4.10.2009, muore Mercedes Sosa, icona della libertà.

Que ha de ser de la vidasi el que canta
no levanta su voz en las tribunas
por el que sufre
(M. Sosa, Si se calla el cantor)

Il 4 ottobre 2009 si spegne a Buenos Aires la cantante folklorica e attivista argentina di fama internazionale Mercedes Sosa. Tre giorni di lutto nazionale, la camera ardente aperta nella sede del Congreso Nacional: una manifestazione di rispetto istituzionale verso un’artista un tempo perseguitata come nemica pubblica e trasformata ora in eroina nazionale.

La sua storia è anche una testimonianza delle vicende più tragiche dell’Argentina del dopoguerra: il regime militare, il susseguirsi di dittature, le decine di migliaia (la stima è ancor oggi incerta) di desaparecidos, la repressione sui settori della società politicamente più attivi, compresi gli artisti. In quegli anni, Mercedes Sosa ha dato voce a uomini e donne messi a tacere dalla violenza, dalla prevaricazione, dall’ingiustizia:

Nella voce di Mercedes – scrive lo scrittore argentino Ernesto Sabato – ci sono mistero, dolcezza, bellezza, malinconia, ma anche la vigliaccheria degli uomini, i bambini orfani, l’urgenza della giustizia, la necessità di una rivoluzione e utopie possibili.

La definirono Cantora del Pueblo, Madre d’America, Pachamama, la voce della terra, ma per la gente sarà sempre e solo “la Negra” (in America Latina la parola ha un’accezione affettuosa). Mercedes nasce a San Miguel de Tucumán, il 9 luglio 1935, da una famiglia molto povera ma serena; canta sin da bambina, in casa, a scuola, alle veglie funebri, alle cerimonie e alle feste di paese, ma detesta esibirsi in pubblico, vergognandosi quando il padre la costringe a farlo. Ciononostante, a un concorso organizzato da una radio locale vince il primo premio e, messi da parte gli indugi iniziali, il padre acconsentirà alla firma del suo primo contratto radiofonico.

Negli anni successivi Mercedes alterna lo studio con le audizioni e l’insegnamento di danze folkloristiche, diventando piuttosto nota dalle sue parti. Nel 1957 sposa il compositore e chitarrista Oscar Matus e si trasferisce a Mendoza, città dell’Argentina centro-occidentale, dove allora si viveva un’epoca di straordinaria effervescenza culturale. Matus, insieme al poeta Armando Tejada Gómez, era uno dei promotori del Nuevo Cancionero, movimento di rinnovamento culturale che aveva per obiettivo il riscatto del patrimonio della musica popolare e il suo adattamento ai nuovi generi e contenuti della società moderna: fino a quel momento,

il folklore era roba di paesaggi, con le canzoni di Matus e Tejada Gómez si scoprì che il paesaggio è importante, ma molto più importante è l’uomo. E, così come cambiò il folklore con l’arrivo di Matus, allo stesso modo cambiò Mercedes e il suo repertorio.

Era necessario affrancarsi dal folclore a buon mercato delle canzonette artefatte, fabbricate su imitazione del repertorio popolare. Era tempo di immaginare un nuovo mondo, di lottare per una società migliore con parole diverse. L’arte, la musica, la canzone, la pittura erano i veicoli attraverso cui mostrare questa nuova realtà, libera e democratica, più giusta e solidale. “El que no cambia todo no cambia nada”: se non si cambia tutto, non si cambia niente. In quegli stessi anni, continui golpe militari minano i governi eletti in Argentina: nel 1955 le Forze Armate rovesciano Perón e stabiliscono la cosiddetta Revolución Libertadora, la Marina Militare bombarda la Casa Rosada, Perón fugge in esilio; cadrà anche il governo di Arturo Frondizi, rovesciato da un golpe militare nel 1962.

In quel periodo Mercedes fa il suo debutto discografico, ma la svolta artistica avverrà nel 1965, al Festival Nazionale del Folklore di Cosquín, dove intona la “Canción del derrumbe indio”, narrando il dolore dell’indigena davanti ai soprusi dei conquistatori bianchi. Al successo si accompagnano le difficoltà nella vita privata, con la separazione dal marito e l’affidamento del figlio ai nonni a Tucumán.

A partire del 1967 inizia una nuova fase nella vita professionale della cantante, che la porterà sui palcoscenici internazionali, e nella vita personale, con l’inizio del rapporto affettivo col suo manager Francisco “Pocho” Mazzitelli, che l’aiuterà a superare l’alcolismo e altre vicende dolorose.

Nel 1969, mentre il paese subisce una nuova dittatura militare, esce l’album “Mujeres Argentinas” dedicato a personaggi femminili della storia nazionale, e Mercedes alterna gli impegni internazionali ai concerti gratuiti e alle registrazioni discografiche. Agli inizi degli anni ’70 escono diversi album importanti sia per la musicalità che per il loro contenuto politico e sociale: brani come “Canción con todos”, “Cuando tenga la tierra” e “Gracias a la vida” diventeranno inni di lotta e di speranza per i popoli dell’America Latina. Nel ’72 canta nel tempio della musica classica, il Teatro Colón, nel ‘73 si esibisce in America Latina, Europa, in Unione Sovietica, assiste a Mosca al Congresso Mondiale per la Pace e a Parigi chiude lo spettacolo della Fête de l’Humanité.

Ma in patria continuano le pressioni e nel 1975, durante il governo di Isabelita Perón, è minacciata di morte dalla Tripla A (l’Alleanza Argentina Anticomunista). II 24 marzo 1976 s’instaura la dittatura di Videla, la più sanguinosa della storia argentina; poco dopo esce l’album dedicato a poeti latinoamericani come Víctor Jara e Pablo Neruda e la censura diventa minaccia: “Ti facciamo saltare sul palco”, dicono le telefonate anonime, mentre migliaia di manifesti invitano la gente di Buenos Aires a non partecipare allo spettacolo; poi una bomba esplode nel bagno della biglietteria del teatro, poco dopo prenderà fuoco la sala più grande. Nonostante la paura, lo spettacolo va in scena per un mese.

A febbraio del ‘78 muore improvvisamente il suo compagno e a ottobre durante un concerto viene arrestata per qualche ora insieme al suo pubblico. La situazione diventa insostenibile: i suoi spettacoli vengono cancellati, la sua voce sparisce dai programmi radiofonici e i suoi dischi vengono ritirati dai negozi. Nel 1979 Mercedes parte per la Spagna: “L’esilio fu il delitto perfetto. Alcuni si esiliarono dentro. Altri […] fuori. Il delitto sta sia dentro che fuori, è perfetto”, dirà.

Fra il ’79 e l’82 si trasferisce a Parigi, poi a Madrid, calcando i teatri di tutta Europa con brani come “Al jardín de la República”, canzone d’amore per la sua terra, o “Todo cambia”, canto di dolore per la lontananza dal suo Paese; la sua voce trasmette speranza alla moltitudine di esiliati nel vecchio continente, ma a dispetto dei trionfi la cantante vive in uno stato di profonda tristezza e solitudine.

Nel 1982, poco prima che la dittatura compia l’ultima carneficina nella guerra delle Falkland/Malvinas, l’artista rientra in Argentina: i concerti al Teatro Ópera di Buenos Aires rimarranno una tappa memorabile nella lotta per la democrazia. Mercedes è affiancata da prestigiosi artisti locali e da un pubblico che, nonostante la paura, affolla la sala per dieci giorni consecutivi; canta una canzone di pace più volte censurata, “Sólo le pido a Dios”, e tutti i concerti iniziano con il brano “Todavía cantamos”, un inno alla resistenza e alla speranza.

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Col ritorno della democrazia la cantante rientra definitivamente in patria; nella sua lunga carriera viene insignita di numerosi premi e riconoscimenti internazionali e collabora con artisti di fama planetaria. Considerata la voce più importante dell’America Latina, continuerà a viaggiare per il mondo, dagli Stati Uniti al Marocco, dalla Bolivia a Israele, unendo le doti della sua voce al suo impegno etico per le donne, per la depenalizzazione dell’aborto, contro le dittature, per la verità sui desaparecidos, per la pace e i diritti civili, per l’infanzia con l’Unicef, per la salvaguardia dell’ambiente, lottando al fianco di grandi personalità e degli ultimi della terra, i depredati da tutti, gli indios dell’Amazzonia, di Panama, dell’Argentina.

Nel 2013, pochi anni dopo la sua morte, il ministro della Difesa argentino renderà noto il ritrovamento di centinaia di documenti risalenti al periodo della dittatura di Videla (1976/83), tra cui una lista nera di 331 intellettuali e artisti argentini ritenuti pericolosi per il regime e quindi da eliminare. Mercedes Sosa era tra quei nomi.

Silvia Boverini

Fonti:
M. Venegoni, “Gracias a Mercedes Sosa, La Negra. Guerra alla dittatura con la musica”, www.lastampa.it;
M. Santopadre, “Argentina: scoperta una lista di artisti antifascisti da eliminare”, www.contropiano.org;
R. Braceli, “Mercedes Sosa, la Negra”, ed. Perrone;
C. Ferrari, “Mercedes Sosa, la Cantora del pueblo”,  www.patriaindipendente.it;
A. Langtry, “Mercedes Sosa”, www.enciclopediadelledonne.it

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