Gli sbocchi professionali per i mediatori penali e per i mediatori familiari

Nell’ambito del ciclo di incontri All’ora del thè, in compagnia di …, organizzato e condotto da Maria Alice Trombara, Maria Rosaria Sasso e Antonella Sapio, dedicato a «Mediazione Familiare e dintorni. Chiacchiere in rete. “Perché tutti siamo importanti nelle dinamiche familiari”», il 7 luglio, si è parlato (anche) degli sbocchi professionali per chi si è formato alla mediazione penale. Infatti, dopo essersi soffermati sulle differenze tra mediazione familiare e mediazione penale (si veda questo post della rubrica Riflessioni), si è affrontata la questione di quali sono attualmente gli sbocchi professionali per chi si forma alla mediazione penale e a quella familiare. Lo spunto fornito ad Alberto Quattrocolo per riflettere su questo argomento, infatti, è stato posto da Antonella Sapio in questi termini:

«La mediazione è sicuramente una risoluzione alternativa della controversia – la possibilità di risolvere un conflitto in modo paritario -, e ciò è apprezzabile in una società che tende al conflitto… Ma, da un punto di vista lavorativo, quali sono gli sbocchi e quali possono essere per chi si accinge a seguire un master di Mediazione Familiare o di Mediazione Penale o entrambi?»

Questa domanda sugli sbocchi professionali, se veniva posta fino a qualche tempo fa da chi era interessato a seguire un percorso formativo sulla mediazione penale, dava luogo ad attimi di incertezza e talora a risposte che rischiavano di risuonare elusive oppure vaghe. Infatti, occorre considerare che fino a ieri – fino ad oggi in realtà – ci sono state – e, in qualche misura, permangono – differenze rilevanti tra un territorio e l’altro. Io, ad esempio, vivo a Torino, la città in cui ha sede Me.Dia.Re., e qui dal 1995 c’è un centro di mediazione penale minorile presso il Comune di Torino, che è frutto di un’intesa tra il Ministero della Giustizia, il Comune e la Regione Piemonte. E si tratta di un servizio che lavora moltissimo. Però, non tutte le città, non tutti i capoluoghi di provincia o di regione hanno dei centri così radicati e così antichi.

L’esperienza torinese (replicabile in altri territori) dei Servizi di Ascolto e Mediazione (Penale) che comprendono un servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le vittime di reato e per le persone ad esse affettivamente legate

Per quanto riguarda Me.Dia.Re. fin dall’inizio quasi 20 anni fa abbiamo declinato i nostri Servizi gratuiti come di Ascolto e Mediazione dei Conflitti, e non solo di Mediazione, prevedendo nel materiale informativo e svolgendo di fatto anche dei percorsi di mediazione tra vittima e reo, e come Servizi di Ascolto e Sostegno alle Vittime di reato e alle persone ad esse affettivamente legate.

Questo fatto ci ha consentito l’attivazione di percorsi di mediazione penale anche in assenza di convenzioni formali con strutture invianti quali possono essere quelle dell’amministrazione della giustizia. Ciò in virtù di accessi spontanei o su invio da parte di servizi non necessariamente legati all’amministrazione penitenziaria e, più, in generale, al sistema della giustizia penale.

Questo tipo di esperienza ci ha fornito delle competenze che abbiamo utilizzato proficuamente in ambito sanitario e in ambito lavorativo-organizzativo.

La mediazione (penale) in ambito sanitario e organizzativo-lavorativo

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Due ambiti normalmente non associati alla mediazione penale, ma che invece sono e andrebbero considerati come dei contesti applicativi di approcci di Giustizia Riparativa, nonché come sbocchi professionali piuttosto interessanti. Infatti, nell’uno e nell’altro caso spesso e volentieri il conflitto si collega con un fatto che è previsto dalla legge come reato: nell’ambio del conflitto in sanità, quando si tratta di evento avverso, l’ipotesi è quella della lesione personale colposa o dell’omicidio colposo; nel caso del conflitto sul luogo di lavoro, per esempio, può esserci un’ipotesi di mobbing. Quindi, se si gestiscono quei tipi di conflitto si sta facendo mediazione penale oppure no? Secondo me, sì, dal momento che si può dar luogo all’applicazione di principi e metodi di questo strumento di Giustizia Riparativa.

In termini autoreferenziali, sottolineo che è dal 2005 che portiamo avanti un progetto di Ascolto e Mediazione dei Conflitti in Sanità, introducendo, attraverso dei corsi di formazione, nelle Aziende Sanitarie Pubbliche di Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, proprio dei team (di Ascolto e Mediazione) per la gestione delle relazioni conflittuali tra professionisti della salute (medici, infermieri, ecc.) e pazienti (e loro famigliari). E, non c’è qui il tempo per segnalare quanto il fenomeno del contenzioso in sanità sia d’importanza serissima, sotto diversi profili: umano, sociale, economico e giudiziario.

Non tanto diversa è la problematica dei costi diretti e indiretti derivanti dai conflitti non gestiti all’interno delle organizzazioni di lavoro. Che si tratti di imprese – di piccolissime, piccole, medie o grandi e perfino enormi dimensioni -, di enti pubblici, di cooperative o associazioni del Terzo Settore o di associazioni di professionisti.

L’accresciuto e ulteriormente crescente bisogno di mediatori penali

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Poi, certamente, c’è anche la mediazione penale classicamente intesa. E, anche qui, in termini autoreferenziali, Me.Dia.Re. ha una convenzione con le strutture qui presenti sul territorio (in primo luogo, l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna – UIEPE – di Torino), che ci inviano i casi (il che avviene all’interno del progetto ComuniCare, di cui Me.Dia.Re. è partner, e che è successivo al più contenuto progetto Repair, del quale eravamo capofila).

Ma, al di là dell’autoreferenzialità di cui sopra, l’implementazione di questi progetti di Giustizia Riparativa, comprendenti anche attività di mediazione penale, che vedano collaborare l’istituzione pubblica con una rete di soggetti privati, pone in rilievo il fatto che, rispetto ad un relativamente recente passato, è cresciuta moltissimo la consapevolezza dell’utilità – ormai, quasi oserei dire, l’indispensabilità – della mediazione tra autori (o supposti tali) e vittime (o presunte tali); e ciò implica per chi si è formato alla mediazione penale una più concreta possibilità di sbocchi professionali rispetto al passato. Del resto, non a caso noi di Me.Dia.Re. ci siamo trovati a lavorare nei progetti di mediazione penale sopra citati, proprio in concomitanza con l’entrata in vigore delle norme sulla Messa alla Prova per gli adulti. In altri termini, anche della mediazione penale tipicamente intesa c’è un bisogno crescente e viepiù riconosciuto da parte di organi e uffici dell’autorità giudiziaria non meno che da parte dei professionisti dei vari UEPE. A ciò si deve aggiungere che, considerando l’attuale riforma della giustizia penale, la quale prevede un ancora più significativo ricorso agli strumenti di Giustizia Riparativa, è facile prevedere che si aprirà una prateria. Cioè, si parla dell’imminente necessità di una pletora, difficile da quantificare con precisione, di professionisti della mediazione penale. Quindi, oggi la domanda di mediazione penale è imparagonabile a quella che c’era fino a poco tempo fa, allorché, in ogni caso non era, comunque, insussistente. Infatti, non ho problemi ad affermare che diversi mediatori penali che hanno collaborato o che operano attualmente nel Centro di Mediazione Penale Minorile del Comune di Torino sono stati formati da noi nei nostri corsi di Mediazione Penale, Lavorativa, Sanitaria e Scolastica. Ciò significa che quel centro lavora parecchio, come già puntualizzato, e che ha anche bisogno di risorse umane da dedicare a quelle attività. E suppongo che lo stesso discorso possa valere per i centri analoghi di altre città, come Milano, ad esempio.

È possibile vedere qui il video di questo confronto, che comprende anche la risposta fornita da Giovanni Grauso (avvocato, mediatore familiare, membro del consiglio direttivo dell’A.I.Me.F.) alla domanda postagli da Maria Rosaria Sasso:

«Quali possibilità professionali si aprono per i mediatori familiari con la riforma del processo (civile) della famiglia».

Qui si trova quello dell’intervista integrale.

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