Mediazione e compromesso

Mediazione e compromesso sono, si potrebbe dire con un po’ di esagerazione, ingredienti onnipresenti della nostra vita quotidiana a tutti i livelli. E con ciò il discorso potrebbe chiudersi subito qui, se non fosse che…

Mediazione e compromesso come virtù o come vizi?

… se non fosse che mediazione e compromesso non sono termini neutrali, per come risuonano alle orecchie delle singole persone. Le valenze e le implicazioni attribuite a mediazione e compromesso sono, infatti, quanto mai eterogenee.

Volendo schematizzare (e banalizzare), si potrebbero individuare due posizione estreme: da un lato, quelli favorevoli sempre, per principio, alla sequenza mediazione e compromesso nella misura in cui tale atteggiamento è ritenuto sinonimo di sincera disponibilità al dialogo, di moderazione, di senso pratico, di spiccata capacità di non essere schiavi di posizioni dogmatiche e di coscienza di non avere il monopolio della ragione e della verità; sul fronte opposto si stagliano quelli contrari sempre, anch’essi per principio, al binomio mediazione e compromesso e sono propensi ad attribuirgli significati oscuri , o almeno opachi, dal momento che con il nemico non si tratta, si combatte, perché sui principi e sui valori non si può transigere, il farlo significa per loro, in realtà, non averli o infischiarsene, insomma… essere delle banderuole!

Mediazione e compromesso come sinonimo di maturità e di capacità di dialogo

I primi includono anche coloro che, avendo vissuto conflitti durissimi, tanto dolorosi quanto inutilmente costosi, hanno concluso che era il caso di imparare la lezione, di riconoscere che nessuno ha la verità in tasca, che l’ottusità è una cattiva consigliera e che occorre sempre negoziare fino all’ultimo istante, e anche oltre, pur di non sopportare, e pur di non infliggere ad altri, sofferenze così importanti. Così, molti leader politici e milioni di cittadini, all’indomani della Grande Guerra (poi destinata a diventare la prima delle due guerre mondiali), pur registrando con angoscia l’affermarsi di partiti ultranazionalisti in Europa, consideravano indispensabile trattare e negoziare anche con i più prepotenti di questi, pur di evitare il ripetersi di un bagno di sangue come quello del conflitto mondiale da poco attraversato.

Mediazione e compromesso come segnale di debolezza, di mancanza di valori e perfino di intelligenza con il nemico

Tra i secondi figurano quelli che ritengono di essersi fidati una volta di troppo, di essere stati troppo cedevoli e di averci rimesso in maniera pressoché irrecuperabile; quelli che hanno visto traditi dei principi inderogabili in nome della retorica del dialogo, che sono stati testimoni di quanto danno possano fare la cedevolezza alla prepotenza e all’arroganza altrui e di quanto sia immorale e pericoloso non presidiare certi confini. Sono anche coloro che fanno propria la sentenza latina «si vis pacem, para bellum» («se vuoi la pace, prepara la guerra»), essendo convinti che, in ogni possibile situazione, per assicurare la pace occorra mostrare di essere determinati a difendersi e, magari anche ad attaccare preventivamente, così da scoraggiare gli altrui propositi aggressivi.

Il conflitto tra favorevoli e contrari all’opzione mediazione e compromesso

La contrapposizione tra favorevoli e contrari al binomio mediazione e compromesso può verificarsi all’interno dei più disparati gruppi impegnati in una contesa con uno o più altri soggetti. La dialettica tra sostenitori della linea dura (i falchi) e quelli propensi alla trattativa (le colombe), infatti, può verificarsi all’interno delle famiglie non meno che nelle équipe di lavoro, nelle associazioni sindacali e in quelle datoriali. E in tali casi, accade spesso qualcosa di simile a quanto si sviluppa in analoghe dialettiche di tipo politico. Le colombe, che rinfacciano ai falchi di comportarsi da irresponsabili, vengono a loro volta accusate da questi ultimi di non essere disposti a battersi per la causa e addirittura di simpatizzare, sotto sotto, con il nemico, sicché replicano a tale infamante insinuazione con l’accusa ai sostenitori dell’intransigenza di voler dare supporto alle tesi della fazione guerrafondaia a discapito di quella più moderata, anch’essa presente nel gruppo avverso [1].

A seconda delle circostanze, mediazione e compromesso o rifiuto del dialogo e conflitto

Naturalmente ci sono coloro che, posti di fronte alla prospettiva del binomio mediazione e compromesso, scelgono una terza opzione e rispondono con un prudente «dipende». Sono le persone che, se ulteriormente sollecitate a chiarire, aggiungono che non sono fanatici né del dialogo a tutti i costi né della contrapposizione in ogni circostanza. Ritengono, ad esempio, che, sì, si può e si deve scendere a patti con Tizio (magari con tanti Tizi), ma che non si deve mai farlo con Caio [2].

Più in generale, va considerato che le persone, tendenzialmente, non sono blocchi monolitici, ma esseri ricchi di sfaccettature, la cui condotta e i cui atteggiamenti mentali variano in relazione alle situazioni concrete che devono fronteggiare e ai beni (interessi, diritti, sentimenti, valori, ecc.) in gioco. Perciò, concretamente, ciascuno di noi può trovarsi ad assumere la posizione della colomba in una determinata vicenda e quella del falco rispetto ad un’altra questione.

Che rapporto c’è tra mediazione e compromesso?

Normalmente si pensa al compromesso come al risultato di una mediazione svoltasi tra persone con posizioni iniziali divergenti. Si parla di mediazione sia nel caso in cui vi sia stato un soggetto terzo, imparziale, che ha organizzato e gestito gli incontri tra le parti, che nelle situazioni in cui queste si siano confrontate senza l’aiuto di una figura neutrale.

In ogni caso, il compromesso è considerato il frutto di una mediazione riuscita, che si sia trattato o meno di un’attività mediativa svolta da un professionista incaricato di condurre le parti verso un accordo (il compromesso).

Il “rapporto genitoriale” tra mediazione e compromesso

Anche sul piano professionale, secondo molte impostazioni, mediazione e compromesso hanno questo rapporto: se la prima funziona, se è efficace, sorge il secondo. Cioè: da una mediazione riuscita nasce il compromesso. Una mediazione fallisce, invece, se da essa non discende il secondo.

Questa impostazione, per cui la madre è la mediazione e il compromesso è il figlio, appare centrale nell’istituto della mediazione civile e commerciale introdotto nel nostro ordinamento nel 2010 (con il decreto legislativo n. 28): infatti, quell’atto avente valore di legge definiva conciliazione l’accordo conseguito all’esito di una mediazione riuscita.

La stessa relazione genitore – figlio tra mediazione e compromesso, del resto, sussiste nella mediazione familiare (sorta ben prima del 2010), almeno stando alla descrizione di molte scuole di pensiero e a quella di altrettante impostazioni di pratica operativa presenti in tale ambito. Tanto che tale “rapporto genitoriale” tra mediazione e compromesso è ravvisabile anche nello Statuto dell’associazione professionale A.I.Me.F. (Associazione Italiana Mediatori Familiari), nel cui art. 14 (Definizioni) si legge:

«”Mediatore familiare”: terza persona imparziale, qualificata e con una formazione specifica che agisce in modo tale da incoraggiare e facilitare la risoluzione di una disputa tra due o più persone in un processo informale e non basato sul piano antagonista vincitore-perdente, il cui obiettivo è di aiutare le parti in lite a raggiungere un accordo direttamente negoziato, rispondente ai bisogni e agli interessi delle parti e di tutte le persone coinvolte nell’accordo»[3].

La mediazione familiare, quindi, è un’attività professionale volta a conseguire, in uno specifico ambito relazionale e giuridico («questioni familiari»), l’obiettivo di risolvere una lite mediante il raggiungimento di un accordo. Schematicamente, secondo quest’impostazione, abbiamo un mediatore familiare che con la sua azione di mediazione gestisce il conflitto e ne facilita la soluzione (l’estinzione) procurando il raggiungimento di un accordo (cioè, di un compromesso).

Le implicazioni derivanti dalla connessione tra attività di mediazione e compromesso

La rappresentazione della mediazione come processo volto a generare un compromesso, cioè come mezzo impiegato in vista di un fine specifico (l’accordo), ha delle implicazioni di un certo spessore su registri diversi.

Il mancato compromesso come sinonimo di fallimento della mediazione

Si è già fatto notare che, se la mediazione è considerata come un’attività avente come obiettivo la stipula di un accordo che palesa e sostanzia l’estinzione del conflitto, il mancato conseguimento di tale risultato finisce col denunciare il fallimento dell’attività mediativa svolta. Tale insuccesso può essere attribuito a responsabilità del mediatore oppure a oggettiva impossibilità di raggiungere una soluzione della lite a causa della rigidità ostinata delle parti. In termini un po’ frettolosi o brutali: il mancato compromesso deriverebbe da errori commessi dal mediatore nella conduzione della mediazione, e si tratterebbe di errori considerati come tali ex post, quindi non costituenti automaticamente segnali di inadeguatezza della sua prestazione; oppure il non raggiungimento dell’accordo deriverebbe da una precedente e preliminare errata valutazione nell’avvio del percorso di mediazione, allorché il professionista, sbagliando, aveva ritenuto che quei confliggenti potessero raggiungere un accordo (anche in tal caso quell’errore, si rivela come tale ex post, quindi non è detto che fosse evitabile).

Conflitti mediabili o non mediabili, cioè estinguibili o non estinguibili con un accordo

Su un altro registro, l’associazione tra mediazione e compromesso fa sì che i conflitti possano essere distinti in mediabili e non mediabili, a seconda che appaiano, ad un primo esame, suscettibili o meno di essere risolti e di dare luogo ad accordi. In virtù di tale discrimine l’opera del mediatore verrebbe erogata soltanto a favore delle persone protagoniste di conflitti considerati, in base ad un preliminare e necessariamente sommario, esame, presumibilmente mediabili, cioè aventi un’accettabile probabilità di estinguersi in un compromesso. A tale riguardo sono diversi i parametri individuati per una pre-definizione di mediabilità del conflitto. Ad esempio, nell’ambito della mediazione civile e commerciale, alcuni anni fa, a ridosso dell’entrata in vigore del sopra citato decreto legislativo e del correlato decreto attuativo, fu elaborato un vademecum della mediazione (a cura dell’avv. Debora Ravenna dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano – Gruppo Mediazione – con il patrocinio di Ordine degli Avvocati di Milano – Camera Arbitrale di Milano) nel quale si definivano le caratteristiche dei casi mediabili e di quelli non mediabili. Tra i primi rientravano le situazioni nelle quali è evidente che le parti sono disposte a farsi reciproche concessioni[4]. Tra i casi non mediabili risultavano esserci i seguenti: quando sono in gioco questioni di principio; quando le parti non sono interessate a mantenere un rapporto tra di loro; le situazioni nelle quali le parti non vogliono incontrarsi per cercare una soluzione, ma aspirano soltanto a “disfarsi” del problema, delegandone ad altri la soluzione; le situazioni in cui le parti chiedono “giustizia”, rivolgendosi direttamente ed unicamente al giudice per ottenere un risarcimento o per vedersi riconosciuta la ragione[5].

Risvolti operativi, potenzialmente discriminatori, dell’associazione mediazione e compromesso

Va precisato che, al di là dell’iscrizione teorica del caso concreto nella categoria dei mediabili o dei non mediabili, l’associazione tra mediazione e compromesso ha dei risvolti operativi che sono immediatamente connessi con quella discriminazione. Ad esempio, se la condizione per l’avvio del percorso di mediazione è la comparsa fin dall’inizio di tutte le persone in conflitto al cospetto del mediatore, per iniziare a pianificare le modalità di sviluppo della discussione, si sta già creando un meccanismo selettivo. Infatti, si sta creando un meccanismo di esclusione nei confronti di coloro che, per le più diverse ragioni, almeno inizialmente, non sono disposti a sedersi allo stesso tavolo cui si accomoda la controparte. O, se proprio lo fanno, non è per convinzione che accettano di sedersi allo stesso tavolo, ma per evitare di essere giudicati negativamente: una partecipazione, questa, quindi, assai distante dall’essere un’adesione volontaria, ma che è significativa della percezione da parte di tali soggetti di un messaggio giudicante (e pregiudizievole) nei loro confronti. Un pre-giudizio di rigidità, di paura del confronto, di intransigenza maleducata, di brutto carattere…

Il distanziamento delle persone in conflitto indisponibili ad un iter di mediazione e compromesso

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Implicitamente o esplicitamente, come già accennato, l’elenco delle caratteristiche che rendono un caso mediabile, ovvero non mediabile, costituisce anche una descrizione delle situazioni, e delle persone in esse coinvolte, preventivamente escluse dalla fruizione di un servizio di mediazione. In altri termini, una persona avrebbe un identikit incompatibile con tale risorsa professionale quando si sta battendo per affermare o per tutelare un principio, se si vuole sentire dare ragione, se è giunta ad un livello tale di delusione e amarezza da non essere interessata a continuare il rapporto con la controparte, nel caso in cui non si senta disposta, fin da subito, ad aderire ad un percorso in cui dovrà concedere qualcosa. Quindi, in estrema sintesi, se non si è inclini fin dall’inizio ad accettare l’idea di pervenire ad un compromesso con la controparte e se non si è disponibili ad assumere un atteggiamento collaborativo per conseguire tale obiettivo, allora la mediazione non fa per noi. In tal caso, possiamo portare la nostra rabbia, la nostra sofferenza, le nostre angosce e la nostra solitudine da un’altra parte (dove?), poiché la nostra indisponibilità iniziale alla prospettiva del compromesso (cioè all’accoppiata mediazione e compromesso) ci renderebbe inidonei a tale tipo di supporto.

L’associazione mediazione e compromesso come risorsa professionale rivolta soprattutto ai protagonisti di conflitti blandi o di non-conflitti

Questa casistica di casi mediabili e non mediabili, cioè di vicende in cui astrattamente mediazione e compromesso appaiono, fin dall’inizio, potersi plausibilmente produrre entrambi, ha delle conseguenze, che non andrebbero trascurate, sulla diffusione della mediazione e sull’accesso spontaneo ad essa.

Un parco clienti di nicchia

Se consideriamo l’aspetto commerciale (indipendentemente dal fatto che il servizio di mediazione offerto sia a pagamento o gratuito), è naturale che sorga il dubbio circa la possibilità che l’offerta di una mediazione (volontaria o obbligatoria) finalizzata a produrre un accordo possa avere un grande mercato. Infatti, è possibile che non susciti particolare entusiasmo una vetrina in cui sia esposta l’accoppiata mediazione e compromesso presso quei protagonisti di conflitti che non sono fin dal principio palesemente disponibili a farsi reciproche concessioni, che ritengono di essere indiscutibilmente dalla parte della ragione, che si stanno battendo per affermare un principio e che non sono dichiaratamente interessati a mantenere un buon rapporto con la controparte.

Il rischio di un servizio di mediazione come supporto professionale per chi ne ha meno bisogno

Il possibile parco clienti, cioè, appare piuttosto limitato, quasi di nicchia, essendovi il rischio che, con una definizione delle condizioni di mediabilità rigidamente intesa e, soprattutto, con la prospettazione di un percorso di mediazione come finalisticamente inteso alla conclusione di un accordo, vengano in realtà delineate implicitamente come mediabili, ossia conciliabili, delle situazioni che, concretamente parlando, non sono (fortemente) conflittuali e di qualificare come non mediabili proprio le relazioni conflittuali. L’effetto paradossale è che la declinazione di un’offerta mediativa trovi interessamento da parte di coloro che ritengono di aver bisogno di una facilitazione della comunicazione nella negoziazione che hanno già avviato o che intendono iniziare, ma non presso coloro che, immersi nelle dinamiche conflittuali, considerano con ripugnanza la prospettiva di giungere ad un compromesso con il nemico. E, oggi come ieri, costoro non costituiscono una sparuta minoranza. Più verosimilmente compongono una rigogliosa maggioranza.

La liberazione della mediazione dalla finalità (e dall’aspettativa) del compromesso

Un altro modo di intendere la mediazione – un modo, invero, al momento in molti ambiti non così diffuso, come, invece, lo sono quei modelli che la interpretano come un processo finalizzato all’estinzione del conflitto e alla sua trasformazione in un accordo (formale o informale, esplicito o implicito) – è quello di delinearla in termini teorici, e di applicarla nella pratica operativa e di promuoverla, non ponendo in evidenza l’aspetto dell’accordo, ma la sua componente più interna, troppo spesso sottorappresentata dai diversi studi professionali e dalle diverse scuole teoriche: l’ascolto.

La mediazione come, in primo luogo, spazio d’ascolto

L’ascolto svolto dal mediatore secondo questa impostazione (che è iscrivibile nel cosiddetto filone “umanistico” e che è definita “Ascolto e Mediazione”) non serve soltanto a comprendere i termini delle questioni dibattute, ma ha una valenza decisamente più ampia[6]. L’ascolto, infatti, è un mezzo e, contemporaneamente, un fine. Più precisamente: il suo obiettivo è far sentire la persona accolta. Il che significa, in primo luogo, offrirle uno spazio e un tempo di ascolto tutto per sé (colloqui individuali, vengono chiamati “tecnicamente”), in cui possa narrare la propria versione, la propria verità, e sentirsi ascoltata: ascoltata, non giudicata e neppure interpretata; compresa, non consigliata, né approvata o disapprovata. Quindi, in un percorso di mediazione l’obiettivo dell’ascolto è quello di offrire ai confliggenti ciò che il conflitto ad essi tipicamente toglie: di nuovo, l’ascolto (l’ascolto da parte dell’altro, l’ascolto dell’altro e l’ascolto di sé stessi)[7]. Sicché, tale mediazione non è declinata e promossa sottolineando eventuali risvolti conciliativi, ma specificando che è rivolta anche a coloro che, protagonisti di un conflitto, non si sentono riconosciuti e compresi dalla controparte e, magari, neppure da coloro che gli stanno più vicino, coloro che si sentono vittime di un’ingiustizia… Insomma, coloro che stanno soffrendo. Che stanno soffrendo e che non sono disposte a pensare di conciliarsi con il loro nemico, magari neppure a ipotizzare di poter dialogare con quella/e persona/e che così profondamene detestano e/o temono.

L’ascolto come reintegrazione

Non si può trascurare il fatto che i conflitti tra le persone e tra i gruppi molto spesso sorgono dalla sensazione di non essere riconosciuti e che, comunque, con la loro progressione (l’escalation), inducono i loro attori a riconoscersi sempre meno, spingendoli a sviluppare rappresentazioni reciproche monodimensionali, spesso spregiative, all’insegna della spersonalizzazione e finanche della de-umanizzazione, con ciò impedendo ogni possibilità di ascolto reciproco e svuotando lo strumento della parola di ogni possibilità espressiva autentica e profonda. Perciò, quando i mediatori riescono a far sentire gli attori del conflitto riconosciuti nella loro tridimensionalità, riconosciuti come esseri umani e non solo come parti di un conflitto, allora riducono di molto il vuoto, l’isolamento, che tante volte il conflitto crea negli individui, nelle famiglie, nei gruppi, nelle comunità e nelle organizzazioni. Da questo riconoscimento operato dal mediatore nei confronti delle singole parti può derivare (e, in effetti, di fatto, per lo più deriva) un allentamento della tensione e della de-umanizzazione reciproca tra i confliggenti, mentre correlativamente si sviluppa un confronto all’insegna di una maggiore consapevolezza circa i propri e altrui sentimenti, emozioni, pensieri, motivazioni e aspettative.

Un approccio pragmatico basato sulle caratteristiche più problematiche dei conflitti

Quanto sopra scritto a proposito dell’ascolto può risuonare vagamente idealistico, ma in realtà è quanto mai lontano da tale tipo di risvolto. Se la funzione della mediazione è quella di tentare di gestire i conflitti, allora, occorre che, nella pratica, essa tenga conto anche (se non soprattutto) delle caratteristiche di questi che li rendono davvero poco gestibili. Il che presuppone la consapevolezza che spessissimo la parola mediazione tiene lontani coloro che, pur soffrendo parecchio, non sono disposti a mediare il loro conflitto, ritenendo che ciò equivalga ad accettare un compromesso al ribasso, e quindi che implichi una futura resa, cioè una prossima sconfitta, in quanto mediazione e compromesso sono vissuti come sinonimo di rinuncia alle proprie ragioni, come sacrificio dei propri diritti e interessi, come tradimento dei propri valori e come repressione di un basilare senso e bisogno di giustizia. Per tale ragione veicolare l’idea della mediazione, e poi concretamente svolgerla, in primo luogo come servizio di ascolto assolve una funzione duplice: la prima, e più ovvia, non è quella di indurre con l’inganno ad accedere alla mediazione chi non vuole sentire neppure pronunciare tale parola, ma è dare un luogo e un tempo di accoglienza anche a chi ha quel genere di sentimento, di pensiero e di atteggiamento; la seconda è prevenire ed evitare il frequente rischio che, nella pratica operativa, il mediatore sia vissuto dalle parti come un soggetto deputato a svolgere un’azione di contrasto alle loro istanze conflittuali. In breve, si tratta di evitare che la mediazione sia vissuta come una sorta di conflitto al loro conflitto e, quindi, a loro stessi[8].

Alberto Quattrocolo

 

[1] Nel mondo anglosassone, e con particolare rilevanza negli Stati Uniti, coloro che si espressero a favore dell’accordo di Monaco furono accusati di cecità politica, di ostinato rifiuto di guardare in faccia la realtà (la natura ingiusta di quel patto e la facilmente profetizzabile slealtà di Hitler) e di subalternità alla tracotanza del Terzo Reich. L’espressione utilizzata per condannare la decisione britannica e francese di accordarsi con la Germania nazista fu appeasement.Tale termine tornò diverse altre volte ad essere impiegato per esprimere disapprovazione rispetto a negoziazioni ufficiali e ufficiose e tentativi diplomatici di mediazione e compromesso volti a prevenire o ad evitare la traduzione di crisi tra gli stati in aperti conflitti bellici: così anche la politica adottata dal presidente John F. Kennedy nei confronti dell’URSS e di Cuba fu censurata dai cosiddetti “falchi” come una politica di appeasement (con ciò creandogli un certo imbarazzo per il ricordo favore espresso a suo tempo, dal padre, Jospeh Patrick Kennedy, ambasciatore statunitense a Londra, per l’accordo di Monaco). La reazione di Kennedy alle esortazioni da parte dei suoi consiglieri militari a rapportarsi con intransigente durezza nei confronti di Chruščёv era, privatamente, non meno rabbiosa. Appena un anno prima, ad esempio, si era sfogato con il suo consigliere politico e amico Kenneth O’Donnell dicendo:

«Quei pezzi grossi delle forze armate hanno un unico, grande vantaggio: se li ascoltiamo e facciamo quello che dicono loro, dopo nessuno di noi potrà più dirgli da vivo che avevano torto» .

Con tali parole il presidente degli Stati Uniti, il 19 ottobre 1962, nel bel mezzo dei tredici giorni della crisi dovuta alla scoperta dell’installazione di missili sovietici con testate nucleari a Cuba puntate sul territorio statunitense (una crisi, quella, durante la quale l’umanità intera trattenne il fiato temendo che da un momento all’altro potesse prodursi una guerra nucleare tra le due super-potenze con esiti catastrofici per tutti gli abitanti del nostro pianeta), commentò l’esortazione ricevuta dal generale Curtis Le May di ordinare un massiccio bombardamento aereo dell’isola. «Se non reagiamo qui a Cuba la nostra credibilità verrà sacrificata», aveva affermato Le May. «Quale crede che sarebbe la loro [dell’Unione Sovietica] reazione», aveva chiesto Kennedy. Nessuna, era stata la risposta di Le May, il quale aveva sostenuto che il blocco solo navale dell’isola e le altre iniziative politiche prospettate dal presidente avrebbero portato «dritto alla guerra…». «In altre parole, lei in questo momento è in un bruttissimo guaio», aveva aggiunto il capo dell’aviazione. «Come ha detto?», aveva chiesto interdetto JFK. «Lei è in un bruttissimo guaio», aveva ribadito Le May. Il presidente gli aveva rivolto un’occhiata gelida e un sorriso altrettanto glaciale, dicendogli: «Forse non se n’è accorto, ma c’è dentro anche lei». Dopo la riunione, John Kennedy, arrabbiatissimo e ancora incredulo, riferendo al suo amico e consigliere politico Kenneth O’Donnell la convinzione del generale Le May che i sovietici non avrebbero reagito al bombardamento americano di Cuba, pronunciò le parole sopra citate (JFK. Una Vita incompiuta, di Robert Dallek, 2004 Arnoldo Mondatori, Milano).

[2] Tra questi, tanto per fare due esempi della cruenta storia del Novecento, possono essere considerati coloro che il 10 ottobre del 1963 salutarono con approvazione e una buona dose di sollievo la firma del trattato tra Stati Uniti e Regno Unito, da un alto, e Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dall’altro, sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari (cioè, di quelli condotti fuori dal sottosuolo), ma ritenevano, invece, che, quasi esattamente 15 anni, prima avesse avuto ragione da vendere Winston Churchill nel giudicare un errore il tentativo condotto a Monaco di Baviera, dal primo ministro britannico, Neville Chamberlain, nonché del primo ministro francese Daladier e del capo del governo Benito Mussolini (ma questi già all’epoca in diverse cancellerie era considerato poco più di un dittatore di carta pesta di uno stato di second’ordine e, di fatto, un portavoce del Führer), di trattare con Adolf Hitler, perché ritenevano perverse sotto ogni profilo le sue pretese sulla Cecoslovacchia (all’epoca l’unico stato democratico ad oriente della Francia), del tutto inverosimili le sue promesse di non avere alcuna intenzione di estendere ulteriormente i domini tedeschi a spese di quella e di altre nazioni e sommamente immorale fargli delle concessioni sulla pelle di milioni di persone e di uno stato sovrano e democratico, i cui rappresentanti erano stati esclusi dal tavolo della mediazione. Erano coloro che, anche a decenni di distanza, si riconoscevano, dunque, nel discorso svolto da Winston Churchill, il 5 ottobre del 1938, cioè cinque giorni dopo la firma dell’accordo di Monaco, nel quale, davanti alla Camera dei Comuni, aveva affermato che il suo primo ministro e compagno di partito Chamberlain non aveva garantito la pace per le future generazioni né aveva assicurato, come andava sostenendo, la fine di un incubo, bensì l’inizio:

«Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra».

[3] Il testo dell’art.14 prosegue così:

«L’accordo raggiunto dovrà essere volontario, mutuamente accettabile e durevole. Il mediatore si applicherà affinché l’autorità decisionale resti alle parti. Il ruolo del mediatore familiare comporta fra l’altro il compito di assistere le parti nell’identificare le questioni, di incoraggiare la loro abilità nel risolvere i problemi ed esplorare accordi alternativi, sorvegliandone la correttezza legale, ma in autonomia dal circuito giuridico e nel rispetto della confidenzialità.

“Mediazione Familiare”: indica la mediazione di questioni familiari, includendovi rapporti tra persone sposate e non (conviventi more uxorio, genitori non coniugati), con lo scopo di facilitare la soluzione di liti riguardanti questioni relazionali e/o organizzative concrete, prima, durante e/o dopo il passaggio in giudicato di sentenze relative tra l’altro a: dissoluzione del rapporto coniugale; divisione delle proprietà comuni; assegno di mantenimento al coniuge debole o gli alimenti; responsabilità genitoriale esclusiva o condivisa (potestà genitoriale); residenza principale dei figli; visite ai minori da parte del genitore non affidatario, che implicano la considerazione di fattori emotivo-relazionali, con implicazioni legali, economiche e fiscali. La mediazione familiare richiede un periodo di sospensione delle cause eventualmente in atto».

[4] Altri casi mediabili sarebbero: le cause in cui le parti hanno interesse a mantenere (buoni) rapporti (come le vicende conflittuali tra condomini, quelle inerenti relazioni familiari o rapporti d’affari, ecc); cause che le parti intendono risolvere velocemente, essendo per esse più importante chiudere la questione che ottenere il giusto o il massimo); le cause nelle quali le parti vogliono evitare il procedimento giurisdizionale (ad esempio per considerazioni correlate a questioni di buon nome o di apparenza); le vicende nelle quali le parti ritengono che il giudizio non soddisferebbe appieno i loro reali interessi; le parti avrebbero difficoltà ad adempiere l’onere probatorio in sede di giudizio; su casi analoghi vi è una giurisprudenza controversa che rende imprevedibile l’esito; un risultato negativo in sede giudiziaria potrebbe portare alla proliferazione di cause analoghe (di filoni) intentate contro una delle parti; rispetto al prosieguo del contenzioso giudiziario il rischio d’impresa è considerato troppo alto; una o entrambe le parti sono interessate alla riservatezza; i costi e/o i tempi del giudizio sono considerati eccessivi; nessuna delle parti ha una posizione forte in fatto o in diritto; sussistono rilevanti aspetti emotivi dei quali si ha la consapevolezza cui non sarebbe attribuito adeguato rilievo nella causa; la negoziazione tra avvocati si è bloccata, ma le parti sanno che un terzo potrebbe sbloccarla.

[5] Tra gli altri casi non mediabili rientrerebbero: le situazioni nelle quali una delle parti è palesemente in mala fede; quei contenziosi finalizzati ad ottenere un precedente giurisprudenziale; quelle vicende nelle quali la “storia” delle persone è caratterizzata da episodi di violenza, tossicodipendenza, alcolismo, malattia mentale.

[6] Questa impostazione è più compiutamente descritta in Alberto Quattrocolo, Maurizio D’Alessandro, Ascolto e Mediazione. Un approccio pragmatico alla gestione dei conflitti, Franco Angeli srl, Milano, 2021

[7] Si vedano al riguardo anche molti altri articoli della rubrica Riflessioni, tra i quali: Il “sequestro emozionale” del conflitto e l’ “intelligenza emotiva” della mediazione; L’empatia non è un passeggiata

[8] A tale riguardo si può anche leggere: La mediazione familiare è laica

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