alla de-escalation, cioè tentiamo di disinnescare le premesse della violenza, come, ad esempio, la de-umanizzazione dell'altro? Se la mediazione dei conflitti approdasse sui social (si potrebbe chiamarla Social Media Conflict Management), adempirebbe anche ad una funzione culturale: contribuirebbe a riabituarci a pensare (quindi anche a leggere e a ragionare) anche sui social. 

La mediazione e lo sviluppo delle comunità

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Analizzando le dinamiche del conflitto all'interno delle comunità, inclusi i temi della leadership basata sulla contrapposizione radicale, della demonizzazione dell’altro gruppo sociale e delle narrazioni mediatiche che la alimentano, Sara Mela riflette sulle possibilità dell'Ascolto e Mediazione dei Conflitti di contribuire allo sviluppo locale delle comunità.

I doveri di informazione del mediatore familiare

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Come si adempie in concreto al dovere di informazione? Daniela Meistro Prandi evidenzia il senso e gli aspetti pratici del primo colloquio informativo, mettendo il rilievo come essi abbiano in primo luogo un significato relazionale, coerentemente anche con un'impostazione la cui principale risorsa è l'ascolto empatico. In questa prospettiva ci si sofferma anche sul rapporto del mediatore familiare con gli altri professionisti.

La libertà della mediazione, tra "prassi" e "tecnica"

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Prendendo spunto dall'Orestea di Eschilo, si  svolgono delle considerazioni sulla funzione della mediazione "in una società sempre più arrabbiata" e sulla libertà di avvalersene: infatti, "se la polis, la città, lo stato, è il luogo in cui il cittadino esercita la propria libertà, come può uno stato obbligare il cittadino a seguire, un percorso contro la propria stessa volontà?" 

Il riconoscimento e la mediazione

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Se è vero che molto spesso alla base dell'innesco del conflitto c'è un vissuto di mancato riconoscimento, che non raramente dà luogo a reazioni comportamentali foriere di analoghi vissuti in capo all'altro, qual è il compito del mediatore rispetto a tale dinamica conflittuale? Stimolare il riconoscimento reciproco oppure porsi egli stesso come soggetto che fa sentire riconosciuti gli attori del conflitto? 

La mediazione familiare come relazione

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La mediazione familiare non è un mero intervento tecnico, non è una procedura: come altre professioni, è, in primo luogo, una relazione. Una relazione tra persone.

Il conflitto non ha genitori e il mediatore deve tenerne conto

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Come la sconfitta, così il conflitto non ha genitori perché tutte le parti pensano che è stato l’altra ad iniziare le ostilità, si percepiscono come coloro che lo subiscono ma non lo agiscono e perché sono convinti di reagire al comportamento ingiusto altrui. Come deve porsi il mediatore di fronte a quest’assenza di genitori del conflitto? Occorre che ne tenga conto, poiché la sua sottovalutazione può pregiudicare irrimediabilmente non soltanto l’andamento e l’esito del percorso, ma ancor di più e ancor prima, la relazione tra il mediatore e le parti.

Le due fosse del conflitto

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Se vuoi vendicarti di qualcuno scava due fosse, dice un proverbio. E può valere anche per i conflitti interpersonali in cui le persone non si sentono mosse da sentimenti di vendetta. Però, ricordare alle parti che si scavano la fossa da soli, cioè fargli presente quanto ci stanno rimettendo, con il loro portare avanti all’infinito il contrasto, non sempre risulta efficacia. La mediazione, a ben vedere, non è un mero appello alle istanze auto-conservative dei protagonisti del conflitto. È qualcosa di più e di diverso, che deve tenere conto anche della disponibilità degli attori del conflitto a continuare a sopportare insopportabili sacrifici.

Tipologie di conflitto e senso di riconoscimento

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Prendendo spunto da ha Habermas e da Honneth si svolgono delle considerazioni sui tipi di conflitto, nonché sul riconoscimento e sulla comunicazione quali fattori in grado di provocarli o di prevenirli e gestirli. Il che conduce anche al tema della mediazione dei conflitti

Società e comunicazione

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Viviamo una società ad alto rischio conflittuale. E quando la comunicazione, la capacità di relazionarsi a 360°, si deteriora, si interrompe, il rischio dell’isolamento, del possibile conflitto sociale, è più frequente di quanto si creda. Prendendo spunto da un film del 1975, Prigioniero della Seconda Strada, si affronta il tema del rapporto tra società, comunicazione e conflitto.

La mediazione come attraversamento del conflitto

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L’ attraversamento del conflitto costituisce davvero il solo…

La mediazione familiare e il legame sociale

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La mediazione familiare può essere un importante strumento di recupero, rinnovamento  o rinforzo del legame sociale. E lo ha ampiamente dimostrato negli ultimi trent'anni. Rischia, però, di perdere tale efficacia, anzi di generare un effetto opposto, se diventa un percorso che si è costretti a seguire. La previsione della sua obbligatorietà, infatti, può dare luogo ad un conflitto tra lo Stato, che impone la mediazione per costringere i genitori in lite a risolvere il loro conflitto, accordandosi, e costoro, che possono non gradire tale costrizione. Infatti, è improbabile che si possa sentire la vicinanza e la solidarietà di uno Stato che, implicitamente ma sostanzialmente, dichiara guerra al nostro conflitto e al nostro essere in conflitto.

La mediazione familiare e le ochette

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«Mia moglie è una persona veramente immatura. L’altro giorno, per esempio, mentre mi facevo il bagno, è entrata e, senza motivo, mi ha affondato tutte le ochette! (W.Allen)»

Quante volte, in un conflitto interpersonale, non ci accorgiamo che l’altro è immaturo grosso modo quanto lo siamo noi e che la sua condotta irrazionale è speculare alla nostra?

Tra i compiti del mediatore familiare, però, non rientrano di sicuro il far sentir gli attori del conflitto giudicati come immaturi, né il dare a loro l’impressione di sottovalutarne e sminuire i vissuti. Gli tocca, invece, ricordare che anche le "ochette" possono non essere solo delle "ochette".

Il prezzo del conflitto: il mediatore familiare e “l’ostinazione” delle parti

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Può essere forte nel mediatore familiare la tentazione di indurre i coniugi a considerare l'entità del costo del conflitto per loro e per i figli. A volte, possono apparire strumentali e, in fondo, bizzarri i loro tentativi di giustificare l'ostilità, la non collaborazione, la reciproca delegittimazione, richiamandosi a questioni di principio, a valori o a criteri di senso comune. Ma i genitori in conflitto non sono i soli a pensare e ad agire in termini che paiono irrazionali agli occhi altrui: la tendenza dei protagonisti di un conflitto a giustificare anche le proprie azioni più dannose, ci riguarda un po' tutti. Né, d'altra parte, succede soltanto ai genitori in conflitto di anteporre le loro dinamiche conflittuali al benessere delle persone di cui devono prendersi cura. Quali sono, allora, "i margini di manovra" del mediatore familiare? Nel rifletterci su, forse, sarebbe opportuno ricordare quanto scriveva John Locke:
«Faremmo bene (…) a non trattar subito gli altri da ostinati e perversi solo per il fatto che non rinunciano alle loro opinioni per accettare le nostre, o almeno quelle che vorremmo imporre loro, quando è più che probabile che noi ci comportiamo non meno ostinatamente nel non accettare alcune delle loro»

La “modestia” del mediatore e la sua formazione

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Perché si dovrebbero tirare in ballo la modestia del mediatore…

Radio Veronica One intervista Me.Dia.Re.

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Ai microfoni di Radio Veronica One A. Quattrocolo e M. D'Alessandro…

Il mediatore e lo specchio emotivo

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Il mediatore dei conflitti, sia esso un mediatore familiare,…

La mediazione familiare va sospesa nei casi di violenza psicologica

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La violenza psicologica nelle relazioni di coppia La violenza…

Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana...

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"Gran brutta malattia, il razzismo, più che altro strana: colpisce i bianchi ma fa fuori i neri".

Proponiamo alcune riflessioni sul tema della mediazione dei conflitti rispetto alle situazioni in cui alla base del conflitto vi siano il pregiudizio e l'odio razzista. Lo spunto è fornito dal primo caso che venne gestito in uno dei nostri Servizi gratuiti di Ascolto e Mediazione, quasi vent'anni fa.

La mediazione familiare e la violenza

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Mentre prosegue e si estende il dibattito sul DL Pillon, che, fra gli altri aspetti controversi, contempla anche il tema della mediazione familiare, configurandola come obbligatoria, proponiamo qualche accenno di riflessione sulla assai problematica questione di tale strumento di gestione del conflitto nei casi di violenza. Infatti, la Convenzione di Istanbul che l'Italia ha recepito nel proprio ordinamento, doverosamente vieta l'intervento di mediazione familiare nei casi di violenza. Sta, dunque, ai mediatori familiari preoccuparsi di ciò, non solo per non violare quel divieto, ma ancor prima per evitare di farsi involontariamente complici della violenza in corso.

Il superamento della preoccupazione di persuadere il mediatore della validità delle proprie ragioni

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Liberare le persone in conflitto, nella relazione con il mediatore, dalla preoccupazione secondo cui “dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei avere torto” (Beaumarchais), attenuare l’ansia di riuscire ad essere persuasive nei suoi confronti circa la correttezza e appropriatezza dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti sviluppati nel conflitto: sono queste alcune delle prerogative che offre il percorso di mediazione, in virtù della sua irrinunciabile natura a-valutativa.

La mediazione e l’Alterità

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Secondo Emmanuel Lévinas, si è sempre assistito al tentativo di ricondurre l’alterità dell’Altro, del Diverso ad una Totalità unitaria, che, nel tentativo di racchiudere il molteplice, ne avrebbe provocato una neutralizzazione. 

Secondo un certo modello di mediazione, tale strumento è proposto e gestito non come spazio in cui stimolare le persone dialogare, se tale non è la loro intenzione, ma come occasione di confronto. Cioè come possibilità di esprimere, in un confronto, posizioni, punti di vista, idee, bisogni, esigenze, aspettative, emozioni e sentimenti differenti, spesso in contrasto. L'idea di fondo, si potrebbe dire, è che il dialogo, potrebbe avere più probabilità di affermarsi realmente e sinceramente, e non in termini retorici, allorché il mediatore, con la sua attività di ascolto, con la sua comunicazione, invece di negarla o neutralizzarla, riconosce l'Alterità. 

La mediazione familiare non fa il processo ai genitori in conflitto

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Mentre si discute di un disegno di legge riguardante anche la mediazione familiare, ricordiamo che la mediazione familiare, fondamentalmente, sorge per proteggere i figli dagli effetti più distruttivi del conflitto tra i loro genitori, specificando, però, che ciò non comporta che tale intervento si declini o sia proposto come una lotta contro il conflitto della coppia genitoriale. I genitori, pertanto, nella pratica della mediazione non andrebbero messi sotto accusa né sotto giudizio per il solo fatto di essere in conflitto.

Perché “Ascolto e Mediazione” e non soltanto “Mediazione”?

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Un certo di modo di pensare, praticare e proporre la mediazione prevede di definire tale percorso di Ascolto e Mediazione e non soltanto di mediazione. Ne accenniamo il perché in questo post della rubrica #riflessionimediare

Il mediatore sullo sfondo

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Il mediatore non è un protagonista. Infatti, incontra altri esseri umani e condivide con questi la scena dell'incontro, ma deve tendere a mettersi da parte, a restare il più possibile sullo sfondo. Quello sfondo sul quale emergono le figure dei soggetti il cui conflitto è chiamato a mediare: i medianti

Il fine della mediazione non è prestabilito dal mediatore

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Mentre in Parlamento si discute un disegno di legge teso ad introdurre l'obbligo di seguire un percorso di mediazione familiare per le coppie in fase di separazione, sulla base di una quasi ventennale esperienza pratica, proponiamo qualche riflessione su natura e obiettivi del percorso mediativo, secondo un particolare approccio che ambisce a rispettare massimamente la libertà degli attori del conflitto.

La libertà e la mediazione

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 La libertà degli attori del conflitto è alla base di un particolare modo di intendere e praticare la mediazione nei diversi ambiti (familiare, penale, sanitario, aziendale, sociale…)

Obiettivi della mediazione e speranze del mediatore

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Sulla rubrica #riflessionimediare si ragiona sul rapporto tra le eventuali speranze del mediatore sull’esito del percorso e gli obiettivi della mediazione.

La mediazione come gestione non giudicante del confronto

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 Il mediatore, per rispettare fino in fondo il suo dovere di astenersi dal giudicare le posizioni, gli interessi, i comportamenti, i pensieri e le emozioni e i sentimenti delle parti in conflitto, ma dovrebbe non farlo anche rispetto al loro essere in conflitto. In altre parole, la mediazione non è - o sarebbe preferibile che non fosse - una guerra al conflitto. Neppure è una crociata contro il peccato o l'eresia-conflitto, né una cura della malattia-conflitto, così come non è una rieducazione rispetto alla devianza-conflitto, ecc.

La mediazione come ascolto e confronto

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Un dialogo fra parti contrapposte indica il tentativo di persone disposte a ragionare con l’intento di raggiungere una verità o un’opinione condivisa. Se su questa premessa si fondasse l'attività di mediazione, sarebbe assai poco frequente il suo dispiegarsi, poiché raramente in caso di conflitto vi è una tale attitudine al dialogo tra le persone che ne sono protagoniste. Ma se, invece che un'occasione di dialogo, si propone un'opportunità di confronto, allora le opportunità di ricorso alla mediazione aumentano sensibilmente.

La mediazione ridà fiducia nella parola

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Perché ci si dovrebbe rivolgere ad un mediatore quando si è coinvolti in un conflitto che ha raggiunto rilevanti livelli di escalation, anche in termini di incomunicabilità? Perché mediare quando si è convinti che parlare non serve più a niente?

Tra le varie ragioni vi è anche quella di essere, in primo luogo ascoltati, ascoltati davvero, e ciò ridà fiducia nello strumento della parola. C’è qualcuno che comprende quel che diciamo e quel che cerchiamo di dire. E quel qualcuno può aiutarci a comunicare con coloro con cui siamo in conflitto.

La mediazione come contenimento del timore di essere giudicati negativamente per il solo fatto di essere in conflitto

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Quando siamo in conflitto, molto spesso, rappresentiamo noi stessi come coloro che non hanno scelto di confliggere, ma che vi sono stati costretti dalle circostanze o dalla condotta della controparte.

Se siamo in lite, ci diciamo e diciamo agli altri, è perché siamo stati forzati a reagire ad un’aggressione di qualche tipo o ad un’altra ingiustizia.

Nella mediazione si ascoltano le persone non (solo) le parti del conflitto

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Il compito del mediatore è ri-umanizzare e ri-personalizzare le persone in conflitto, rimettendo quello che, con la de-umanizzazione e la spersonalizzazione, il conflitto ha loro tolto.

Vale la pena sottolineare che questa ri-umanizzazione si compie attraverso l'ascolto. Un ascolto a-valutativo svolto dal mediatore. 

conflitto

La prima vittima del conflitto è la verità

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Se la prima vittima del conflitto, in conseguenza della morte del confronto, è la verità, la mediazione, resuscitando il confronto, può consentire alle parti di dialogare e, così, lasciare che essi (ri)trovino la verità.

Utilità della mediazione

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Qual è l’utilità di una mediazione quando si è al centro di un doloroso, angoscioso, sfibrante, amaro conflitto? 

Il riconoscimento delle emozioni in mediazione

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Pur essendo esperienza comune che, quando si litiga, le emozioni…
mediazione in materia sanitaria

Casi pratici di mediazione in materia sanitaria.

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Estratto dell’intervento sulla mediazione in materia sanitaria…

La mediazione dei conflitti in pillole

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La mediazione dei conflitti in pillole. Spunti teorici e metodologici. In…

La mediazione come spazio di confronto

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Qual è l'obiettivo della mediazione dei conflitti? Spingere forzatamente le parti contrapposte a riaprire un dialogo? Favorire il confronto tra punti di vista divergenti? Esiste il rischio che una delle due parti utilizzi lo spazio della mediazione per perseguire scopi particolari? Nell'articolo, M. D'Alessandro, filosofo e mediatore, esamina alcuni presupposti filosofici che stanno alla base di un certo modo di intendere la mediazione dei conflitti e definiscono quello che in letteratura è noto come modello umanistico-trasformativo.

Ascolto e Mediazione Penale

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Intervista a Monica Cristina Gallo, Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino e Mediatrice dei conflitti familiari e penali. Nell'intervista, a cura di M.D'Alessandro, M. Gallo affronta il tema della mediazione penale in carcere, uno strumento ad oggi ancora poco utilizzato in Italia.

giustizia riparativa

La giustizia riparativa. Una percorso innovativo, per restituire centralità alla vittima

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La Giustizia Riparativa, invece, distinguendosi nettamente dai modelli della Giustizia Retributiva e Riabilitativa, che normalmente prevalgono nei vari ordinamenti – compreso quello italiano - consiste di percorsi che consentono alla vittima di recuperare una posizione di centralità nel procedimento penale e al reo di accettare la responsabilità delle proprie azioni, così sanando la lesione al tessuto sociale che la commissione del reato di fatto ha determinato. 

Mediazione tra dialogo e confronto

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Se il dialogo presuppone un concetto di verità, il confronto prevede, invece, che ci sia il reciproco presentarsi di due punti di vista a cui viene offerta la possibilità sia di un incontro sia di uno scontro, sia di una convergenza sia di una divergenza. Il fine del dialogo in generale è  trovare un’intesa o percorrere una strada concettuale che abbia come fine la scoperta della verità. 

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La mediazione dei conflitti in pillole

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“L’effetto di una mediazione consiste nell’arrivare a “sentire l’altro”, a comprendere empaticamente la sua verità”. A. Quattrocolo

Ermeneutica e alterità dell'Altro di Maurizio D’Alessandro

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L'ermeneutica come teoria dell'interpretazione si è imposta nel Novecento come uno degli indirizzi teorici più importanti, ma l'interpretazione non va pensata come esercizio teorico astratto perché essa è, come afferma Hans-Georg Gadamer, "già sempre in applicazione" come mediazione tra un universale e un singolo caso particolare. L'ermeneutica fornisce, dunque, degli spunti alla riflessione etica e, a partire dalla riflessione di Emmanuel Lévinas, sull'impossibilità di “ridurre l’Altro, il Diverso al noto e all’identico” si analizzerà l’incontro con il diverso da sé.

SOS CRISI Solitudine

SOS CRISI e la solitudine.

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La solitudine, come isolamento emotivo e non come mancanza di compagnia, è uno delle condizioni più riscontrate tra le persone che hanno maggiormente patito le conseguenze della Crisi economica. Il Servizio gratuito SOS CRISI, fin dal principio, si sviluppato come risposta a tale solitudine.

sos crisi

SOS CRISI: per chi e perché?

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SOS CRISI è un servizio gratuito di Ascolto e Sostegno psicologico e psicosociale, dell'Associazione Me.Dia.Re. che tenta di offrire una risposta ad un aspetto importante e spesso sottovalutato della Crisi economica: le ricadute nella sfera più intima, psicologica e relazionale delle persone e delle famiglie.

ascolto sostegno vittime reato

Ascolto e sostegno per le vittime di reato

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Tra i servizi gratuiti offerti dall'Associazione No profit Me.Dia.Re. da oltre dodici anni ve n'è uno rivolto alle vittime di reato e a coloro che sono ad esse affettivamente legate.

mediazione in pratica

La mediazione in pratica

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Ogni incontro di mediazione - come ogni autentico incontro compiuto nel quotidiano con qualsiasi individuo - mette in gioco anche il mediatore, ne scardina il personale puzzle con cui compone il proprio mondo, e lo modifica, aumentandone la complessità. Mettere la mediazione in pratica vuole dire avventurarsi anche un po’ dentro di sé.

mediazione empatia

La mediazione e l’empatia

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Può il sistema giudiziario dare risposte ad interrogativi sul senso di una lite? Può dare riscontri, accoglienza e risposta sul valore che i rapporti hanno avuto e/o conservano tra le parti? Il sistema giudiziario non è pensato per contenere ed elaborare alcuni aspetti della vicenda sottoposta al giudizio. In ragione di ciò, si può cogliere l’importanza di un ascolto empatico da parte del mediatore, che, accompagna il superamento della bidimensionalità in cui i due soggetti coinvolti si sono reciprocamente appiattiti.

L’ascolto empatico: un ingrediente irrinunciabile dei percorsi di mediazione dei conflitti

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Il conflitto molto spesso sorge dalla sensazione di non essere riconosciuti e, comunque, con la sua progressione induce i suoi attori a riconoscersi sempre meno, spingendoli a sviluppare rappresentazioni reciproche monodimensionali, spesso spregiative, all'insegna della spersonalizzazione e finanche della de-umanizzazione, con ciò impedendo ogni possibilità di ascolto reciproco e svuotando lo strumento della parola di ogni possibilità espressiva autentica e profonda.

Quando i mediatori riescono a far sentire gli attori del conflitto riconosciuti nella loro tridimensionalità, come esseri umani, allora riducono di molto il vuoto, l’isolamento, che tante volte il conflitto crea negli individui, nelle famiglie, nei gruppi, nelle comunità e nelle organizzazioni