Conflitti che generano altri conflitti

«Quei pezzi grossi delle forze armate hanno un unico, grande, vantaggio: se li ascoltiamo e facciamo quello che dicono loro, dopo nessuno di noi potrà più dirgli, da vivo, che avevano torto»

(Il presidente John F. Kennedy al consigliere Kenneth O’Donnell).

L’osservazione amara del presidente Kennedy si presta efficacemente ad evocare quelle situazioni in cui si ha a che fare con conflitti che generano altri conflitti spesso di rilevanza notevole. Si fa riferimento, quindi, ad una particolare difficoltà, tra le tante, riscontrabile da chi tenta di gestire una situazione conflittuale che interessa un gruppo di persone, come ad esempio quelle che si verificano in una famiglia o in un’équipe di lavoro. Si tratta di una di quelle circostanze nelle quali sembra quasi che il conflitto sia una sorta di organismo vivente, propenso non solo a crescere ma anche a moltiplicarsi.

Cioè, non solo nelle situazioni conflittuali internazionali ma anche in quelli, di scala decisamente più ridotta che maturano all’interno dei nostri rapporti quotidiani capita che, fra gli appartenenti alla stessa fazione, si confrontino serratamente, fino a delegittimarsi reciprocamente, due o più soggetti intenzionati a condurre in modi radicalmente diversi la lotta contro la fazione avversa. Si tratta di quelle dinamiche relazionali in cui, senza quasi accorgersene, ci si trova a fronteggiare dei conflitti che generano altri conflitti ulteriori, che sorgono come effetti collaterali di quelli principali e che, non meno di quelli da cui sono originati, possono scavare solchi profondi nei rapporti personali, soprattutto nella misura in cui, insieme alle tensioni, riescono a procurare amarezze e a suscitare percezioni e vissuti di tradimento.

La citazione proposta, ad esempio, rivela come l’atteggiamento del presidente degli Stati Uniti, fosse orientato dalla duplice pragmatica prospettiva del “contenimento dei danni” derivanti dalla progressione del conflitto con l’Unione Sovietica e, contemporaneamente, della tutela dei più basilari interessi nazionali in gioco, inclusa l’immagine della potenza statunitense e del suo governo agli occhi dei cittadini americani e di quelli del resto del mondo. L’approccio sostenuto, invece, da quei vertici delle gerarchie militari, dei servizi di intelligence e da quei politici statunitensi favorevoli ad un bombardamento di Cuba e degli arsenali sovietici lì installati era orientato alla distruzione (o, almeno, all’umiliazione e alla messa angolo) della potenza militare dell’Unione Sovietica, essendo quest’ultima da essi vissuta come un nemico davvero mortale col quale sarebbe stato catastroficamente errato trattare: ritenendo l’impero sovietico come una sorta di mostro famelico intenzionato ad impadronirsi del mondo intero e governato da una leadership tradizionalmente propensa ad avvalersi di ogni diabolica astuzia, a ingannare, mentire e venir meno alla parola data senza esitazioni e del tutto aliena da qualsiasi manifestazione di umanità, costoro credevano che fosse da irresponsabili sperare di ottenere un accordo affidabile negoziandoci assieme. Si trattava di un punto di vista rispetto al quale non era del tutto alieno neppure John Kennedy, il quale, tuttavia, pur reputando la potenza sovietica capace di rispettare solo la forza e ottusamente propensa a disprezzare come indizio di debolezza il tenere conto, da parte degli avversari delle istanze umanitarie, in quella circostanza seppe far ricorso alla propria capacità empatica per intravvedere cosa si muovesse nella mente dei capi dell’URSS e, in particolare, di Nikita Sergeevič Chruščëv, il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica: ciò gli permise di comprendere che, se messa alle strette, Chruščëv avrebbe reagito esattamente come avrebbe fatto il governo USA nel caso in cui fosse avvenuto un poderoso e deliberato bombardamento sul proprio territorio o su quello di una nazione alleata: avrebbe risposto al fuoco, dando il via alla catena delle reazioni che avrebbe condotto all’olocausto nucleare su scala planetaria. Tale capacità relazionale del presidente americano ebbe un’importanza non secondaria nel consentire l’approdo ad un’uscita non catastrofica per l’intera umanità da quella crisi missilistica, ma non gli servì – o non riuscì a declinarla – nei suoi rapporti con i “falchi”, ossia i sostenitori della linea dura contro l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, i quali riconobbero solo formalmente il successo del suo approccio, restando convinti che fosse rivelatore di una debolezza e di un’arrendevolezza del presidente tanto biasimevoli quanto pericolose per la sicurezza degli Stati Uniti e di tutti gli abitanti del nostro pianeta.

Il rapporto tra i due conflitti (quello con la Russia e quello interno alla compagine governativa degli Stati Uniti) era, come spesso accade anche nella più ordinaria quotidianità conflittuale, di reciproco supporto: non solo si era in presenza di conflitti che generavano conflitti ma si era sviluppata una situazione nella quale i primi e i secondi si alimentavano vicendevolmente (abbiamo fatto alcuni riferimenti a tali aspetti anche nei tre post dedicati a JFK, pubblicati nella rubrica Corsi e Ricorsi: uno in occasione dell’anniversario della sua elezione alla presidenza, avvenuta l’8 novembre del 1960, un secondo relativo al fallimento del tentativo di invasione di Cuba maturato il 19 aprile 1961, e il terzo in ricordo del 22 novembre 1963, il giorno del suo omicidio).

Non per caso nel libro recentemente pubblicato, “Ascolto e Mediazione. Un approccio pragmatico alla gestione dei conflitti” (A. Quattrocolo e M. D’Alessandro, FrancoAngeli, 2021), abbiamo citato le frasi dette da Kennedy all’amico O’Donnell nel secondo capitolo, “Il conflitto” e, in particolare, nel paragrafo dedicato all’escalation del conflitto, spiegando in nota che con tali parole il presidente degli Stati Uniti, il 19 ottobre 1962, nel bel mezzo dei tredici giorni della crisi dei missili sovietici a Cuba, quando per quasi due settimane l’umanità temette che stesse per prodursi una guerra nucleare totale tra le due super-potenze, commentò, con il suo consigliere politico e amico Kenneth O’Donnell, l’esortazione ricevuta dal generale Curtis Le May, durante un incontro con i capi degli stati maggiori riuniti, di ordinare un massiccio bombardamento aereo dell’isola.

«Se non reagiamo qui, a Cuba, la nostra credibilità verrà sacrificata», aveva affermato Le May.

«Quale crede che sarebbe la loro [dell’Unione Sovietica] reazione», aveva chiesto Kennedy.

«Nessuna», era stata la risposta di Le May, il quale aveva sostenuto che il solo blocco navale dell’isola e le altre iniziative politiche prospettate dal presidente avrebbero portato «dritto alla guerra…», aggiungendo sarcasticamente: «In altre parole, lei, signor Presidente, in questo momento è in un bruttissimo guaio».

«Come ha detto?», aveva chiesto interdetto JFK.

«Lei è in un bruttissimo guaio», aveva ripetuto il generale.

Il presidente aveva sorriso senza allegria e poi aveva risposto: «Forse non se n’è accorto, ma c’è dentro anche lei».

Dopo la riunione Kennedy, arrabbiatissimo, riferì a O’Donnell, e commentò con le parole citate nella foto e all’inizio dell’articolo, la convinzione del generale che i sovietici non avrebbero reagito al bombardamento di Cuba e l’esortazione da quello rivoltagli ad agire in tale senso [1].

I conflitti che generano altri conflitti vertenti sui modi migliori per gestire i primi, spesso, si caratterizzano per il fatto che le posizioni sono contrapposte sul piano dei mezzi, ma non degli obiettivi. Nel caso di quello evocato dalla polemica tra Kennedy e Le May, si può riscontrare come, in fondo, i due, nel contrapporsi l’un l’altro, fossero addirittura sostenuti da finalità di lungo termine comuni e mossi da angosce condivise. Per coloro che condividevano l’approccio graduale di Kennedy come per chi si schierava sulle posizioni belliciste di Le May ciò che contava era prevenire il rischio di una distruzione dell’umanità. Per i secondi, tale obiettivo era raggiungibile mostrando al nemico sovietico una determinazione inesorabile a non tollerare sgarbi o minacce di qualsiasi sorta e ostentando una ferma disponibilità a fare uso della forza senza esitazioni, nella convinzione che solo così si poteva scoraggiare la controparte comunista dal lanciarsi in avventurose provocazioni. Per Kennedy la fermezza doveva essere integrata dalla consapevolezza che neppure i russi erano disposti a perdere la faccia, e con essa il potere che intendevano esercitare sui paesi del blocco comunista e su quelli che intendevano guadagnare alla loro influenza.

Con accenti e toni diversi ciascuno dei due “partiti” vedeva nell’altro una minaccia pericolosissima e lo considerava capace di commettere qualcosa di molto simile al tradimento [2].

Anche nei comuni conflitti che generano altri conflitti all’interno delle nostre vite succede di riscontrare tale meccanismo: il proliferare di più o meno esplicitate ipotesi e talora la verbalizzazione di accuse di tradimento indirizzate a coloro che, coinvolti nella lotta contro il comune avversario, sostengono una linea d’azione più flessibile o più rigida di quella con la quale ci identifichiamo noi.

Nella prospettiva di un non improvvisato bensì attento riflessivo approccio di Conflict Management anche per la gestione di tali secondari conflitti (e capita di rilevare che tali secondari generano altri conflitti a loro volta) e non solo per quelli primari, è fondamentale, ancor prima di darsi l’obiettivo di mediare, impegnarsi ad ascoltare, a far parlare e a far sentire ascoltati i protagonisti. Molto spesso, infatti, alla base delle rappresentazioni mentali sviluppate da ciascuno sulla situazione atto e sugli altri attori ci sono sentimenti e pensieri complessi e profondi che, restando inespressi, condizionano fortemente le dinamiche relazionali e ancor prima i vissuti.

Abbiamo fin qui riscontrato con l’esperienza che anche rispetto ai conflitti che generano altri conflitti l’approccio definito Ascolto e Mediazione rivela un’apprezzabile eclettismo che ne rinforza l’efficacia pragmatica e consente di evitare il rischio di sottovalutare una dimensione e di sopravvalutarne altre: soprattutto presenta maggiori possibilità applicative, proprio perché non è condizionato dall’obiettivo di conseguire accordi o pacificazioni, cioè di estinguere il conflitto, e non presuppone, per dispiegarsi, una iniziale disponibilità delle parti a collaborare per pervenire all’estinzione della loro contrapposizione reciproca.

Alberto Quattrocolo

[1] Questi brani di conversazioni e la descrizione dei fatti cui si riferiscono sono tratti da JFK. Una Vita incompiuta, di Robert Dallek, 2004 Arnoldo Mondatori, Milano.

[2] In sintesi: i primi temevano che una politica estera incline alla moderazione e all’accomodamento avrebbe spianato la strada ad una progressione di prepotenze da parte sovietica fino a minacciare la pace mondiale, come era già accaduto, appena 24 anni prima, in occasione dell’appeasement anglo-francese a Monaco – che veniva rinfacciato al presidente, essendo stato approvato da suo padre Joseph P. Kennedy, nel 1938 ambasciatore a Londra, quell’accordo firmato da Adolf Hitler (Germania), Neville Chamberlain (Regno Unito), Édouard Daladier (Francia) e Benito Mussolini (Italia). Le “colombe”, come venivano sprezzantemente chiamati Kennedy e quelli favorevoli alla sua linea, ritenevano che una politica caratterizzata da cieca intransigenza avrebbe inevitabilmente portato ad un conflitto nucleare totale. Sicché consideravano quei loro connazionali i migliori alleati di fatto delle mire espansioniste e delle tentazioni guerrafondaie e sovversive del Cremlino e della Cina comunista. Mentre per Curtis Le May e gli altri che la pensavano come lui, Kennedy e i suoi sostenitori erano nella migliore delle ipotesi degli inconsapevoli e incoscienti amici del nemico numero uno dell’Occidente, quindi, con la loro ingenua mentalità da liberali privilegiati favorivano l’avversarsi delle peggiori minacce alla democrazia, alla libertà alla pace provenienti dalle spietate cospirazioni comuniste.

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