8 agosto 1956, Marcinelle (Belgio), tragedia in miniera

Notte di attesa, notte di immenso dolore: gente del Nord e del Sud, gente di ogni regione d’Italia: tutto il dramma della nostra emigrazione è spietatamente sintetizzato sul ciglio di questa strada

Così scrisse Umberto Stefani, inviato del Corriere d’informazione a Marcinelle, in Belgio.

La mattina dell’8 agosto 1956, la miniera di carbone di Bois du Cazier, si riempì di fumo a causa di un incendio nel condotto che portava l’aria dentro i tunnel sotterranei.

I soccorsi furono da subito molto lenti e complessi: gli ultimi cadaveri, in condizioni pessime e difficili da riconoscere, furono portati fuori dalla miniera soltanto nel marzo del 1957. Morirono in tutto 262 persone, tra cui 136 operai italiani.

All’esito delle tre inchieste avviate per accertare dinamiche e responsabilità dell’incidente, dopo tre anni i tecnici e gli ingegneri imputati di omicidio plurimo vennero assolti; solo nel 1961 la Corte d’Appello di Bruxelles condannò a sei mesi di carcere il direttore dei lavori ma, a tutt’oggi, per i giovani “musi neri” di Marcinelle non c’è ancora nessuna verità… Nel 1957 intanto erano riprese le attività della miniera, che fu poi chiusa nel 1967.

Nel 1946, dieci anni prima dell’incendio, l’Italia aveva firmato con il Belgio un protocollo che prevedeva il trasferimento di 50mila lavoratori in cambio del carbone. Bruxelles chiedeva manodopera a basso costo disposta a scendere sotto terra, lavoro pesante e mal retribuito, a cui fino a quel momento erano destinati i prigionieri di guerra; l’Italia non disponeva di materie prime ma aveva manodopera in eccesso in cerca di un avvenire: era l’accordo “minatori-carbone”, uno scambio tra uomini e merce.

È Alcide De Gasperi a firmare il protocollo d’intesa, cui fa seguito un’emigrazione massiccia definita da alcuni storici come una deportazione vera e propria, che obbliga quelli che decidono di partire per sfuggire alla miseria e alla disoccupazione a scendere nel sottosuolo per almeno un anno, pena l’arresto.

L’accordo prevede l’invio di 2mila operai a settimana, cui si aggiungono anche le famiglie dei minatori, mogli, figli, genitori; in cambio il Belgio si impegna a fornire al nostro Paese il carbone a basso costo. Nelle città e nei paesi d’Italia i manifesti rosa di “reclutamento” promettono lavoro e salario: unici requisiti, una buona salute e un’età massima di 35 anni, nessuna preparazione richiesta, nessuna menzione circa i diritti degli operai e le condizioni di lavoro.

I lavoratori italiani che si mettevano in viaggio verso il Belgio venivano selezionati lungo il percorso, poi arrivavano in treno a Bruxelles, ma nello scalo merci, non nella stazione passeggeri; caricati sui camion del carbone, venivano trasportati negli ex campi di concentramento ereditati dal recente conflitto. Gli immigrati italiani e le loro famiglie erano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra, sovraffollate, senza acqua ed elettricità, con bagni collettivi. La sicurezza sul lavoro era risibile, gli orari massacranti, gli straordinari obbligatori, i diritti sindacali inesistenti. Inoltre, gli immigrati italiani erano spesso mal tollerati. Molti belgi li chiamavano “macaronìs” e fuori dai locali del distretto minerario di Charleroi fiorivano i cartelli: “ni chiens, ni italiens”, “né i cani, né gli italiani”.

La memoria di quegli anni è oggi affidata alle narrazioni che rievocano la grande migrazione italiana verso il Nord Europa (cfr. di Stefano P., La catastròfa, Sellerio, 2011) e agli ex minatori e alle associazioni impegnate a preservarne e trasmetterne il ricordo; grazie alle proteste di questi ultimi, qualche anno fa si è evitata la trasformazione in centro commerciale di ciò che rimane della miniera di Bois du Cazier, da tempo divenuta un memoriale aperto al pubblico.

Silvia Boverini

Fonti:

Lidia Baratta, “Quando gli immigrati senza diritti eravamo noi”, www.linkiesta.it ;
Alessandra Solarino, “Martinelle 8 agosto 1956. La tragedia dei minatori tra rimozione e memoria”, www.rainews.it;
“Il disastro di Martinelle, 60 anni fa”, www.ilpost.it

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