L’attentato di via Pipitone si consuma il 29 luglio 1983, a Palermo

Sono passati 36 anni da quando Rocco Chinnici fu travolto dall’onda d’urto di una bomba di Cosa nostra. Insieme al giudice, persero la vita i due agenti della scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portinaio del condominio, Stefano Li Sacchi. Sì, il condominio, perché l’ordigno si trovava su una Fiat 126 parcheggiata proprio sotto casa sua. Antonino Madonia premette il pulsante quando vide il magistrato uscire dal portone.

Forse basta poco per uccidere un uomo. Più difficile cancellare ciò che ha lasciato in anni di intensa attività, potendo vantare una religione particolare, come ricorderà tempo dopo Borsellino: quella del lavoro. Dopotutto, Cosa nostra non uccideva a caso: Chinnici era pericoloso perché aveva intuito, già alla fine degli anni Settanta, i legami che la mafia siciliana intratteneva con la finanza, la politica, l’imprenditoria e, soprattutto, con gli omologhi italiani ed esteri. Per questo sosteneva con forza la necessità di una battaglia trasversale al fenomeno mafioso: solo lo Stato nel suo complesso avrebbe potuto incidere in maniera risolutiva. Ognuno per sé non si va lontano.

Parallelamente, pose le fondamenta della struttura che porterà al maxi processo: il pool antimafia. L’innovazione che questo strumento portò alla lotta a Cosa nostra si riscontra, tra gli altri, anche nel valore protettivo per i magistrati stessi. La solitudine espone i singoli ai peggiori pericoli; il gruppo, di contro, permette alle indagini di sopravvivere anche alla morte di chi, fino ad allora, le aveva portate avanti. Senza contare l’imprescindibile valore del lavoro di squadra, anche a questo livello.

Le radici dell’infezione si dimostrarono, tuttavia, troppo profonde: non si può fare gruppo con chi gioca nella squadra avversaria. Sembra infatti che, in questo caso come in altri, i mafiosi avessero ricevuto indicazioni da qualcun altro, qualcuno di esterno e legato al mondo politico italiano: furono i cugini Salvo, su cui Chinnici stava indagando, a fare da ponte con Cosa nostra.

Nel 2002, la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta confermò 16 condanne per l’omicidio e riconobbe l’intervento dei Salvo nella trattativa. Il 6 marzo 2014, a Rocco Chinnici è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano.

Alessio Gaggero

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