C’è in giro un virus di cui non si parla (abbastanza)

Ho aggiunto «abbastanza» nel titolo, mettendolo tra parentesi, perché non è vero che del virus più avanti specificato non se ne parli, ma mi pare proprio che non se ne parli a sufficienza.

Perché?

Probabilmente perché si attivano dei meccanismi di difesa di tipo psicologico e, verosimilmente, connessi con questi, se ne attivano altri di tipo sociale, culturale, morale e politico. Il principio e l’ideale della libertà di espressione e il timore di entrarvi in rotta di collisione, o di porsi al di fuori di ciò che, correttamente o no, si ritiene essere il pensiero dominante, cui si aggiunge forse la presenza di non trascurabili interessi economici e politici, potrebbero essere forti fattori di dissuasione dalla messa in campo di più radicali e unanimi mezzi di contrasto a questo virus.

Un virus che si diffonde ad una velocità impressionante e che sembra mietere vittime con l’efficacia propria delle epidemie non adeguatamente contrastate. Come in tutte le epidemie, del resto, chi ne viene contagiato diventa a sua volta vettore di contagio. Però, nel caso di questo virus la particolarità sta nel fatto che il contagiato per danneggiare altri esseri umani deve svolgere un ruolo attivo. Anzi, direi, per lo più consapevolmente attivo.

Messa in questi termini la questione, certo potrebbe evocare lo scenario di un film di fantascienza o di un horror, come  L’invasione degli ultracorpi (1956) e La notte dei morti viventi (1968) con i relativi epigoni e remake cinematografici e televisivi. Ma, a parer mio, senza evocare visioni apocalittiche (e se l’ho fatto, me ne scuso e mi spiego: l’intenzione era quella, un po’ furbetta, di destare curiosità e attenzione), la diffusione della violenza verbale che circola nel web, in particolare sui social, è accostabile ad un fenomeno contagioso.

Un fenomeno rispetto al quale pare difficilissimo farne rilevare, anche a coloro che usano la rete, il duplice risvolto dannoso.

Quello del danno diretto, che è patito dalle persone bersaglio delle parole svalutanti, offensive, denigratorie e diffamatorie. E quello del danno indiretto, consistente nell’esempio (negativo) che stimola l’emulazione e rinforza la slatentizzazione ad agire pubblicamente – ma al riparo da conseguenze sanzionatorie – i meno nobili impulsi sommariamente vendicativi, sadici o persecutori.

Sarebbe, importante, ritengo, però, abbandonare l’atteggiamento che anche nelle precedenti righe io ho seguito, cioè quello del giudizio, per affrontare tale “virus” con strumenti diversi. In particolare, direi che l’approccio dovrebbe essere quello di voler tentare di comprendere anche sul piano emotivo e psicologico cosa c’è sotto questo fenomeno, visto che sembra riprodursi su una scala fino a qualche tempo fa impensabile e con una complessità e stratificazione di significati e implicazioni inedite. Sembra, ad esempio, potersi superficialmente ravvisare qualcosa di molto simile a dinamiche di gruppo e sociali da sempre conosciute coniugate con aspetti indagati da diverse anche moderne o più recenti discipline (in un precedente post mi ero già soffermato su questo tema, sia pure con un’altra prospettiva, citando alcune analisi condotte sul tema di questa forma di violenza e prendendo spunto dalla denuncia del presidente Mattarella, nel suo discorso di fine anno, riguardo all’odio e alla violenza verbale nella lotta politica).

Contrastare questo “virus” con le armi del giudizio (morale, etico, religioso…), calato dall’alto e proposto da agenzie ufficiali, pertanto, può essere utile a livello di denuncia, ma mi pare dubitabile che significhi incedere efficacemente sui sintomi e sulla cause.

Rispetto ai primi, però, potrebbe avere una, sia pur limitata, utilità l’assunzione di un atteggiamento attivo da parte di coloro che non sono stati ancora contagiati: cioè, interrompere l’apparente passività tipica delle cosiddette maggioranze silenziose.

Infatti, potremmo avere qualche difficoltà ad assolverci dalle nostre responsabilità di consociati, se ci dicessimo o continuassimo a dirci, che noi siamo a posto con noi stessi, in quanto non prendiamo parte sul web all’invettiva offensiva, alla calunnia, alla diffamazione o all’ingiuria. Certamente, il non farlo è già qualcosa, ma non basta.

Ormai, penso, tocca a chi non si è fatto contagiare da questa forma virale e a chi ne è guarito, farsi anticorpo educato e rispettoso contro il virus della violenza. Cioè, credo che non basti più astenersene ma che occorra esprimere con garbo e fermezza quando si leggono parole violente che, pur riconoscendo e rispettando la rabbia, l’indignazione, la disperazione e la stanchezza o la frustrazione si disapprovano le espressioni con le quali a questi stati d’animo si dà voce. Sarebbe necessario, cioè, in questa prospettiva, non rifiutare o biasimare le emozioni (ci mancherebbe altro), ma la forma con cui sono proposte. Non isolare, pertanto, il commentatore arrabbiato, ma respingere le sue parole se sono violente (offensive, infanganti, minacciose, ecc.).

Occorre un certo coraggio, anche fisico, per accorrere personalmente in difesa della vittima di un pestaggio mentre i suoi aggressori la colpiscono, ma per frapporsi tra la vittima di una violenza virtuale e coloro che la colpiscono non occorre una particolare audacia. Basta autorizzarsi a dare voce in termini rispettosi alla propria disapprovazione       

Ho l’impressione, inoltre, che se si vuole evitare una crescente censura organizzata sulla rete, se si è preoccupati per le implicazioni che comporterebbe e se si è, quindi, contrari ad essa come lo si è alla violenza sul web (che è non meno liberticida), allora direi che occorrebbe legittimarsi a censurare quest’ultima personalmente, rifiutandola con parole ovviamente rispettose ma esplicite.

La mia è una proposta, certamente non così nuova, di impiego di un farmaco a disposizione di tutti noi, il cui costo è quantificabile nei termini di un paio di minuti del nostro tempo e che potrebbe funzionare, come insegna la Storia, anche quella del nostro Paese.

Per impiegare e diffondere questo vaccino, però, non occorre attendere o sollecitare l’esempio dei politici. Cioè, si può ed è opportuno chiederlo, ma attendere passivamente il loro intervento unanime, mi parrebbe un ipocrita e ingenuo alibi, proposto a sostegno della propria inazione, nonché della propria omissione di soccorso rispetto alle vittime della violenza sul web.

Un alibi che ritengo ingenuo perché trascurerebbe il dato spettacolare del protagonismo ricorrente nella violenza sui social proprio da parte di non pochissimi esponenti politici, sia come autori diretti di tali condotte che come mandanti. Oppure come firmatari di masse di metaforiche licenze di offendere e denigrare, con il loro essere tolleranti e benevolenti verso i più brutali sostenitori delle loro ragioni politiche (anche a tali aspetti, sia pure con prospettive diverse, avevo già dedicato due post, il 28 e il 31 gennaio).

Ancora un’annotazione: ho l’impressione che l’efficacia antivirale dell’approccio qui ipotizzato sarebbe accresciuta notevolmente se la disapprovazione del linguaggio violento fosse indirizzata a coloro di cui si condividono le istanze, le ragioni di fondo, le appartenenze o simpatie politiche, ecc. Il dissociarsi dalla violenza di chi, almeno nominalmente, milita dalla nostra parte non significa affatto indebolire lo schieramento delle forze impegnate in una determinata lotta, ma al contrario, tentando di ri-orientarne le modalità, vuol dire supportare una forma di lotta per le proprie idee e la propria parte politica non solo più corretta ma, in ultima analisi, davvero più efficace.

E mi pare che tutto ciò potrebbe avere un effetto concretamente più significativo di un proliferare di convegni, di dichiarazioni di principio e di condanna, di pubblicità-progresso o di formazioni nelle scuole (ripeto: non che credo che non servano, ma dubito che da soli tali strumenti bastino).

A proposito di scuole e di giovani. Forse non le ricerche in materia, ma il banale (e, invero, fallibile) buon senso suggeriscono che la violenza verbale degli adulti sui social difficilmente rappresenta un efficace mezzo di contrasto a quel terribile fenomeno che è il bullismo.

In chiusura credo si possa dire che esprimere il proprio dissenso dalla violenza aiuti a superare in parte il senso d’impotenza e di vittimizzazione da cui capita di sentirsi sopraffatti quando si è in presenza di manifestazioni di prevaricazione e di abuso. E, almeno rispetto al tema fin qui trattato, se Dio, come accade nella Genesi, ci dicesse «Caino, dov’è Abele, tuo fratello?», potremmo rispondere con serenità che è qui, vicino a noi, e che stiamo vegliando su di lui.

Alberto Quattrocolo.

2 commenti
  1. Alberto Quattrocolo
    Alberto Quattrocolo dice:

    Gentile Laura, come sempre, i suoi commenti costringono a riflessioni non facili. E la ringrazio di cuore anche questa volta, per gli spunti forniti. Dubito sinceramente, peraltro, di riuscire ad essere alla loro altezza.
    Il fatto che la violenza abbia assolto una funzione sociale probabilmente è vero, com’è vero che sia anche e per lo più antisociale, essendo considerata socialmente accettabile, all’interno di una determinata società, solo quella predefinita come legittima; e direi che da quando esiste lo Stato l’unica forma di violenza ammessa come legittima è quella considerata tale dal diritto vigente, che ne riserva la grandissima parte all’autorità statale. Il che non ha impedito le distorsioni più sanguinose e tragiche. Anche negli ordinamenti democratico-liberali, ma in particolare in quelli antidemocratici e ancor di più in quelli totalitari. Per dire: nel ventennio fascista, nel Terzo Reich e negli altri regimi totalitari, fascisti o comunisti, fino allo Stato Islamico.
    Ma francamente non concordo fino in fondo sulla distinzione, sia pur sottile, tra la violenza anonima e vigliacca e quella a volto (nome) scoperto. Infatti, anche quest’ultima può contare su una rilevante impunibilità di fatto, ma, soprattutto, al pari della prima, legittima il proprio ferire un altro essere umano, annullandone ogni dignità umana, sul presupposto di una presunta superiorità morale dell’offender e di una presunta inferiorità morale dell’offeso: comodo (sia pur pensato e sentito in totale buona fede) presupposto, che fornisce la legittimazione a colpire. Il “ragionamento” sarebbe: “ti copro di insulti, ti diffamo, ti offendo e ti dipingo come un mostro perché te lo meriti”. Ti insulto perché sei straniero, rom, omosessuale, populista, femminista, pentastellato, renziano, leghista, berlusconiano, ecc. Che possa essere uno sfogo per la mia frustrazione, la mia disperazione, la mia rabbia, la mia angoscia, il mio dolore o la mia solitudine, probabilmente è spessissimo vero. Così com’è plausibile che siano venuti meno contenitori preesistenti e che ci sentiamo smarriti e disorientati, impauriti e indifesi. Così magari urliamo per farci sentire e vedere, dal momento che ci sentiamo trattati come se fossimo trasparenti e irrilevanti. Ma, invece di dire che siamo arrabbiati e preoccupati, di prendere posizione sul merito delle cose, di esercitare il diritto di critica, colpiamo, con la forza e la copertura del gruppo, alcune persone come fossero bersagli, decidendo che sono loro i colpevoli delle nostre sofferenze. Troviamo capri espiatori adatti ai nostri gusti e alle nostre opinioni e convinzioni. Considerando queste verità come dimostrate se non rivelate. E, così, siamo convinti che siano irrimediabilmente colpevoli, perfino quando poi risulta acclarato che non lo sono. Poichè, in tal caso, la disconferma ufficiale del nostro giudizio ci risuona solo come la decisione comprata sottobanco di un arbitro venduto. O, al limite, cataloghiamo il nostro aver diffamato o insultato un innocente come un trascurabile incidente. Se ci scusiamo con l’interessato – ed è raro -, non per questo mettiamo in discussione il processo interno che ci ha portato a colpirlo in massa per privarlo della reputazione e della dignità.
    Nel post più recente – Il rispetto per l’umanità di chi è vittima di una violenza non (è mai stato) procrastinabile -, mi sono ancora soffermato su tale aspetto. Anche lì, il senso non è quello di mettere in discussione la legittimità dei sentimenti e delle emozioni, e nemmeno di processare le opinioni e i giudizi, ma di interloquire sulle forme con cui talora vi si dà voce. Poiché non mi pare da sottovalutare il rischio, tante, troppe volte inverato, che la lotta contro l’ingiustizia, la diseguaglianza, l’abuso, l’arroganza e la superbia porti ad essere ingiusti, discriminatori, abusanti, arroganti e superbi, senza che ci si renda conto di questa deriva o al massimo sminuendola nella logica del fine che giustifica i mezzi.
    Grazie ancora, Laura, e buon 25 aprile! Alberto

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  2. LAURA MUSINA
    LAURA MUSINA dice:

    Direi forse che il problema è duplice e l’analisi forse un tantino sbilanciata; cercherò di spiegarmi meglio. La violenza verbale quanto quella fisica ha una funzione sociale dagli albori dell’umanità. E’ sempre stata presente e spesso è stata regolamentata da codici appunto sociali, d’onore, di classe, di corpo ecc.ecc. Nell’attuale momento le categorie o i gruppi di potere che regolamentavano ed incanalavano la violenza fisica e verbale verso determinati e precisi scopi sono venuti meno od hanno cessato la loro funzione di leadership.
    Eppure permane tuttora una distinzione seppur sottile: la violenza vigliacca dell’anonimato o del camuffamento e la violenza esibita con nome e cognome a rivendicare e vendicare torti veri o presunti, subiti o percepiti che siano.

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