Il 20 agosto del 1968 i carri armati sovietici soffocano la Primavera di Praga

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 i carri armati sovietici entrano a Praga, mettendo sanguinosamente fine al recente periodo di liberalizzazione. Questo aveva preso avvio il 5 gennaio dello stesso anno, quando il riformista slovacco Alexander Dubček salì al potere e, con una serie di riforme, concesse un decentramento parziale dell’economia e un allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento, nonché la riattivazione dei partiti non comunisti e delle organizzazioni di massa. Sostenne inoltre la divisione della Cecoslovacchia in due nazioni distinte: la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca. Il tutto, vantando un ampio sostegno popolare.

Il Cremlino non vide di buon occhio tanta liberalizzazione, che rischiava di indebolire l’intero blocco orientale, spaccandolo, e di aprire la porta a quel cambiamento socioculturale che avrebbe portato alla fine del sogno comunista. Furono aperti lunghi negoziati tra i leader delle due fazioni, che, però, non ottennero i risultati sperati, quantomeno per la parte russa.

Preso atto dell’inutilità della diplomazia, l’unica soluzione disponibile era la repressione violenta di quello sprazzo di libertà che osava squarciare la cortina di ferro. Un’imponente armata varcò i confini di Praga in quella triste notte di agosto, spegnendo le speranze di emancipazione di coloro che avevano guidato il periodo di riforme, Dubček in testa. L’occupazione sovietica durò fino al 1990, grazie a un radicale cambio dirigenza, molto più gradita a Mosca.

A nulla valsero le proteste e rivolte della popolazione, che anzi subì più di un centinaio di perdite civili, non difese dalle potenze occidentali, congelate, per canto loro, dalla Guerra fredda in pieno svolgimento (abbiamo ricordato questi fatti anche nel post Jan Palach e la coscienza del popolo, sempre sulla rubrica Corsi e Ricorsi). Un triste effetto di tale repressione si riscontrò nel fenomeno migratorio: nei mesi successivi all’invasione, fino a 300.000 cittadini abbandonarono il paese, cercando luoghi più liberi dover poter sfruttare le proprie elevate qualifiche professionali.

Le vicende descritte si sono poste alla base di numerose opere letterarie e musicali, tra cui spicca L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, il quale, tra l’altro, espresse posizioni pro-riforma prima dell’inizio della Primavera.

Alessio Gaggero e Alberto Quattrocolo

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