Sostituzione (ir)razionale

È in corso un tentativo di sostituzione (ir)razionale ?

Se sì, da chi è posto in essere tale tentativo? A cosa mira? E in cosa consisterebbe questa sostituzione (ir)razionale?

A simili quesiti si può tentare di rispondere partendo dall’espressione che ha ispirato quella di sostituzione (ir)razionale : la sostituzione etnica.

La sostituzione (ir)razionale interna alla “teoria” della sostituzione etnica?

Sostituzione etnica è un’espressione usata frequentemente dal segretario della Lega, Matteo Salvini, che, ad esempio, quando venne intervistato da Maria Latella, specificava che si tratta di

«un arrivo di una massa di o nulla facenti o delinquenti, che non scappano dalla guerra, ma la guerra ce la portano in casa».

Ma Salvini non è il solo parlare di sostituzione etnica. Lo ha fatto anche Magdi Cristiano Allam su Il Giornale, affermando che la sostituzione etnica deriva dall’impegno dell’Italia sul fronte dell’accoglienza e che è frutto di una strategia deliberata, pianificata e finanziata, che interessa l’intera Europa.

Tra i sostenitori della tesi della sostituzione etnica vi sono quella quindicina di naziskin del Veneto Fronte Skinhead, che hanno fatto irruzione in un’assemblea della Rete Como Senza Frontiere. Inoltre la stessa tesi è affermata continuamente da CasaPound e Forza Nuova.

Ad esempio, Roberto Fiore, leader di quest’ultima, l’ha riproposta rivendicando il blitz davanti alla sede de La Repubblica e L’Espresso.

«Da oggi inizia il boicottaggio sistematico e militante contro chi diffonde la sostituzione etnica e l’invasione».

Sullo stesso registro, del resto, si colloca la teoria complottista che denuncia il cosiddetto Piano Kalergi.

Sul sito identità.com si legge che il “piano Kalergi”, ideato negli anni Venti del secolo scorso da Richard Coudenhove Kalergi, sarebbe stato appoggiato da Winston Churchill, dalle logge massoniche, dal New York Times e, infine, dal Governo USA. Lo scopo del fantomatico Piano Kalergi sarebbe stato quello di dare luogo ad un «genocidio programmato dei popoli europei».

Se questa affermazione è, a dir poco, intrisa di fasulla paranoia, non meno pregna di xenofobia e odio razziale è quella secondo la quale, il piano Kalergi, attraverso l’immigrazione di massa, avrebbe avuto lo scopo di «distruggere completamente il volto del Vecchio continente».

L’obiettivo finale di quel piano, infatti, sarebbe l’incrocio dei «popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’élite al potere»[1].

La sostituzione (ir)razionale si fa strada mediante la bufala della sostituzione etnica.

Si potrebbe pensare che la balla della sostituzione etnica non convinca che pochi sprovveduti e una manciata di estremisti. Sì, si potrebbe pensarlo, ma si sbaglierebbe.

È più facile trarre in inganno una moltitudine che un uomo solo, scrisse, infatti, Erodoto [2].

Che tale comunicazione, paranoica e mendace, funzioni e favorisca effettivamente una sostituzione(ir)razionale nel modo di vedere, leggere e interpretare la realtà sembra dimostrato dal fatto che gli italiani pensano che gli immigrati in Italia siano il 30% e che siano prevalentemente africani, o asiatici, di fede islamica.

In realtà, in termini di banale razionalità, non occorrerebbe alcuna competenza specifica per sapere che la teoria della sostituzione etnica è una balla colossale. Basterebbe fare due semplicissime operazioni aritmetiche. Operazioni, queste, che, se svolte dai più, svelerebbero e vanificherebbero i tentativi di sostituzione (ir)razionale in corso.

Si ripete la balla dell’invasione per perseguire la sostituzione (ir)razionale

Quindi facciamo un po’ di addizioni e sottrazioni, tenendo a mente che i cittadini italiani sono 55 milioni e 551mila e che il totale dei residenti in Italia è poco più di 60 milioni. Gli immigrati residenti regolarmente in Italia, infatti, sono 5.029.000, secondo i dati Istat, aggiornati al 1 gennaio 2017 [3]. Di questi 5 milioni e rotti, gli stranieri non comunitari regolarmente residenti sono circa 3 milioni 500 mila. Il che vuol dire circa il 6% del totale dei residenti (60 milioni e mezzo).

Vi sono poi poco più di 400 mila stranieri regolari ma non residenti[4].

Gli stranieri, comunitari e non comunitari, residenti regolarmente in Italia, dunque, ammontano a 5,4 milioni.

Tale dato comprende anche coloro che hanno ottenuto l’asilo (i rifugiati), che sono 147 mila [5]

Ma si devono aggiungere 200 mila richiedenti asilo e 435 mila immigrati irregolari (i cosiddetti clandestini) [6].

In sostanza, facendo l’addizione che più interessa ai sostenitori della sostituzione etnica, in Italia ci sono:

  • 3 milioni e 500 mila immigrati residenti regolarmente provenienti da Paesi extra UE, inclusi i rifugiati
  • 410 mila regolari non residenti (con permesso di soggiorno)
  • 435 mila irregolari
  • 200 mila richiedenti asilo

ll totale è di 4 milioni e 445 mila persone.

È questa la sostituzione etnica? Quattro milioni e mezzo di immigrati – di cui una larga parte, ma non la totalità, proviene da paesi non europei – riuscirebbero a sostituire etnicamente 55 milioni e mezzo di italiani?

O, forse, la sostituzione etnica – inventata dagli artefici della sostituzione (ir)razionale – è quella consumatasi lo scorso anno, nel 2017? Nell’anno, cioè, che ha registrato oltre un terzo in meno degli arrivi di quello precedente: 119.310 persone sbarcate, il 34,24% in meno del 2016 (quando erano state 181.436).

Ma neanche se avessero i superpoteri!

Salvini il 10 dicembre, in Piazza Santi Apostoli, per la manifestazione contro lo ius soli, ha detto:

«Per me gli italiani non sono solo quelli che hanno la pelle bianca, ma anche gli immigrati regolari e per bene, che portano un contributo alla nostra società».

Gli immigrati regolari, anche escludendo i richiedenti asilo, sono poco meno di 4 milioni. Poiché, secondo Salvini, sono anch’essi da considerare come se fossero italiani, non dovrebbero essere visti come rientranti nel piano di sostituzione etnica. Non sarebbero, cioè, una minaccia per la pura razza italiana.

Quindi, restano mezzo milione di persone, cioè i 435 mila irregolari. Sono costoro quelli che rendono «i padani discriminati, vittime di pulizia etnica, di sostituzione di popoli», per citare le parole dette da Salvini a Radio Padania nel 2015?

La sostituzione etnica, di cui il segretario della Lega ha parlato, davanti alle telecamere di SkyTg24, forse, oltre che dai 435 mila immigrati irregolari (i cosiddetti clandestini) è rappresentata anche da 200 mila richiedenti asilo, quindi da 635 mila individui in tutto?[7]

Più di 58 milioni di persone sarebbero a rischio di sostituzione etnica da parte di 635 mila persone.

Ma neanche se quei 635 mila fossero dotati di superpoteri!

Il punto è che la sostituzione (ir)razionale (in realtà, è anche e soprattutto una “sostituzione etica”), perseguita dai sostenitori della teoria complottista della sostituzione etnica, consiste nel sostituire la verità con le fandonie. E per propagare questa sostituzione (ir)razionale non occorrono 635 mila complici, ne bastano molti di meno, purché abbiano i mezzi e le risorse per convincere milioni di persone.

L’invenzione dell’islamizzazione dell’Italia

La portata assurda della sostituzione etnica – cioè della trasparente, a ben guardare, operazione di sostituzione (ir)razionale – del resto, trova una conferma sul piano del, tanto sbandierato, “pericolo di islamizzazione” dell’Italia e dell’Europa. Un’altra bugia di proporzione colossali, ma assolutamente coerente con la visione conflittuale esasperata e con la mentalità paranoica che intende diffondere chi si adopera per diffondere una sostituzione (ir)razionale nella mente di milioni di persone.

In primo luogo, va detto che l’unico modo per calcolare quanti sono i musulmani in Italia è quello di contare il numero di coloro che provengono da Paesi che sono abitati prevalentemente da islamici. Quindi, è un’approssimazione per eccesso, poiché non sono pochi coloro che fuggono da regimi islamici o dal terrorismo islamico verso l’Europa, proprio perché sono di un’altra fede religiosa (cristiana per lo più). Ciò premesso, i presunti musulmani sono 2.500.000 [8].

Ciò significa che non tutti gli immigrati sono musulmani, anzi! Ben il 53% degli stranieri immigrati è di fede cristiana, mentre i presunti musulmani sono un milione in meno dei cristiani stranieri, essendo appena il 32,6% degli immigrati. Infatti, come nel 1993, così ancora oggi gli immigrati che si suppone siano di fede islamica, in considerazione del loro Paese di provenienza, sono rimasti fermi al 32%.

Quanti di questo sono osservanti? Impossibile dirlo come è impossibile dirlo per i cattolici (70%), gli ebrei, i protestanti, ecc., italiani.

Le reali “sostituzioni”, in fondo note a tutti, ma taciute o negate dai sostenitori della sostituzione etnica, artefici di un’articolata opera di sostituzione (ir)razionale

Le reali sostituzioni – di effettiva sovranità sul proprio territorio, di vera indipendenza politica, di piena gestione delle proprie risorse, dei diritti politici, civili e sociali di interi popoli, dei valori culturali … – sono proprio quelle che la propaganda della sostituzione etnica nega, o su cui sorvola.

Tali “sostituzioni”, però, sono, in fondo, note a tutti. E quando si pubblica qualche notizia su di esse, non ci sorprendiamo granché, perché, in realtà, sono cose che sappiamo già. Da sempre.

Le vere invasioni già avvenute

Ad esempio, non stupisce più di tanto l’inchiesta del New York Times, ripresa da La Stampa, sulla vendita di armi, da parte di una società tedesca, che le produce in Sardegna, all’Arabia Saudita, per essere impiegate da questa impiegate per massacrare civili in Yemen.

Come non ci spiazzano le riflessioni di Giorgio Vittadini sui brutti e oscuri rapporti tra USA e terrorismo islamico, oppure quelle di Domenico Quirico sulla politica francese nel Sael e sulla missione italiana in Niger.

Siamo tutti capaci di vedere, per dire, che dall’Afghanistan alla Siria, passando per l’Iraq, e dalla Somalia al Mali, le guerre si fanno nei luoghi e lungo i percorsi in cui si trovano gas, petrolio e minerali strategici.

In maniera “spettacolare”, del resto, l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, sotto forma di “guerre preventive” o per “esportare la democrazia”, hanno posto in rilievo che, a differenza dei conflitti precedenti, l’obiettivo non è più quello di conservare un territorio coloniale o di mantenere o insediare dei governi-fantoccio Il fine dei bombardamenti e delle occupazioni armate, parrebbe, anzi, essere la completa disintegrazione, visto che l’esito di tali guerre è stato quello di polverizzare tali paesi fino a renderli ingovernabili.

In Afghanistan, Somalia, Iraq e Sudan l’esito delle guerre è invariabilmente la distruzione delle fondamenta, l’annullamento di ogni possibilità di (auto)governo effettivo, il caos.

Anche se tale effetto non fosse premeditato, è comunque ricorrente e presenta dei costi (a partire da quelli umani) sbalorditivi. In parte calcolabili (numero dei morti e dei feriti, dei profughi, danni patrimoniali…), ma difficili da mentalizzare per quanto sono enormi, profondi e duraturi.

Sfruttamento neocoloniale e immigrazione

Ancora a proposito del Niger, a titolo esemplificativo, un dossier di cinque anni fa (Areva en Afrique. Une face cachée du nucléaire français, Raphaël Granvaud, Agone, 2012) descriveva il modus operandi della società che gestisce le centrali nucleari francesi (Areva) e controlla direttamente le miniere di uranio in Africa, soprattutto, in quel paese.

In Niger vi sono i più ricchi giacimenti mondiali di uranio del mondo, eppure è al 187° nell’indice di sviluppo umano dell’ONU, cioè tra i più poveri. L’attività di Areva, si legge nel dossier (pp. 157-187), genera una «triplice catastrofe»: «ambientale, sanitaria e sociale». La società francese avrebbe:

  • contaminato le già scarse risorse di suolo e di acqua per diversi chilometri intorno ai luoghi di estrazione, procurando sia l’impoverimento delle campagne che un aumento delle malattie legate alla radioattività;
  • lasciato le briciole” al Niger, dato che appena poco più del 10% del valore dell’uranio estratto rimarrebbe nel paese;
  • di fatto, eliminato l’economia di sussistenza, così favorendo la migrazione interna, dalle campagne alle città, e internazionale, in particolare, attraverso la Libia e, per quelli che ci riescono, attraverso il Mediterraneo.

Oltre a questo esempio, mille altri se ne possono fare circa le conseguenze del neocolonialismo posto in essere dalle potenze nazionali e dalle multinazionali, europee, nordamericane e non solo, dopo l’ottenimento dell’indipendenza da parte delle ex colonie.

Il nazionalrazzismo, oggi, predica ancora che occorre “aiutare gli africani a casa loro” [9] .

In altri precedenti post su questo blog si sono proposti esempi piuttosto noti di “aiuto a casa a loro” molto discutibili e all’insegna del neocolonialismo più sfacciato. La Stampa documenta un altro esempio di “aiuto”, stavolta cinese, in Africa, in particolare in Kenya.

Chiedono giustizia? E allora giustiziamoli

La propaganda nazionalrazzista preferisce prendersela con gli immigrati, negare che profughi e richiedenti asilo siano costretti ad espatriare da guerre e violenze di varia natura: sfruttamento coloniale diretto e indiretto; terrorismo e fondamentalismo, dietro i quali, al di là di distorsioni ideologiche-religiose introiettate dagli esecutori materiali, si concentrano e premono ben più concreti, prosaici e inconfessabili, interessi politico-economici; regimi autoritari, supportati, più o meno occultamente, da società e/o governi stranieri.

Tale atteggiamento nazionalrazzista, di incitamento all’odio , ricorda una celebre battuta di Roberto Benigni, «Avevano fame, li abbiamo diffamati», compatibile anche con una variante del tipo: «Chiedevano giustizia, così li abbiamo giustiziati».

Ma la retorica nazionalrazzista della sostituzione etnica, in realtà, richiama da vicino anche la politica di John Magufuli, presidente della Tanzania. Costui, per fermare le gravidanze precoci, ha disposto prima, nel 2015, l’espulsione dalle scuole delle ragazzine incinta, e, ora, ne ha previsto anche l’arresto. In Tanzania, il governo, dunque, punisce le ragazzine le cui gravidanze, in realtà, sono conseguenza di stupri e violenze: cioè, se la prende con le vittime, come fa, in Europa (Italia inclusa) e in USA, il nazionalrazzismo.

In un caso come nell’altro, si nega che le vittime di insopportabili ingiustizie siano tali. Ciò, in qualche modo, autorizza il poterle emarginare, demonizzare, criminalizzare e perseguitare, qui da noi, e saccheggiare e, talora, ammazzare impunemente, a casa loro.

Che sia proprio questo il senso, lo scopo, della sostituzione (ir)razionale ?

Alberto Quattrocolo

 

[1] Secondo Salvini, ancora oggi il piano sarebbe in corso, a distanza di quasi un secolo, e sarebbe l’Europa a coordinare tale sostituzione di popoli. Lo sostenne già nel 2015 in un’intervista su Radio Padania. In realtà, il conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, un austro-giapponese (1894- 1972) fu probabilmente uno dei primi uomini politici a proporre il progetto di un’Europa unita. Lo fece nei primi anni Venti del Novecento, allorché pubblicò il manifesto Pan-Europa e fondò l’associazione Unione Paneuropea. In altre opere successive, scritte mentre in Europa si affermavano i totalitarismi nazionalisti, specificò la sua idea di un’Europa confederata in Stati, che si sarebbe poi integrata “all’interno di un’organizzazione mondiale politicamente unificata”. Kalergi non parlò mai di genocidio dei bianchi europei, anzi, si opponeva al sogno millenario del Terzo Reich, intento ad affermare il suprematismo della razza ariana e l’asservimento, nonché lo sterminio, delle altre. E fu per reazione a quel genocidio, che il nazismo pianificò ed eseguì, che Kalergi coltivò l’idea di un’umanità che, grazie al completo rimescolamento, si sarebbe ritrovata a convivere in pace, senza massacri e nel reciproco rispetto e riconoscimento. Lungi dal mirare al «genocidio programmato dei popoli europei», Kalergi, in realtà, mirava proprio a impedire i massacri che, poi, purtroppo i regimi totalitari, nazisti e comunisti, perpetrarono. L’ideale, il progetto, cioè, di Kalergi, semmai, aveva qualche similitudine con quello internazionalista dei movimenti socialisti dell’epoca, ma, a differenza dell’Internazionale Socialista, la prospettiva pan-europeista di Kalergi non prevedeva né rivoluzioni, né dittature del proletariato, né purghe o altre azioni violente. Kalergi, peraltro, non era un comunista. Il paradosso, dunque, è che oggi si cerca di far passare le sue idee come se fossero state allora o potessero essere oggi, una pericolosissima minaccia, mentre si trascura la situazione storica in cui sorsero e in cui continuarono ad essere coltivate: l’affermazione del nazifascismo in Europa, la Seconda Guerra Mondiale, gli accordi di Yalta, la costituzione del Patto di Varsavia, la Guerra Fredda…

[2] L’ex responsabile della comunicazione al Senato del M5S, Claudio Messora, ad esempio, ha parlato di sostituzione etnica sul suo blog e – soprattutto – durante la trasmissione televisiva La Gabbia. Idee non anto dissimili sembrano essere state fatte proprie, almeno in parte, da un altro politico pentastellato, Carla Ruocco, che sulla sua pagina Facebook ha postato il servizio di La Gabbia: il piano della Boldrini per la grande invasione.

[3] Si tratta di un dato indiscutibile, essendo basato sulle persone registrate alle anagrafi comunali aventi una cittadinanza diversa da quella italiana.

[4] Sono persone che hanno un regolare permesso di soggiorno, ma non sono iscritti all’anagrafe di nessun comune italiano. Ammontano a 410.000 secondo i calcoli del Ventiduesimo Rapporto sulle Migrazioni 2016 di Fondazione ISMU.

[5] Pari, cioè, agli abitanti di un paio di circoscrizioni del comune di Torino. I rifugiati ospitati nei paesi europei sono 1,8 milioni. Si può immaginare che tutti gli abitanti di Milano e tutti quelli di Genova messi insieme, siano sparsi nel continente europeo (va detto che l’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale: i primi in classifica sono la Svezia con il 17,4 ogni 1000, Malta con il 16,5, la Norvegia con il 9,8 e la Svizzera con l’8,9). Del resto le statistiche ufficiali confermano quello che chiunque sappia ragionare con la propria testa, dovrebbe sapere: le persone costrette a fuggire dai loro Paesi di origine si orientano per lo più verso i Paesi limitrofi al proprio, e non verso l’Europa. Nel 2015 degli oltre 65 milioni di individui nel mondo (un po’ di più dei residenti in Italia) costretti ad espatriare, l’86% resta nei pressi del loro Paese, cioè, nelle regioni più povere del pianeta. Infatti, arriva in Europa solo il 6% dei migranti forzati, mentre: il 39% resta in Medio Oriente e in Nord Africa, il 29% rimane nel resto Africa, il 14% in Asia e nel Pacifico, il 12% nelle Americhe. Di questi 65,3 milioni la metà sono bambini. E tanto per non procedere a sostituzioni lessicali, si tratta non di migranti economici ma di migranti forzati: che diventano non solo rifugiati, ma anche sfollati interni, persone, cioè, che lasciano la propria casa ma non lasciano il proprio Paese. Gli Stati che “producono” più migranti forzati sono Siria (5 milioni), Afghanistan (2,7) e Somalia (1,1). E tra i Paesi che accolgono più migranti forzati vi sono: la Turchia, anche in seguito agli accordi tra Erdogan e la comunità internazionale, in cui si trovano 2,5 milioni; ve ne sono più di un milione sia in Pakistan che nel Libano (dove il rapporto popolazione immigrati è di 1/3) e in Iran. Come si diceva, sono i Paesi limitrofi ai luoghi di emigrazione quelli in cui si sposta chi scappa da guerre, terrore, sfruttamento e persecuzioni. Perché? Perché chi lascia la propria casa, spera, prima o poi, di tornarci.

[6] L’Italia è agli ultimi posti in Europa per incidenza dei rifugiati sulla popolazione totale. I primi in classifica sono: la Svezia, con 17,4 ogni 1000; Malta con il 16,5; la Norvegia, con il 9,8; la Svizzera con l’8,9.

[7] Poco meno degli abitanti di Palermo.

[8] Di questi due milioni e mezzo  di presunti musulmani, il 43% è cittadino italiano (in larghissima parte persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana secondo la legislazione vigente). I dati sono quelli delle ricerche della Fondazione ISMU, svolte in collaborazione con Orim Lombardia, rielaborati ed integrati da Fabrizio Ciocca per lenius.it, con i dati aggiornati dell’ISTAT e del Ministero dell’Interno al 1 gennaio 2017

[9] In altri precedenti post su questo blog avevo definito nazionalrazzismo quell’insieme di movimenti, organizzazioni e soggetti politici che, a volte esplicitamente altre volte in maniera implicita, sostengono non solo che esistano le razze, ma stabiliscono anche una gerarchia tra di esse, in termini morali, etici, culturali, ecc. Dunque, tali organizzazioni politiche possono essere descritte come nazionalrazziste, perché, ponendo mente a quelle operanti in Italia, affermano che esiste la razza nazionale degli italiani, la descrivono come superiore e la contrappongono alle altre. Gli altri post sul tema o ad esso implicitamente correlati sono: Giorno maledetto, Autorizzazione della violenza, (in)giustizia nazionalrazzista, Obiettivi dell’antibuonismo nazionalrazzistaAntibuonismo nazionalrazzista(il)legalità nazionalrazzistaLa strumentalizzazione nazionalrazzista degli stupriLa doppia morale nazionalrazzistaDove eravamoPropaganda nazionalrazzista e WelfareIl nazionalrazzismo come politica del conflitto (razziale)Nazionalrazzismo e socialrazzismo.

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