Verso uno Stato etico, religioso e sociale
Il 9 dicembre si compie un altro passo verso l’edificazione di uno Stato etico, religioso e sociale. Un passo, che nel suo compiersi pare quasi scontato e che agli italiani sfugge pressoché del tutto. L’intenzione, infatti, è quella di far passare sotto silenzio questo decisivo passaggio della transizione in corso. Il Parlamento è stato adeguatamente demonizzato, i partiti che un tempo vi erano rappresentati, di maggioranza e di opposizione, sono stati prima delegittimati nella percezione di una parte dell’elettorato, poi, divenuti tutti minoranza parlamentare, sono stati emarginati. I governi precedenti sono stati oggetti di una tale campagna di discredito che sono davvero pochi quelli che li rimpiangono. Perciò, questa ulteriore tappa, dal punto di vista del potere, va affrontata senza suscitare alcun clamore, facendola apparire, ai pochissimi che dovessero farci caso, come qualcosa di rilevanza davvero modesta.
Del resto, perché un governo intento ad edificare uno Stato etico, religioso e sociale dovrebbe prendersi la briga e il rischio di rivolgersi al popolo annunciandogli che gli si sta togliendo anche l’ultimo brandello del diritto di eleggere i propri rappresentanti? Perché correre il pericolo che il cittadino si ricreda e si accorga che il Potere sta per riprendersi quasi tutto quello che lui aveva guadagnato nel corso dei secoli, affrontando lotte e repressioni, rivoluzioni e restaurazioni, riforme e controriforme?
Dux
Nel 1923 lo scultore Adolfo Wildt, sul modello dei busti romani, ne aveva realizzato uno per Mussolini, presentato alla Biennale di Venezia l’anno dopo. Nel giungo del ’26 Margherita Sarfatti, la direttrice di “Gerarchia”, amica, amante e concubina semiufficiale di Benito Mussolini, sua confidente privilegiata, da lui ascoltatissima consigliera in ambito culturale e rilevantissima organizzatrice del suo mito, oltre che dama di compagnia della regina, aveva dato alle stampe, presso Mondadori, la biografia del «Capo del governo e Duce del fascismo», intitolata “Dux” [1].
Con l’immagine e con la parola si sviluppava ulteriormente, prendendo un nuovo slancio, l’edificazione del mito mussoliniano, concepito dalla stessa Sarfatti e condiviso da Mussolini: questi nella mente degli italiani doveva diventare l’uomo della Provvidenza, colui al quale l’Italia aveva assegnato l’alta impresa di restaurare la grandezza della Roma dei Cesari.
La via costituzionale verso l’instaurazione dello Stato etico, religioso e sociale
Com’è noto, era occorso un po’ di tempo a Mussolini per arrivare fino a lì. Neanche troppo, in effetti, trattandosi di sbranare, un pezzo alla volta, il corpo già ferito, afflitto e stanco del regime democratico dello Stato liberale [2]. Tutti i provvedimenti visceralmente antidemocratici fin lì adottati da Mussolini (riassunti alla nota 2), che avevano portato alla soppressione o alla fortissima restrizione delle libertà fondamentali degli italiani e alla messa fuori legge dell’opposizione, erano stati presi, però, nel rispetto formale della costituzione vigente, grazie all’abilità del Ministro della Giustizia, Alfredo Rocco. Lo Statuto Albertino restava in piedi e non veniva abrogato [3].
Ma per il Duce tutto questo potere non era abbastanza.
Mussolini voleva di più, molto di più. Non gli era sufficiente essere a capo di una tipica dittatura militare, né si accontentava di governare “un regime eccezionale” come quelli instaurati nel periodo liberale per fermare l’affermazione del comunismo. Voleva radicalmente trasformare gli individui che compongono la società, per sottoporla all’onnipotenza dello Stato. Ma non di uno Stato qualsiasi, bensì di quello che il ministro Rocco, in un discorso del marzo del ’28, chiamò lo Stato etico, religioso e sociale.
Il Partito Nazionale Fascista, come strumento per l’edificazione dello Stato etico, religioso e sociale in senso fascista, con un solo uomo al comando
Dalla sua fondazione nel marzo del 1919 il movimento fascista aveva subito una significativa trasformazione, funzionale ai traguardi che di volta in volta il suo capo e fondatore si dava.
Da “antipartito” a partito di Stato

Fino al ’21 era stato l’“antipartito” generativo di una forza politica nuova in tutto e per tutto, rappresentante il meglio della gioventù uscita e forgiata dalla Grande Guerra. Tra il ’21 e il ’22 era divenuto un’organizzazione politica, classica, sì, ma la cui violenza intrinseca era organizzata militarmente onde costituire un efficace e potente strumento per la conquista del governo. Con la crisi innescata dall’omicidio di Matteotti, il PNF, con il suo braccio armato, poliziesco e militare insieme, era diventato uno strumento per reprimere e isolare l’opposizione. Il 7 aprile del ’26, poche ore dopo il fallito attentato compiuto da Violet Gibson (ne abbiamo parlato qui), Mussolini aveva detto chiaramente che il PNF, divenuto nel frattempo partito unico, sarebbe stato subordinato al governo e al suo capo, che erano l’incarnazione suprema dello Stato. E intendeva uno Stato etico, religioso e sociale fascista.
«Lo Stato fascista è il governo fascista, e il Capo del governo fascista è il capo della rivoluzione fascista»
In quell’occasione davanti al direttorio del PNF, Benito Mussolini aveva affermato:
«La più alta espressione del regime è il governo […] Lo Stato fascista è il governo fascista, e il Capo del governo fascista è il capo della rivoluzione fascista».
Un mese e mezzo dopo, il 25 maggio 1926, a Genova aveva aggiunto:
«Nella vita nazionale vi deve essere uno solo che comanda».
Per ridurre il PNF all’obbedienza più totale, Mussolini aveva silurato Farinacci, colui al quale, già ras di Cremona, nel febbraio ’25, aveva affidato il compito di ridurre il partito all’obbedienza, contando sulla brutalità e l’efficienza che aveva sempre dimostrato. Farinacci, però, per il duce era incline all’indipendenza, quindi, era stato sostituito nel ’26 da Augusto Turati, più capace di trattare con Mussolini, ma di rigorosa intransigenza anch’egli. Tanto che da subito si dedicò a all’espulsione dei militanti sgraditi [4]. Ne risultò un cambiamento anche sociologico, un imborghesimento assai marcato [5].
Il PNF come «strumento cosciente della volontà dello Stato»
Soprattutto, Augusto Turati aveva sottoposto il partito ad una rigida disciplina: non vi erano ammesse le correnti, non poteva valere il principio democratico dell’elezione, visto che era stato abolito per l’intero Paese, doveva essere totalmente subordinato allo Stato. La sua funzione era quella di «strumento cosciente della volontà dello Stato». E in tal senso era concepito il nuovo statuto approvato il 18 ottobre del 1926, che poneva formalmente il Duce al vertice della gerarchia del partito e innalzava il Gran Consiglio del Fascismo (ne abbiamo parlato qui, qui e qui) a «organo supremo del fascismo». Un organo, però, presieduto da Mussolini e convocato su sua iniziativa.
La passività di Vittorio Emanuele III e dei senatori
Certamente il Capo del Governo pativa il non poter essere anche il Capo dello Stato ed era costretto a mettere la sordina ai suoi sentimenti anti-monarchici, che aveva da sempre nel sangue e ribollivano per farsi realtà.
Ma il duce sapeva anche che il Re non avrebbe interferito seriamente nei suoi programmi di fascistizzazione dello Stato e del popolo.
L’accordo tacito tra il Re e il duce per mantenere la finzione della monarchia costituzionale
Formalmente vigente, lo Statuto Albertino conservava al Re il potere di revocare il Capo del Governo e di nominarne un altro, ma Mussolini conosceva due punti deboli del sovrano che erano altrettanti punti di forza per lui: sapeva che per il Re contemplare la decisione di revocargli l’incarico significava misurarsi con il timore che insieme al fascismo potesse cadere anche la monarchia; ne aveva valutato puntualmente il carattere timoroso e indeciso e l’attitudine formalista. D’altra parte, Vittorio Emanuele sapeva che il duce era cosciente di non poter mettere in pratica il suo sogno fondare una repubblica fascista e di essere costretto a preservare la facciata della monarchia costituzionale. Il tentare di farlo, infatti, lo avrebbe portato allo scontro con una forza pericolosissima: quegli ambienti conservatori legati a Casa Savoia in cui si installavano le più alte gerarchie militari
L’inconsistenza quasi totale del Senato
Mussolini aveva accettato anche di conservare il Senato. Ne stimava assai poco i membri e non li riteneva capace di assurgere al rango di difensori della democrazia che egli stava smembrando. Eppure, costoro, di nomina regia e aventi una posizione e uno status tali da non esporli a seri rischi di contraccolpi, se si fossero compattati a difesa della democrazia, magari con il sostegno e lo stimolo di un monarca meno timoroso, avrebbero potuto costituire un centro di opposizione vera. Ma non fu così. Con poche eccezioni, lodevolissime e coraggiose proprio in quanto isolate, i senatori si limitarono a lasciarsi ricoprire dagli onori elargitigli generosamente dal regime, approvandone in cambio anche i più antidemocratici provvedimenti.
La legge del 9 dicembre del ’28 che segnò la totale scomparsa di ogni residuo di democrazia rappresentativa
Analogamente anche la Camera avrebbe potuto essere risparmiata, essendo già stati espulsi gli oppositori ritiratisi sull’Aventino e sciolti e dichiarati fuori legge tutti i partiti tranne quello fascista. Però attorno a Giolitti si era costituita una piccola cerchia di oppositori al regime, che pur costretta a votare, a scrutinio segreto, soltanto contro i bilanci e le leggi proposti dal governo, costituiva per Mussolini un fastidio intollerabile, un ostacolo verso la meta dello Stato etico, religioso e sociale in senso fascista.
La legge sull’ammissibilità delle sole «liste di sicura fede fascista»
Così Mussolini chiese al Gran Consiglio del Fascismo di elaborare una legge che modificasse radicalmente l’elezione dei deputati: il testo, approvato dalla Camera dei Deputati nel marzo del ’28 e promulgato due mesi dopo, istituiva le «liste di sicura fede fascista». Di fatto, veniva meno ogni criterio elettivo degno di tale nome e si introduceva il meccanismo plebiscitario [6].
La reazione della sparuta opposizione al Senato
Tra i senatori dell’opposizione sopravvissuti alcuni fecero rilevare l’incompatibilità costituzionale oltre che l’assurdità logica (assurdità logica, se vista in una cornice democratica, ma perfettamente logica in prospettiva autoritaria) del provvedimento: che senso aveva, chiesero, far scegliere la lista dei deputati eleggibili da un organo di partito che non aveva alcuna rilevanza istituzionale in senso legale?
Il Gran Consiglio diventa l’organo supremo dello Stato e il canale per la sua infiltrazione da parte del PNF
Mussolini, da par suo, prese quei senatori in parola. Se il problema era quello, bastava dare al Gran Consiglio del Fascismo piena esistenza legale. E così si ebbe la legge del 9 dicembre del ’28. Secondo tale normativa il Gran Consiglio del Fascismo, presieduto dal Capo del governo e composto dai quadrumviri della marcia su Roma, da altri vertici del PNF, nonché dai ministri in carica e dai sottosegretari alla presidenza del Consiglio e all’Interno, dal capo della Polizia, dallo Stato Maggiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza dello Stato, diventava l’organo supremo dello Stato. Infatti, aveva non soltanto il compito di redigere le liste dei candidati alla Camera dei Deputati, ma anche quello formare la lista dei nomi da sottoporre al Re per la nomina del Capo del Governo, in caso di vacanza di questi.
In pratica, per l’art. 13, il Gran Consiglio era l’intermediario insostituibile per la nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. Si introduceva, quindi, lo strumento principale per imporre una legalità fascista e infiltrare attraverso il Gran Consiglio fascisti di sicura fede ai vertici di tutte le istituzioni dello Stato. Ogni traccia di democrazia rappresentativa dileguava. Le elezioni sarebbero state, da quel momento in poi e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, un mero proforma.
Lo Stato etico, religioso e sociale in senso fascista, però, si rivelava di cartapesta. Lo stesso duce, al fine, risultò anche agli occhi dei più distratti, assai meno di un colosso dai piedi di argilla: una tragicomica e grottesca figura, per quanto sanguinaria, astuta e spietata.
Alberto Quattrocolo
Fonti
Renzo De Felice, Breve storia del Fascismo, Mondadori, Milano, 2002
S. Luzzatto e V. De Grazia (a cura di), Dizionario del fascismo, Einaudi, Torino, 2005
P. Milza, Mussolini, Carocci, Roma, 2000
G. Pisanò, Storia del Fascismo, Pizeta, Milano, 1990
[1] Il testo era stato pubblicato in prima edizione a Londra nel settembre del 1925, in una tradizione inglese dal titolo The Life of Benito Mussolini. Prima che avvenisse la pubblicazione dell’edizione italiana comparve un’altra biografia del giornalista Giorgio Pini, un’apologia breve, destinata ad un pubblico popolare: Mussolini. La sua vita fino ad oggi dalla strada al potere, edito dalla casa Cappelli, di Bologna (1926). Il libro di Pini ebbe 19 edizioni e fu tradotto in dodici lingue, quello della Sarfatti ne ebbe 5 solo nel ’26 e 17 nei dodici anni seguenti, venendo tradotto in circa venti lingue, tra cui il turco e il giapponese.
[2] A farla breve, vi erano stati: la marcia su Roma esitata nell’affidamento da parte del Re dell’incarico di Presidente del Consiglio; la violenza squadrista dispiegata contro l’opposizione in modo diffuso, ancorché mirato; il consolidamento dell’appoggio da parte del Re, dei vertici militari e dei capitani dell’industria; l’estensione e il rafforzamento dell’originaria approvazione degli ambienti conservatori e di destra, preoccupati dal riformismo dei socialisti moderati e atterriti dal bolscevismo; l’ottenimento da pare del Parlamento dei “pieni poteri”, che permisero tra le altre cose, l’istituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, da impiegarsi verso gli oppositori nella politica, nei sindacati e nella cultura; l’ulteriore consolidamento dell’area conservatrice del Paese, fino a farne confluire la rappresentanza politica quasi integralmente nel Partito Nazionale Fascista o, comunque, in liste minori ad esso alleate; l’approvazione della legge Acerbo, studiata per assicurare al PNF e ai suoi alleati il successo più completo alle elezioni, grazie alla intimidazioni fasciste, ai primi provvedimenti antidemocratici e ai brogli elettorali; dopo l’assassinio del deputato socialista unitario Giacomo Matteotti, un’impennata repressiva ai danni di tutti gli antifascisti; i provvedimenti legislativi resi “digeribili”, grazie al fallito, e irrealizzabile, attentato di Tito Zaniboni, che consentì l’istituzione della funzione per Mussolini di «Capo del Governo e Duce del fascismo», responsabile solo davanti al Re e sottratto alla fiducia del Parlamento, l’attribuzione del potere legislativo al Governo con riduzione del Parlamento a camera di registrazione delle leggi governative, l’eliminazione del carattere elettivo delle Provincie e dei Comuni, la dichiarazione della decadenza da parlamentari di coloro che si erano ritirati sull’Aventino per reazione al delitto Matteotti all’involuzione dittatoriale, la revoca degli impiegati pubblici infedeli al fascismo; l’emanazione delle “leggi fascistissime”, autentici pilastri dell’erigendo Stato totalitario, che, oltre a dare luogo allo scioglimento di tutti i partiti e di tutte le associazioni anti-fasciste e alla soppressione della stampa anti-regime, istituì il confino di polizia per i dissidenti, la polizia politica segreta (l’O.V.R.A.) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato.
[3] La costituzione – concessa dal Re Carlo Alberto nel 1948 e che aveva reso i piemontesi sudditi di una monarchia costituzionale e, poi, con l’Unità d’Italia, aveva reso gli italiani cittadini di un Paese fondato sui pilastri del sistema liberale (separazione dei poteri, con quello legislativo avente natura elettiva; uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; presunzione di innocenza nei tribunali, impossibilità di essere perseguiti penalmente se non si è commesso un fatto già previsto dalla legge come reato …) -, formalmente, cioè in termini strettamente procedurali, era stata grosso modo rispettata da Mussolini, che, così, poteva contare anche su questa legittimazione formale.
[4] 7400 dal primo mese del suo mandato, tra cui 5 deputati; tra il ’26 e il ’27 altri 2000 dirigenti e ben 30.000 aderenti, arrivando entro il ’30 a fare fuori 60.000 iscritti, senza contare le migliaia di aderenti che si tolsero dai piedi senza sollevare formali polemiche. Poi, data una certa caduta delle adesioni al partito sotto la sua direzione, pur in presenza di un saldo attivo, e a causa dell’emersione degli sporchi affari (stornamento di fondi, ecc.) da parte dei dirigenti locali, anche Turati fu dimissionato e sostituito da Giuriati nel ‘30.
[5] Chi se ne andava o veniva cacciato apparteneva alla piccola borghesia, cittadina e delle campagne, artigiani inclusi, e in minore ma non insignificante parte al mondo operaio e contadino; i nuovi arrivati erano, invece, della classe media agiata – liberi professionisti e impiegati – e della casta dei ricchi possidenti. Costoro, per effetto dell’epurazione, potevano stare dentro il PNF senza avere a che fare con la volgarità e il linguaggio rivoluzionario di quelli che fin lì avevano svolto il ruolo di truppe d’urto e repressione della “rivoluzione” fascista.
[6] Le Confederazioni Nazionali delle Corporazioni presentavano 800 candidati, mentre altri 200 erano proposti da organismi pubblici, poi spettava al Gran Consiglio del Fascismo selezionare tra questi 1000 candidati 400 da sottoporre al voto popolare per eleggere appunto 400 deputati.


























«Chi non riesce a pensare, alla fine, spara» : potrebbe essere questo il sottotitolo della celebrata, discussa e famosissima, opera seconda di Micheal Cimino, Il cacciatore (The Deer Hunter), che uscì nelle sale italiane l’8 dicembre del 1978 (supponendo che tutti o quasi lo abbiamo visto e lo ricordino, per una sintesi della trama si rimanda alla nota
«Chi non riesce a pensare, alla fine, spara» si presterebbe come sottotitolo o come frase di lancio, perché, in qualche misura, è quel che succede ai personaggi del film. «Chi non riesce a pensare, alla fine, spara» fa venire in mente, però, anche l’attualità, se non si intende quello «spara» in senso letterale, ma nel senso di un agire irriflessivo. In senso anche letterale, comunque, rinvia alle stragi che di tanto in tanto insanguinano gli States da decenni. E al cinefilo può far rammentare una celebre battuta pronunciata da Humphrey Bogart, nei panni di Philip Marlow, in Il grande sonno (1946), di Howard Hawks: «Così tante pistole in giro e così pochi cervelli!».
Tornando a Il cacciatore, tutti i personaggi sembrano avere enormi difficoltà nel rapportarsi con le loro emozioni e con i loro sentimenti. Se sullo schermo, grazie all’accortezza della sceneggiatura, balza all’occhio dello spettatore quanto per ciascuno di essi sia difficile comunicare con l’altro, la regia di Cimino e le qualità straordinarie degli attori (Robert De Niro – Mike, Christopher Walken – Nick, John Savage – Steve, John Cazale – Stan, Meryl Streep – Linda, George Dzundza – John, Chuck Aspegren – Axel) riescono a far arrivare alle platee qualcos’altro, qualcosa di più profondo
Tutti i personaggi hanno momenti in cui il loro relazionarsi con l’altro pare sospeso. È come se fossero sul punto di dire qualcosa che poi però le loro labbra non pronunciano. Esitanti e perplessi in molte situazioni, quindi, lo sono tutti, ma i loro tentennamenti raramente vengono espressi in termini di dubbi consapevolmente nutriti. E anche quando ciò accade è solo una sorta di incespicare del pensiero, lo sforzo appena accennato di una mente che non riesce a racchiudere con le parole il sentimento che si vorrebbe, si dovrebbe o si potrebbe esprimere.
Perché, se la madre di Steven, all’inizio del film, parlando con il prete, dà voce al suo disorientamento, alla sua impotenza e alla sua preoccupazione rispetto alla ragazza che suo figlio sta per sposare e alla sua immediatamente successiva partenza per il Vietnam, il padre di Linda, invece, è decisamente incapace di comunicare, sia pure con parole semplici, le sue emozioni. Infatti, è un alcolizzato che vive da solo con la figlia e che, quando è ubriaco, la picchia. La picchia e fa discorsi senza senso (biascica rabbioso che bucherà le gomme di tutte le auto della città): non riesce a “star dentro” ai suoi tormenti né a comunicare ciò che prova. Si potrebbe dire che «Chi non riesce a pensare, alla fine, spara» alcool giù nello stomaco. Il che, però, non vale solo per il padre di Linda.
Certo non sono poche nel film anche le interazioni in cui sulla spontaneità paiono prevalere il riserbo, il pudore, l’imbarazzo o un terribile disagio.
Anche qui gli esempi sono davvero numerosi: Angela che, ridotta quasi alla catatonia, non riesce a dire a Mike dove si trova suo marito Steve, rientrato dal fronte con le gambe amputate, e arriva, così, a dover scrivere su un quadernetto il nome dell’istituto di cura in cui è inserito; Mike che, nella stessa scena, le ripete invariabilmente e meccanicamente, con progressiva malcelata impazienza, la stessa domanda: «dove sta Steve? Dove sta?». Poi ottenuto il pezzetto di carta con sopra l’informazione richiesta, non riesce a dirle altro che un banale «abbi cura di te»; ancora Mike, che, adirato con Stan, come sempre disorganizzato e propenso a scordarsi l’equipaggiamento per la montagna e la caccia, dice, in maniera sibillina per gli altri, con la voce adirata: «Lo vedi Stan? Questo è questo. È un proiettile. E non è un’altra cosa»
Un altro esempio di incapacità, o indisponibilità, radicale di comunicare con il mondo esterno è quella dimostrata dal sergente dei Berretti Verdi, reduce dal fronte vietnamita, che, seduto al bancone ingolla whiskey, e ripete meccanicamente, come uno sparo, «In culo». Mike, da quell’impulsivo, solo apparentemente controllato, che è, naturalmente reagisce e cerca la lite.

Certo Mike Vronsky è capace di essere freddo e di pensare con logica matematica nel momento di massima tensione e disperazione. Catturato dai vietcong insieme a Nick e Steve, accetta la sfida dei carcerieri e usa il suo ascendente, il suo carisma di guida morale, di principale referente affettivo per Nick, per convincerlo a giocare alla roulette russa, cui sono costretti, con più proiettili. Si tratta dell’unico modo per tentare di uccidere, a sorpresa gli aguzzini ed evadere. È un lucido calcolo della probabilità. Se non rischiamo di uccidere noi stessi, siamo già morti, è l’argomento che propone all’amico.
Nick aderisce, sì, al piano di Micheal, ma non perché lo valuti come unica logica possibile via di salvezza. Non riuscendo a pensare (il che è assai più che comprensibile in quella estrema situazione!), accetta di giocare e di spararsi in testa, fortunatamente a vuoto, soltanto perché ha fiducia nel suo amico. Si affida totalmente ai suoi nervi, alla sua autorevolezza, alla sua padronanza di sé, rimasta intatta anche in mezzo al delirio. Quindi, quasi magica e onnipotente.
Mike, però, quell’autorevolezza ce l’ha perché Nick gliela concede. Quella padronanza di sé – già stressata dalle pulsioni che teneva nascoste dentro di sé prima dell’arruolamento -, dopo l’esperienza bellica, è ormai a brandelli. È ancora il più determinato del gruppo. Ma ancor più di prima, non comunica ciò che prova. Lo tiene nascosto e, con apparente paradosso, lo agisce.
E, al massimo della propria capacità comunicativa, poco dopo, rispondendo a Linda, quando costei gli propone di passare la notte insieme, riesce a malapena a dire: «Mi sento lontano. Molto lontano». Decisamente significativa è anche la reazione che Mike ha verso Stan, quando questi, un po’ per finta un po’ sul serio, minaccia Axel, che lo sfotte per la sua abitudine di andare in giro con un revolver.
Altro che autocontrollo! E, in fondo, tra lui e Stan le differenze non sono poi così abissali: Stan va in giro con la pistola, «come se fosse John Wayne», e non sa spiegarne a se stesso e agli altri il perché; Mike, che si sente decisamente superiore a lui, è partito per il Vietnam senza saper illustrare un perché intellegibile al suo amico-discepolo Nick, né a se stesso.
Mike, come gli altri, ha dei tratti di ingenuità notevoli, che in lui, però, assurgono a livello idealistico, e ciò lo rende una persona animata da istanze contrastanti, pressoché inconciliabili
Privato di quella guida morale e di quel sostegno psicologico che l’amicizia di Mike gli assicurava, Nick ripete come una macchina il gesto di puntarsi la pistola alla tempia e di premere il grilletto. Come, involontariamente, gli aveva “insegnato” a fare Micheal, quand’erano prigionieri dei vietcong. Ipnotizzato, perso nella tossicodipendenza e ancor prima in un’angoscia indicibile, ritualizza quella scena all’infinito. E non riconosce Mike, quando questi lo scova nel locale delle macabre scommesse della roulette russa 
Ancora una volta tutto ciò non è detto a parole e non è neppure consapevolmente provato. È piuttosto vissuto da Nick come un guizzante, ottenebrato e riottoso, stato d’animo. Quindi, non essendo una consapevole emozione, quello stato interiore viene tradotto in azione non pensata, in agito. È da lui agito, in effetti, quello stato d’animo repentino, sparandosi il colpo fatale alla tempia. E a Mike non resta che cercare inutilmente di trattenerne tra le mani la vita, anche psichica, nutrita dei loro trascorsi tacitamente conflittuali e del loro antico affetto; ma essa, con il sangue, schizza irrecuperabilmente fuori dalla tempia forata di Nick.
Se, com’è probabile che sia, Micheal Cimino era ben consapevole delle difficoltà dei suoi personaggi di relazionarsi con se stessi e con gli altri, non per questo voleva loro meno bene. Anzi, li accettava e li amava così com’erano. Senza giudicarli. E in ciò, non meno che nelle riprese dei paesaggi, pareva aver assimilato un bel po’ della grandezza d’animo, prima che tecnica, di uno dei maestri tra i maestri della Settima Arte, John Ford.
Ma la sua consueta riserva di ammirazione estetica per tutti, in questo film, risulta davvero generosa verso i tre protagonisti maschili e verso la Streep. E, soprattutto in quest’opera, tale capacità del regista di usare la macchina da presa per far amare i suoi interpreti non è mai sganciata dalla sospensione del giudizio sui personaggi cui essi danno vita.
In realtà, come fu riconosciuto, il film non ritraeva la guerra come uno sport o come una nobile e cavalleresca impresa, anzi, ne sbatteva in primo piano l’angosciante, dolorosa, macabra e rivoltante insensatezza. Però, pur negando ogni celebrazione eroica, rappresentava la guerra in Vietnam come un incubo assurdo e spietato in cui vengono coinvolti i protagonisti, ma di cui essi non hanno alcuna responsabilità. È qualcosa che accade a loro, ma non che accade anche per causa loro
Tuttavia, se allora, si fosse potuto prendere un po’ di tempo per pensare a quanto il conflitto (ideologico, culturale e politico) stava emotivamente influenzando spettatori, critici, diplomatici e commentatori vari, magari, le reazioni di rigetto sarebbero state giustificate diversamente. O, almeno, non avrebbero assunto quei toni di condanna. Se fosse stato possibile ai critici dell’epoca ascoltarsi un po’ di più, sarebbero riusciti ad evitare di sparare tanti giudizi davvero fuori bersaglio? Con senno del poi è facile rilevare che accusare un umanista come Micheal Cimino di fare apologia del fascismo, o del revanscismo, significava davvero confermare che «chi non riesce a pensare, alla fine, spara» giudizi affrettati.
Esagerando con la chiave di lettura fin qui proposta, questa suggestione interpretativa si potrebbe applicare anche al patriottismo acritico espresso dai personaggi e dai loro concittadini
Tornando a Micheal Cimino e al suo film di quarant’anni fa, ci si potrebbe spingere anche a dire che la riflessione sulla difficoltà di pensare – che porta a mettere direttamente in atto, senza il filtro della ragione, i propri sentimenti ed emozioni, cioè, appunto ad agirli (spesso con esiti distruttivi o autodistruttivi) -, in qualche modo, fosse anche la prospettiva del regista. Si potrebbe sostenere che questo fosse il suo modo di pensare, anzi, non solo a questi personaggi ma agli americani in generale. Concludendo, su questa falsa riga. che la critica di Cimino alla guerra in Vietnam fosse ancora più severa e profonda di quella di tanti altri, liberal o meno., che ne attribuivano le responsabilità al cinismo o all’ottusità dei leader politici, ma non alla scarsa capacità riflessiva del popolo americano.
Tuttavia, prima di “sparare” una simile conclusione è bene ascoltarsi e riconoscere che la simpatia e la gratitudine nei confronti del regista per le opere dirette, possono, per così dire, prendere la mano e indurre a tentarne una stiracchiata difesa. Una difesa, sul piano morale ancor prima che politico-ideologico, che, in realtà, consisterebbe nell’attribuire a Cimino delle riflessioni e delle analisi probabilmente non sue e che, semmai, potrebbero essere soltanto quelle che il sottoscritto, sotto sotto, vorrebbe che il regista e i suoi collaboratori avessero sviluppato.
Il colpo di Stato non fu portato a termine, lo sappiamo. Cioè, sappiamo che non fu realizzato quel particolare piano di colpo di Sato, il quale in ogni caso non era affatto una tardiva goliardata di senescenti generali, come si cercò, invece, di farlo passare.
Era previsto fin dal principio che il colpo di Stato non giungesse a completo compimento e che avesse la funzione di indurre con la minaccia una correzione politica da parte del governo in carica e soprattutto della Democrazia Cristiana?
Certo è che il principe (“nero”, come fu definito) Borghese non aveva agito da solo. Nel rapporto che il Servizio informazioni della difesa (Sid) inviò ai giudici di Roma nel ’74 furono eliminati molti nomi di personaggi eccellenti che vi avevano avuto a che fare. Tra questi Licio Gelli, il capo, cioè, della
Costoro, come del resto il governo americano di Richard M. Nixon, vedevano con orrore lo spostamento a sinistra sia delle iniziative adottate dal potere legislativo ed esecutivo che dell’elettorato. Non soltanto appena una settimana prima era stata approvata una legge che riconosceva a ciascun coniuge
Inoltre, era da poco trascorso il cosiddetto Autunno caldo, e le elezioni del ’68 avevano visto prodursi un successo dei comunisti, che avevano ottenuto 11 seggi in più, e il fallimento – 29 seggi in meno – dell’unificazione tra socialisti e socialdemocratici (
Come ha osservato Giovanni Pellegrino, «gli anni tra il 1969 e il 1974 [anno della strage di Piazzale della Loggia a Brescia, preceduto da quella di Petano del 1972, ma anche delle dimissioni di Richard Nixon a seguito del Watergate e della caduta della giunta militare dei “colonnelli” in Grecia, così come di quello del regime fascista in Portogallo, grazie alla “rivoluzione dei garofani”, entrambe favorite dal venir meno dell’appoggio statunitense] sono costellati da una serie impressionante di omicidi o di morti misteriose di persone che avrebbero potuto rivelare verità scottanti, capaci di far fallire i piani mentre erano in corso, o di indirizzare i giudici verso i mandanti una volta che i piani erano stati abbandonati. Ma a ritardare l’accertamento della verità ha contribuito per molti anni anche l’assenza del “pentitismo”, dal momento che i terroristi neri avevano paura di parlare, non sapendo mai, durante gli interrogatori, chi avevano di fronte: se un servitore fedele dello Stato o, magari, proprio uno dei mandanti dell’attentato per il quale si trovavano sotto inchiesta».
Ai neofascisti, come ai loro predecessori del Ventennio, il sistema parlamentare proprio non poteva andare giù, essendo essa il vero e il più forte baluardo posto a presidio della libertà e della sovranità del popolo.
Il Pci, dal 1948, come la DC credeva nella Costituzione e svolgeva una funzione di opposizione democratica, però, faceva riferimento ad un ordine internazionale, quello comunista cino-sovietico, che tutto era tranne che democratico. Tuttavia, il Pci si rendeva conto che l’equilibrio Est-Ovest stabilito a Yalta, in particolare per quanto riguarda l’Europa, ovvero la spartizione delle aree di influenza tra l’URSS, con i suoi alleati, da una parte, e gli USA con i loro alleati dall’altra, non poteva essere alterato, sicché poteva solo aspirare ad essere il maggiore partito di opposizione, contribuendo al governo del Paese esclusivamente attraverso la propria azione politico-parlamentare
Se già ciò, in linea di principio, costituiva un limite preciso, ancorché non esplicito, alla libertà di scelta degli elettori italiani, un altro aspetto più marcatamente illegale era costituito dall’ingerenza americana nella politica nostrana. Ad esempio, tra le tante direttive del National Security Council dedicate ad assicurare che l’assetto politico del nostro Paese non subisse variazioni, vi era il NSc 1/3 dell’8 marzo 1948, in cui al punto 5 si affermava che in caso di partecipazione dei comunisti nel governo italiano o nel caso in cui il governo italiano avesse cessato di opporsi con determinazione all’avanzata comunista, gli USA dovevano adottare “operazioni coperte”, anche illegali, per sradicare la presenza dei comunisti dall’Italia
Fanno, comunque, venire i brividi le parole dette dal segretario della DC, Arnaldo Forlani, il 5 novembre 1972, in un comizio al Teatro Civico della Spezia:
Gli italiani appresero la notizia del colpo di Stato solo 3 mesi dopo, grazie al quotidiano Paese Sera, che titolò: “Piano eversivo contro la repubblica, scoperto piano di estrema destra“. Il 18 marzo 1971 il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone firmò i mandati di arresto, per usurpazione dei poteri dello stato e cospirazione, a carico del costruttore edile Remo Orlandini, di Mario Rosa, di Sandro Saccucci, di Giuseppe Lo Vecchio e di Junio Valerio Borghese.
Il pericolo rosso poteva essere sbandierato nelle campagne elettorali, ma a quei livelli era indubbiamente noto che il Pci, anche in caso di vittoria schiacciante alle elezioni, non aveva alcuna intenzione di portare l’Italia nell’orbita sovietica, né di dare luogo alla dittatura del proletariato. Pertanto, sembra più credibile che la vera preoccupazione nutrita nell’ambiente in cui maturò quel tentativo di colpo di Stato, come, del resto, per il precedente “Piano Solo”, sul fronte interno, non fosse quella dell’impossibile formazione di un governo comunista o anche-comunista, ma del costituirsi di una maggioranza parlamentare e di un governo intenti a realizzare politiche economico-sociali di tipo progressista; mentre, a livello internazionale, a procurare agitazione era la possibilità di un assetto politico italiano capace di intraprendere una propria autonoma politica su temi delicatissimi, quali i rapporti con i cosiddetti Paesi in via di sviluppo e, ad esempio, l’approvvigionamento energetico.



Sì, visto che è quanto accaduto proprio da noi, tra il 31 ottobre, con la formazione di un governo di violenti, e il 3 dicembre, con la concessione ad esso, da parte del Parlamento, dei pieni poteri. Trentatré giorni, anche se il processo ha avuto radici ben più profonde e un lunghissimo sviluppo.
Avevano perso credibilità e lo sapevano, almeno in parte. Però, forse, venendo a patti con quel nazionalismo, s’illudevano di poterla recuperare presso una parte consistente dei loro elettori tradizionali. Costoro, però, scontenti della loro azione, si lasciavano sedurre da una propaganda, fatta di slogan, intrisa di un viscerale antipartitismo e di un violento antiparlamentarismo.
Alla fine di giugno del 1919, quando Francesco Saverio Nitti ricevette l’incarico dal Re di formare un nuovo governo l’epoca liberale aveva i minuti contati
Giovanni Giolitti e Francesco Saverio Nitti erano diventati nemici, nemici giurati
Infatti, nell’estate del ’22, pochi mesi prima della marcia su Roma, Nitti, sconfitto alle elezioni del ’21, aveva esplorato personalmente la possibilità di un governo da lui presieduto col sostegno dei tre partiti di massa: socialisti, popolari e fascisti. In seguito alla dichiarata disponibilità di Mussolini, che pareva accontentarsi di un ministero e di due sottosegretariati, Nitti aveva consultato, quindi, Sturzo. Costui, nelle memorie nittiane, aveva accettato la proposta, ritenendo che un tale governo avrebbe potuto «evitare più grandi danni». Con serio dispiacere di Nitti, invece, i socialisti si erano opposti fermamente. Nitti, però, non aveva desistito del tutto: mentre, il primo agosto, si svolgeva lo sciopero generale, proclamato dall’Alleanza del lavoro per protesta contro le violenze fasciste, aveva pensato di agganciare il movimento fascista, tramite D’Annunzio. Riteneva possibile sia la trasformazione del fascismo in forza politica pacifica che la sua integrazione nello Stato liberale. Poiché prima dell’appuntamento D’Annunzio era caduto dalla finestra, l’incontro era saltato.
Mussolini, in realtà, trattava contemporaneamente anche con Giolitti. Il quale, alla pari di Nitti, pensava di essere il solo a negoziare con il capo del movimento fascista. Costui, in realtà, non aveva alcuna intenzione di entrare in un governo a guida liberale, gli interessava prendere il potere, tutto il potere. E per arrivarci gli occorrevano le elezioni anticipate. Anzi aveva bisogno che fossero i due esponenti liberali a richiederle
Il
Se il re avesse aderito alla richiesta di Facta, il fascismo e il suo capo avrebbero perso, verosimilmente, ogni credibilità
Il 19 novembre del 1922, la Camera votò con larga maggioranza la fiducia al Governo Mussolini. Fra coloro che votarono a favore vi furono: Facta, Bonomi, Giolitti, Orlando, Salandra, Gronchi (futuro presidente della Repubblica Italiana nel dopoguerra), Alcide De Gasperi, il presidente della Camera dei Deputati Enrico De Nicola (che sarà poi il primo Presidente della neonata Repubblica Italiana). Poi, dopo che anche il Senato ebbe votato la fiducia, Mussolini, il 24 novembre, chiese ed ottenne dal Parlamento i pieni poteri per un anno.
La legge 3 dicembre 1922, n.1601, garantì appunto a Mussolini i pieni poteri per tutto il 1923. E con i primi decreti legge elargì compensi agli industriali e ai ricchi possidenti terrieri che ne avevano favorito l’ascesa al potere.
Mussolini provvide, però anche alla costituzione del Gran Consiglio del Fascismo (un organo che in teoria doveva discutere delle iniziative del governo e delle questioni interne al partito fascista, ma che di fatto si limitava a ratificare le decisioni del capo: ne abbiamo parlato
A pochi mesi dall’insediamento come presidente del Consiglio, Mussolini stava già diventando un mito per un gran numero di italiani. Non potendo contare sugli attuali mezzi di comunicazione, il capo fascista usava le piazze e il contatto diretto con la folla per conquistarsi il favore popolare. E se la sua retorica, la sua gestualità suscitava lo scherno della classe dirigente tradizionale, una larga parte del popolo minuto ne era, invece, sedotto.
Mussolini, però, non si limitava a blandire la parte più povera della popolazione. Utilizzava anche le truppe e in particolare la Milizia, formata grazie ai pieni poteri, per tenere sotto pressione la maggioranza silenziosa del Paese e per intimidire gli avversari. Scatenava, inoltre, le organizzazioni fasciste provinciali contro centinaia di dirigenti locali di organizzazioni sindacali e politiche di sinistra, lasciando loro come unica via d’uscita dalla violenza fascista quella dell’esilio. Ad esempio, nel febbraio del ’23 le camicie nere aggredirono nel Palazzo di Giustizia il deputato socialista Modigliani e, a Torino, per ordine di Mussolini venne arrestato Piero Gobetti. Il giovane giornalista liberale, accusato di aver commesso un reato di opinione, fu scarcerato dopo pochi giorni, per le proteste che arrivarono a Palazzo Chigi, tra cui quelle di Benedetto Croce, ma in manette finirono Serrati, Pietro Nenni e tutta la redazione dell’Avanti.
Al congresso di Torino del Partito Popolare Italiano, il suo segretario politico, don Luigi Sturzo riuscì, con mille difficoltà, a far approvare la decisione sulla prosecuzione del sostegno al governo di Mussolini. Ma venne anche adottata una dichiarazione con la quale il PPI si opponeva alla concezione fascista dello Stato e alla violenza fascista, quindi, rivedendo di fatto la bontà della legge sui pieni poteri, chiedeva il ripristino delle libertà politiche e della legalità costituzionale.
Mussolini, infuriato, chiese le dimissioni dei due ministri popolari del suo governo, mentre l’ala destra di quel partito se ne separava del tutto. Ma per togliersi dai piedi il fondatore del PPI, Mussolini moltiplicò i gesti di pacificazione verso il Vaticano e, contemporaneamente, ordinò l’uso del manganello e dell’olio di ricino verso i più ostili rappresentanti del PPI e verso singoli preti sospettati di antifascismo. L’uso del bastone e della carota funzionò: Il Corriere d’Italia pubblicava un articolo ispirato dalla Santa Sede in cui Sturzo era rimproverato di creare difficoltà alla Chiesa e l’Osservatore Romano, l’11 luglio, commentava le dimissioni di Don Sturzo dalla carica di segretario del partito come un contributo alla «pacificazione degli spiriti in Italia»
I Popolari avevano chiesto che nella nuova legge elettorale il premio di maggioranza fosse concesso alla lista che otteneva il 40% dei voti, ma la legge proposta da Giacomo Acerbo prevedeva che quella che raggiungeva il 25% avesse i due terzi dei seggi e che l’altro terzo fosse distribuito tra le liste minoritarie con criterio proporzionale. La legge Acerbo fu discussa mentre la M.V.S.N. pattugliava le vie di Roma e Mussolini sul suo giornale minacciava l’opposizione di «dare libero sfogo alla rivoluzione» fascista in caso di bocciatura. La legge passò alla Camera con una maggioranza risicata il 23 luglio del ’23 e a novembre fu approvata dal Senato. Il Parlamento aveva, così, approvato la propria condanna. E Mussolini lo sapeva, visto che quello era stato il suo fine. Tanto che non chiedeva la proroga dei pieni poteri, certo com’era di vincere le elezioni.
Il presidente del Consiglio, per garantirsi la perpetuazione del suo potere, però, non esitò a formare una lista – Lista nazionale del Fascio littorio – che includesse anche candidati non fascisti. Respinse, quindi, l’alleanza con i vecchi partiti che avevano fin lì sostenuto il suo governo, ma accolse nel suo «listone» personalità come De Nicola, Salandra e Orlando, nonché degli ex popolari di destra e alcuni professori universitari conservatori. Tra coloro che entrarono nel listone non vi furono Giolitti, che rifiutò le proposte di Mussolini, né i democratici sociali e i popolari. Queste tre liste, però, furono di fatto gli alleati dei fascisti nella battaglia elettorale. L’opposizione costituzionale, venne così ad essere interpretata soltanto da Amendola e Bonomi. Separatamente concorrevano i socialisti e i comunisti, che, non avendo formato un’unica lista, offrivano una ulteriore chance di vittoria al listone, il quale poteva contare sul sostegno, anche finanziario, della Confindustria (con la quale Mussolini aveva concluso un accordo), nonché sull’azione terroristica svolta in tutta Italia dai Fasci.
La violenza fascista, infatti, non aveva atteso l’apertura ufficiale della campagna elettorale per dispiegarsi. Già il 30 novembre,
Il giorno di Santo Stefano ad essere oggetto di un agguato fu Giovanni Amendola, il capo dell’opposizione liberale. Assalito da un gruppetto di camice nere vicino a casa sua, fu violentemente bastonato.
