Il precario equilibrio tra scissione e unione, o separazione all’insegna del rispetto reciproco, potrebbe risolverlo un “best man” con un gesto unilaterale di de-escalation senza attesa di contropartite

Ancora un post su quanto accade nel Partito Democratico, ma questo è più breve del precedente.

In una comunità si entra e si resta, poiché e finché se ne condividono valori, principi, finalità, programmi e metodi, ma anche perché, ad esempio, si pensa di potervi realizzare i propri interessi, di appagare i propri bisogni, desideri e aspirazioni di realizzazione e/o di partecipazione, di crescita personale o professionale, ecc.

Da una comunità si esce, quando le aspettative non trovano più soddisfazione, quando i diversi precedenti motivi per restare vengono meno, quando si dissente a tal punto dalla politica svolta da quella comunità, o dai modi in cui è declinata, da non riuscire più a sentirsene parte integrante, sia pure in posizione minoritaria.

Più in generale, in una comunità ci si confronta, si dibatte e ci si divide sulle questioni più diverse, fino a raggiungere la sintesi, la decisione e la sua esecuzione. E in tutto ciò sono fondamentali gli aspetti istituzionali: regole, organi, funzioni, ecc.

Accanto a  tali aspetti istituzionali, però, ve ne sono altri di non minor rilievo e che vengono sottoposti a stress proprio nelle situazioni di conflitto.

Gli organi, i ruoli, le procedure e gli altri paletti istituzionali previsti dalle regole, sono fondamentali per contenere un conflitto interno ad una comunità, ma anche alcuni accorgimenti relazionali sono rilevanti per rendere efficaci, dal punto di vista contenitivo, le norme gli assetti organizzativi suddetti. In assenza di quelle attenzioni, infatti, il rischio è che le regole siano vissute da una porzione della comunità come comodi alibi formali per impedire il dibattito, la competizione, mantenere lo status quo e addossare agli scontenti la responsabilità dello scontento e dei comportamenti da esso provocati. E, per l’altra parte della comunità, che al valore contenitivo e regolativo di quelle norme si richiama, vi è il rischio che esse paiano come argini solo apparentemente sicuri, data la scomodità di sentirsi incolpare di un formalismo fazioso e interessato e di apparire arroganti e rigidi nel far rilevare che non si possono mettere in  discussione le norme quando la loro osservanza pregiudica i propri fini.

Ci si riferisce ad un ingrediente solo apparentemente impalpabile ma che in realtà è assai spesso una componente essenziale di quel collante che tiene insieme una comunità: l’ascolto.

Ci si è già soffermati più volte su tale parola in questo blog, ma quel che qui si vuol porre in rilievo è che è possibile e utile anche ascoltare colui che si considera il nemico.

In realtà, proprio questo aspetto è stato posto in apertura dell’Assemblea del PD dal segretario dimissionario Matteo Renzi, ponendo l’accento sul concetto di rispetto: «In questi mesi il Pd non si è rispettato, ha buttato del tempo, ha bestemmiato il suo tempo, ha perso l’occasione per parlare fuori. Guardiamoci negli occhi rispettandoci e proviamo a capire se esiste lo spazio per immaginare un domani».

Per guardarsi negli occhi nei termini cui si riferisce Renzi, è necessario voler ascoltare il nemico, non proponendolo più agli altri e non rappresentandoselo e non vivendolo più come tale, ma sentendolo e trattandolo come un interlocutore con cui si è in disaccordo, ma che non è da sconfiggere, non è da emarginare, né da abbattere, umiliare o eliminare.

Quindi l’ascolto in tale situazione implica l’essere disposti a mettersi in gioco, a rischiare un po’, a ferire un po’ il proprio narcisismo, a scoprirsi e ad essere scoperti. Inoltre, presuppone anche l’essere disposti a rivelare di essere stati un po’ inadeguati e un po’ deludenti rispetto alle nostre e altrui aspettative, significa soffermarsi sugli errori commessi e sulle esagerazioni compiute nel parlare o sparlare dell’altro, comporta il riconoscere di averlo colpito sotto la cintura e di averlo attaccato a volte anche prescindendo dal merito dei fatti in discussione.

Se si riesce ad ascoltare queste nostre parti, senza far scattare la tagliola del giudizio, ma iscrivendole nella cornice costituita dalla logica reattiva della dinamica conflittuale, vuol dire che, come il protagonista del film più avanti citato, ci stiamo ascoltando.

Del resto, la condizione ideale, ma anche necessaria, com’è noto, per poter riuscire realmente ad ascoltare l’altro è l’aver prima ascoltato se stessi. Infatti, il rispetto a cui allude Matteo Renzi presuppone la compresenza di alcuni aspetti tra i quali: la sospensione dal giudizio e la disponibilità alla comprensione autentica delle ragioni, delle istanze e dei vissuti altrui. Sono elementi, questi due, normalmente assai compromessi nelle relazioni conflittuali, e che sono certo di non facile attivazione anche in quelle non conflittuali.

Tuttavia, tutto ciò non è sinonimo di impossibilità. Ascoltare e, facendolo contenere le spinte all’escalation conflittuale, è un’operazione certamente difficile e impegnativa, ma assai più realizzabile di quanto siamo propensi a pensare allorché siamo coinvolti nel conflitto.

Peraltro, la soluzione del conflitto, come dimostra, ad esempio, l’attività di mediazione familiare, non necessariamente implica il mantenimento del legame con le forme precedenti. Può anche procurare lo scioglimento di quel tipo di legame e la costruzione di un rapporto fondato su basi nuove: una condizione relazionale in cui la sospensione dei gesti ostili poggia, da un lato, sul superamento di vissuti di tradimento, rifiuto e abbandono e sulla conseguente cessazione dei rimproveri reciproci inerenti a tali vissuti e, dall’altro, sull’accettazione dell’inconciliabilità delle differenze all’interno di una condizione di convivenza e sulla loro integrazione in un assetto relazionale diverso, supportato dal reciproco ascolto.

Peraltro, alcuni passaggi dell’Assemblea del Partito Democratico di domenica 19 febbraio – non si esplicita a quali si sta facendo riferimento per rispetto vero i singoli e per non risultare giudicanti – sono sembrati sostenuti da un precedente, a volte sofferto, ascolto di sé, e spesso contenevano più o meno evidenti manifestazioni di un tentativo di ascolto della controparte.

A questo riguardo si richiamano alla mente alcuni importanti passaggi della lunga intervista di Robert McNamara (ex professore di Harvard, ex presidente della Ford, ma soprattutto ex segretario alla difesa degli Stati Uniti prima per John Kennedy e poi per Lyndon B. Johnson) proposta nel film girato da  Errol Morris, nel 2003, The Fog of War: Eleven Lessons from the Life of Robert S. McNamara (vincitore dell’Oscar come miglior documentario). Il film si sviluppa in lezioni. La prima è “empatizza con il tuo nemico”; la seconda è “la razionalità non ci salverà”, la terza “c’è qualcosa al di là di se stessi”.

Riguardo a quest’ultimo punto, per restare in ambito cinematografico, si può pensare alla situazione proposta in un celebre film di 53 anni fa. Nel 1964 veniva distribuito un film di Franklin J. Shaffner[1], il cui titolo originale era The Best Man (quello italiano era L’amaro sapore del potere). I protagonisti erano due candidati contrapposti alle primarie di un partito, che si lasciava intendere essere il Partito Democratico. Ad interpretarli erano Henry Fonda e Cliff Robertson[2]. L’amaro sapore del potere raccontava la lotta senza esclusione di colpi tra i due candidati. Quello interpretato da Fonda (William Russell, segretario di Stato) era largamente ispirato ad Adlai Stevenson, mentre quello interpretato da Robertson (Joe Cantwell, senatore) era invece parzialmente ispirato a Richard M. Nixon[3].

The Best Man, anche rivisto oggi, sembrerebbe dire molte cose sulla dinamica conflittuale in ambito politico. Infatti, nella pellicola si assiste a colpi bassi, diffamazioni, attacchi personali, e alleanze segrete, per contrastare un nemico più forte, stipulate tra candidati quanto mai diversi per cultura, ideali, programmi e visioni (inciuci, si direbbe nel gergo politico italiano). Ma poi emerge quello che secondo la visione dello sceneggiatore Gore Vidal, sarebbe il vero Best Man: cioè, quello che, assaporato l’amaro sapore del potere e soprattutto l’amaro sapore dell’escalation spersonalizzante del conflitto politico, compie la scelta che ritiene più giusta. Pur di non spaccare il partito e di non arrivare ad assumere comportamenti analoghi, per bassezza, a quelli messi in atto dal suo più competitivo rivale, il personaggio di Fonda spiazza tutti, decidendo di ritirarsi dalla Convention e di far convergere i suoi voti su di un candidato minore, sconosciuto ai più, ma che egli ritiene intelligente, preparato ed onesto, il governatore John Merwin.

Non si vuole, con tale esempio, sostenere la necessità o l’opportunità che Renzi, Rossi, Speranza, Emiliano o altri compiano un analogo gesto, né esprimere un parere sulla candidatura alternativa a Matteo Renzi, su cui, si legge su Il Fatto Quotidiano, starebbero ragionando Andrea Orlando, Cesare Damiano e Gianni Cuperlo. Si vuole invece porre in rilievo come il personaggio interpretato da Henry Fonda sia mosso alla sua azione decisiva da qualcosa di ben diverso da quel che, secondo altri personaggi del film, è interpretabile come eccessiva inclinazione a riflettere o come un’irresolutezza caratteriale. Tra coloro che lo sospettano di indecisionismo vi sono non solo il suo antagonista ma anche il presidente uscente, ormai malato terminale, il quale, pur incline per ideali e stima personale a sostenere Bill Russell, è quasi disgustato dal suo fair play, da lui considerato come sintomatico di una mancanza di grinta. Profondamente convinto della necessità di essere duri e decisi nella lotta politica, il presidente Hockstader non comprende che Russell si sta concedendo il tempo per ascoltarsi – per riconoscere i suoi sentimenti, i suoi desideri, le sue paure, le sue pulsioni e la sua rabbia –  e per ascoltare gli altri. Tutti gli altri.

E Russell, pur tenendo moltissimo all’opinione del presidente su di lui, decide di fare quel che gli pare essere il meglio (the best). Perché c’è qualcosa al di là di se stessi e perché, quando si pone in essere quella che si ritiene sinceramente essere l’azione giusta, non lo si fa in vista di contropartite. Lo si fa per sé e per gli altri, ma non lo si negozia.

Ascoltare unilateralmente, nel senso qui proposto, però, in alcun modo implica o comporta la rinuncia alla tutela di visioni, principi, obiettivi, programmi. Non equivale a eliminare le differenze, ma a concretamente accoglierne l’accettazione.

Vuol dire uscire, cioè, dalla logica del botta e risposta, che non appagherà mai completamente i protagonisti del conflitto, per affermare un proprio diverso modo di relazionarsi all’altro.

Quando anche una sola parte interrompe la realizzazione dei comportamenti conflittuali-distruttivi e rivede la sua modalità relazionale precedente, tale condotta può produrre conseguenze sulla controparte, che, almeno entro certi limiti, si trova ad essere un po’ disarmata.

Più ci si chiama fuori dal gioco al massacro, dunque, più si pongono le condizioni perché tale condotta sia più facilmente seguita dalla controparte. O, almeno, si pone questa nella situazione di chi si trova a confliggere prevalentemente o esclusivamente con la propria ombra – il che, si rileva incidentalmente, secondo un certo punto di vista psicologico, è profondamente vero in ogni caso.

Ma questi effetti non possono essere posti come condizioni se si vuole uscire dalla dinamica un po’ hollywoodiana su chi per primo deve abbassare la pistola (e sarebbe interessante, talvolta, tenere presente come vanno a finire tali scene nei film di Quentin Tarantino).

Il ripristino della comunicazione, dunque, tra gli esponenti del PD, che prevenga la scissione o che serva ad accompagnare una separazione non traumatica, su cui si sta qui ragionando potrebbe suonare come un invito irrealistico e generico a porgere l’altra guancia. Non lo è e non vuole esserlo. Però, si ponga mente al fatto, che gestire il conflitto dall’interno, esercitando un’effettiva attività di ascolto di se stessi e degli altri, avversari inclusi, non è una cosa così infrequente nell’ambito delle umane relazioni. Altrimenti l’umanità si sarebbe estinta da un pezzo.

Che poi sia un’impresa difficile, non occorre di certo un grande sforzo per ammetterlo.

 

Alberto Quattrocolo

[1] Fu regista di alcune costose e pluripremiate produzioni spettacolari, ma spesso impregnate di risvolti politici, negli anni sessanta e settanta: la prima versione, del ’68, del Pianeta delle scimmie, Patton, generale d’acciaio, Nicola e Alessandra, Papillon, I ragazzi venuti dal Brasile.

[2] Il primo in quegli anni interpretò altre due volte la parte di un uomo politico (Tempesta su Washington e A prova di errore). Il secondo aveva interpretato la parte di JFK in PT 109, un film del ’63, imperniato sulle esperienze belliche del giovane futuro presidente in Pacifico, allorché come sottotenente di vascello, nella Seconda Guerra Mondiale, fu autore di un memorabile salvataggio dei suoi uomini a seguito del naufragio della sua motosilurante da parte dei giapponesi, nel corso di un’azione bellica.

[3] I punti di contattato tra il film e la realtà politica del periodo, però, non riguardano solo i personaggi e la trama. Il film, infatti, venne girato a Los Angeles e alcune scene all’Ambassador Hotel dove, nel 1968, sarebbe stato ucciso il senatore e candidato alla presidenza Robert Kennedy. L’attore Lee Tracy, candidato al premio Oscar e al Golden Globe coma miglior attore non protagonista (è il presidente uscente  Art Hockstader), ebbe dei guai con l’HUAC (House Committee on Un-American Activities), così come lo sceneggiatore Gore Vidal, che trasse lo script da una sua opera teatrale.

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