Corsi e ricorsi 2018
Su Corsi e ricorsi, a partire dal 1° luglio di quest’anno, è stato pubblicato ogni giorno un post relativo a qualche fatto tra quelli accaduti tra l’anno 1900 e il 2017.
Molti sono stati dedicati a ricorrenze note, perfino scontate (come, ad esempio, gli assassinii di John Kennedy e Yitzhak Rabin, l’esecuzione di Sacco e Vanzetti, l’8 settembre del ’43, le 4 giornate di Napoli, la cattura di Saddam Hussein o la strage della Thyssen Krupp), mentre altri a fatti meno noti (come quello sullo “scandaloso” matrimonio tra Sammy Davis Jr e May Britt o quello sulla spedizione dell’imbarcazione Kon Tiki). E non pochi attenevano a stragi e attentati, di matrice mafiosa e/o eversiva oppure riconducibili al terrorismo di stampo politico e religioso (dalle stragi di piazza Fontana, dell’Italicus, del rapido 904 e di Bologna a quella di via Palestro a Milano; dalla strage alle Olimpiadi di Monaco del ’72 a quella di Beslan del 2004; da quella di Nizza, del 2016, a quelle di Barcellona e di Mogadiscio dello scorso anno; dalle due stragi compiute da razzisti di estrema destra, entrambe il 22 luglio, una in Norvegia, nel 2011, e una a Monaco di Baviera nel 2016, a quella di Las Vegas del 1° ottobre del 2017, ecc.). Naturalmente, non poche tra le stragi ricordate si inserivano in precisi scenari bellici, e moltissimi sono stati i post rievocativi delle guerre che hanno insanguinato il cosiddetto Secolo breve e i primi 18 anni del nuovo Millennio.
Alcuni post di Corsi e ricorsi, però, sono stati scritti in relazione ad eventi di particolare rilevanza sul piano dei diritti civili e sociali o in termini culturali e di costume (dall’eliminazione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali da parte dell’American Psychiatric Association all’anniversario della morte del maestro Alberto Tanzi o di Mercedes Sosa; dai pugni alzati di Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico, del ’68, alla prima marcia Perugia-Assisi del ’61; dall’approvazione della legge introduttiva del divorzio nell’ordinamento italiano, nel’70, alla legge Merlin, del ’58, che, finalmente, aboliva la schiavitù sessuale legalizzata della donna e poneva fine allo sfruttamento sessuale perpetrato all’ombra delle leggi dello Stato; dalla riforma dell’ordinamento penitenziario del ’75 all’abrogazione del “delitto d’onore”, nel 1981). Alcuni sono stati dedicati all’uscita di certe opere cinematografiche particolarmente significative dal punto di vista di questa rubrica (da Guardie e ladri a Umberto D., da Il cacciatore a Tornando a casa e I cancelli del cielo).
Se numerosi post di Corsi e ricorsi sono stati dedicati alle atrocità commesse in nome del comunismo o per realizzare il progetto nazista, tanti sono stati dedicati all’avvento del fascismo, al suo progressivo affermarsi e, infine, alla caduta della dittatura fascista, col sanguinoso e infernale strascico della Repubblica di Salò. Diversi post poi hanno rammentato altre pagine storiche di cui gli italiani hanno ben poco di cui andare orgogliosi, incluse le mostruosità commesse nella conquista e nella gestione delle colonie in Libia e in Etiopia e la vergognosa condotta del contingente militare italiano inviato a Pechino.
Non si può essere orgogliosi, come italiani, neanche di altre vicende rievocate su Corsi e ricorsi, quali quelle relative al golpe Borghese, alla P2, al terrorismo di estrema sinistra e di estrema destra e al G8 di Genova del 2001, e ai tanti, troppi, misteri d’Italia, spessissimo connessi con il terrorismo, le mafie e la corruzione. Né, del resto, c’è alcunché di cui vantarsi rispetto alle sofferenze e alle morti ingiuste dei migranti di oggi, di ieri e dell’altro ieri.
Il senso di Corsi e ricorsi, però, non è quello di blandire un vago orgoglio nazionale, bensì quello di aiutare gli autori dei post e coloro che li leggono a ricordare e a riflettere, magari nella speranza che certi “errori” del passato non si ripetano. Anche per tale ragione si è voluto dare così tanto spazio alla memoria dei tanti – fossero preti, giornalisti, poliziotti, carabinieri, magistrati, politici, sindacalisti, ecc. – che hanno perso la vita, spesso anche per la solitudine nella quale li aveva lasciati lo Stato, nella lotta contro le mafie e il terrorismo. Per analoghe ragioni si è scelto di ricordare chi ha deciso di opporsi alla dittatura fascista, prima (come Giacomo Matteotti o Carlo e Nello Rosselli, oppure come i 12 professori universitari su 1200 che nel ’31 rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista), e all’occupazione nazifascista, poi, fino a rimetterci la vita; come si è deciso di rendere omaggio a figure che nel nostro Paese e altrove si batterono per la libertà, la pari dignità tra gli esseri umani e la giustizia. Persone, quali Ken Saro-Wiwa, Carlo Casalegno, Giorgio Ambrosoli, don Peppe Diana, Mauro Rosstagno, Antonino Caponnetto, Minerva, Maria Teresa e Patria Mirabal, Harvey Milk, Steven Biko, Desmond Tutu, Nelson Mandela e Leonard Matlovich per non citare che alcune persone, tra quelle rammentate su questa rubrica, che meritano un grato e inestinguibile ricordo. Parafrasando Gaetano De Sanctis, uno di quei 12 docenti che si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista e di educare alla devozione ad esso, dovremmo sempre ricordare che tutto quel che abbiamo, in fondo, in termini di diritti civili, politici e sociali, quei principi che sono fissati nella Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio di 71 anni fa, lo dobbiamo a coloro che ebbero «parimenti sdegno di essere oppressi e di farsi oppressori».
Così, se i fatti recuperati in Corsi e ricorsi sono tutti, direttamente o meno, attinenti con il conflitto nelle sue più diverse manifestazioni e accezioni, sullo sfondo di molti di questi post, se non della loro totalità, s’intravvede sempre un elemento terribilmente ricorrente della dinamica conflittuale, sia essa di genesi spontanea ovvero studiata a tavolino: la trasformazione dell’altro in nemico e la sua de-umanizzazione. Elementi, questi, che, com’è noto, consentono e facilitano la commissione delle peggiori ingiustizie, permettendo all’autore di queste di autolegittimarsi e di cercare consenso presso coloro che suppone possano essere persuasi dai suoi argomenti.
Corsi e ricorsi da oggi si prende una pausa fino al 7 gennaio dell’anno che sta per iniziare, ma prima di augurare a tutti buon anno, ricorda che i sette fratelli Cervi – Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore -, contadini dalle salde convinzioni democratiche e, quindi, antifascisti, per il loro impegno nella Resistenza, una volta catturati, vennero torturati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943, nel poligono di tiro di Reggio Emilia.
In qualche misura è anche un omaggio a loro la scelta dell’immagine adottata per questo post. Si tratta di una foto di scena del film C’eravamo tanto amati (1974, di Ettore Scola). Un’opera che, come scrisse Gianpiero Brunetta, illustrava «speranze, utopie, fame, benessere, battaglie culturali vissute con grande partecipazione e perdute regolarmente, rinunce, grandi e piccole passioni, vigliaccherie, compromessi, ma anche piccole riserve di capacità di pensare ancora ai mondi possibili».
Buon 2019, con l’augurio che ci porti un po’ più vicino ad un migliore mondo possibile.
Alberto Quattrocolo











Sono uomini feriti e già tante volte umiliati. Uomini sulla cinquantina, con mogli e figli, e una sola fonte di reddito, quello che essi portano a casa e che non basta mai. Uomini stanchi, che hanno fatto il pieno della retorica per venti e più anni di fascismo e che hanno visto il loro Paese andare in malora prima, durante e dopo la guerra. Hanno rinunciato, quindi, a farsi illusioni su di sé e sull’Italia miserabile in cui vivono. Però, non avendo altra scelta, tirano avanti e lottano contro il fallimento totale. Per l’uno, il brigadiere, fallire vuol dire non riuscire a catturare il ladro che gli è sfuggito, il che implica automaticamente la perdita dell’impiego e la caduta nel mondo cui appartengono i diseredati come il ladro Esposito; mentre per costui essere arrestato da Bottoni significa far finire la famiglia sul marciapiede.
In effetti, è davvero difficile fare il tifo esclusivamente per il brigadiere Bottoni nella sua caccia al ladruncolo che gli è scappato. Perché, da un lato, Aldo Fabrizi riesce a farci sentire come la sua burbera bonarietà e la sua ingenuità siano sopravvissute alle sberle e ai disincanti. Insomma, sappiamo che è una persona perbene, che ha un cuore e anche un forte senso del dovere, e empatizziamo con la sua angoscia di dover dire addio al posto di lavoro, se non cattura il ladro; però, dall’altro, riconosciamo che è a dir poco cinica e meschina la trappola che egli prepara ai danni degli ignari famigliari di Totò. Insomma, la nostra disapprovazione convive con il fatto che nell’arco della nostra vita abbiamo provato, almeno una volta, la sua stessa desolata solitudine: quella che nasce dal non riuscire a condividere con le persone più vicine le paure e la sofferenza che proviamo.
Non meno solo è anche il ladro. Di lui, Totò, con quella barba di tre giorni, gli occhi stanchi di uno scugnizzo invecchiato e la faccia di chi troppe ne ha viste, ci trasmette, sotto pelle, l’impossibilità di spartire e di sentire compreso dagli altri quel che si porta silenziosamente dentro. Il peso sfiancante della responsabilità, la spossata rincorsa di un irraggiungibile domani migliore, il sentimento della propria inadeguatezza, i sensi di colpa e di vergogna per la sfilza dei fallimenti accumulati e per l’inconfessabile “lavoro” realmente svolto, la stanchezza e il disgusto per le bugie spacciate anche a moglie e figli.
«Fèrmate, fèrmate, che fegura ce famo all’estero…» grida, senza fiato, Fabrizi, nella prima parte del film, quando insegue Totò. E, «che fegura ce famo» all’ “interno”? Entrambi i personaggi, in effetti, sono confinati in una solitudine emotiva, perché condizionati dal «che figura ci faccio con i miei famigliari, se scoprono la verità?» Nessuno dei due, infatti, ha messo al corrente moglie o figli su quel che gli succede fuori di casa. Così la famiglia Bottoni ignora il rischio del licenziamento che sta correndo il brigadiere, e la famiglia Esposito non sa che le sue misere entrate sono di natura illecita.
Ovviamente, allo stomaco dello spettatore arriva a piccole dosi l’angoscia di questi due mariti e padri che cercano di non perdere, con la faccia, anche l’amore coniugale e filiale. Propongono un’immagine falsa di sé ai loro cari, perché temono che quella vera, se conosciuta, li priverebbe della loro stima e del loro affetto. Quindi, quando escono di casa, ne escono davvero, perché sono, lì fuori, completamente da soli. E quando rientrano rimangono, in realtà, ugualmente soli.
A voler guardare la conclusione della pellicola con gli occhiali della
L’ottusa censura democristiana dell’epoca
Il brigadiere Bottoni, infatti, nel finale comprende il male che sta facendo al truffatore e ai suoi cari. Lo sente, ancor prima di realizzarlo mentalmente. Si accorge che l’altro, colui che lo ha messo nei guai, è un essere umano, come lo è lui. Non è un santo, anzi fa il ladro, ma è una persona. Non è soltanto, quindi, un’entità astratta, il nemico, da perseguire legalmente. Analogamente – pensando ancora in chiave sia
Diventano vere, cioè, le persone la cui umanità aveva sempre tenuto lontano dalla propria coscienza, tutta intenta ad autogiustificarsi con i soliti meccanismi auto-assolutori: i miei sono illeciti di poco conto, che non fanno davvero male a nessuno; ci sono stato costretto dalle circostanze; è colpa della società; la vittima non è tale perché è più ricca di me, oppure perché se l’è cercata o perché se lo merita per la sua ingenuità credulona o per la sua avidità. E alla realtà della natura umana della sua vittima il ladro non può più sottrarsi. Così convince l’ormai riluttante guardia a portarlo in carcere, essendo approdato a quel sentimento per il quale mors tua significa, in fondo, mors mea. Non è la falsa immagine di sé ciò che va difeso, scopre Totò, non il finto superamento di traguardi mai raggiunti, né è da conservare l’arroganza o la prepotenza con cui si celano le frustrazioni di un riconoscimento sociale non conseguito: è la propria umanità che non va persa.
Anche per queste ragioni, oltre che per i tanti pregi tecnici e artistici (si pensi alla fotografia di Mario Bava e alla colonna sonora di Alessandro Cicognini), verrebbe da raccomandare la visione del film di Steno e Mario Monicelli ai ragazzi delle scuole. E, be’, anche agli adulti. Peraltro, con tutta la sua ironia e il suo contagioso umorismo, con il suo umanesimo non pedagogico bensì risolto sul piano dei fatti, delle interpretazioni e delle scelte registiche, si accorderebbe non poco con lo spirito natalizio. Cioè, con quello spirito che tutti, almeno a parole, vorremmo fosse comunemente declinato in termini di comportamenti etici e morali.
Del resto, per quanto nel 1951 l’uscita a ridosso del Natale fosse dovuta ai rinvii legati al braccio di ferro con la censura, non stonò neppure allora con il clima natalizio. Era sì, un film da ridere, ma anche da ricevere nel cuore e da pensare. Ricordava a tutti che la demonizzazione e la de-umanizzazione dell’altro – che avevano sparso devastazioni e atrocità inaudite nell’appeno concluso secondo conflitto mondiale -, potevano essere superate. Perché ognuno di noi è capace di scorgere l’umanità dell’altro e di sentire che la propria umanità è qualcosa da non perdere mai. Anche perché perderla ci rende vuoti e infelici, rancorosi e soli. Mentre il finale di Guardie e ladri non è triste e non suscita rabbia: superando pregiudizi e stereotipi, riconoscendosi reciprocamente come persone, Bottoni ed Esposito trovano qualcuno in grado di comprendere e, così, di colmare, almeno un po’, il vuoto che mestamente si trascinavano dentro.
