Rispetto al conflitto interno al mondo della politica, lungi dall’auspicarne la soppressione in nome di una pacificazione omologante e, in definitiva repressiva della libertà e della democrazia, e lungi dal voler adottare un approccio valutativo rispetto a coloro che ne sono coinvolti, non si può non rilevarne l’emersione di alcune dinamiche che lo privano del carattere di fisiologica capacità generativa, innescandone invece derive degenerative.

Ciò si manifesta in maniera assai plastica soprattutto nei confronti tra esponenti politici, giornalisti, esperti in particolari materie, intellettuali, opinionisti, ecc., all’interno di programmi televisivi, nelle loro comunicazioni sui social, negli articoli e nelle interviste televisive o pubblicate sulla stampa o sul web, come anche nelle dichiarazioni e nei dibattiti in sedi istituzionali (dal Parlamento ai Consigli regionali o comunali alle assemblee o direzioni di partito).

Da fonte di arricchimento a fattore di impoverimento del confronto

Quando per contrastare o confutare le tesi di chi è portatore di pensieri, interessi, valori, principi, istanze, obiettivi o strumenti diversi, non ci sofferma sui contenuti per come sono formulati e presentati, ma li si distorce; quando si passa dal dibattito sulle cose (programmi, idee, proposte, metodi, principi e valori) all’attacco personale; quando i ragionamenti altrui non sono ascoltati ma riformulati per essere contestati, magari ridicolizzati; quando la validità delle proprie ragioni è sinonimo di torto marcio di quelle dell’altro; quando la discussione sui temi in oggetto sterza verso la delegittimazione delle posizioni, delle storie collettive e personali e anche delle vicende umane altrui; quando si riduce l’altro a stereotipo, raffigurandolo come una caricatura, lo si ridicolizza e deride, oppure lo si demonizza…Quando accade tutto ciò e altro ancora – e sta accadendo da molti anni in qua, e con notevole frequenza, nel dibattito pubblico -, inevitabilmente il conflitto perde la sua capacità creativa e la profondità e la complessità dei problemi, dei valori e dei principi in discussione si perdono. Infatti, il dibattito pubblico si riduce alla contrapposizione di slogan, di diversa efficacia persuasiva, confezionati per ampliare e cementare la cerchia dei simpatizzanti, e così si impoverisce.

 

Com’è noto, la prima vittima del conflitto è la verità, ma non necessariamente perché gli attori del conflitto mentono deliberatamente, bensì perché la semplificazione della visione della realtà dibattuta e la monodimensionalità della percezione dell’avversario, che sono fenomeni tipici dell’escalation conflittuale, riducono di molto le capacità di lettura e di interpretazione dei fatti e portano a modalità di rappresentazione di sé e degli altri tendenti alla rigidità, al manicheismo: tutto ciò che è bene, giusto, vero, sensato, moralmente sano e intellettualmente onesto sta da una parte –  la mia/nostra -, mentre l’ingiustizia, la malafede, l’insensatezza, l’incapacità, ecc. stanno dall’altra – la sua/loro.

In altri termini, l’escalation porta le parti a registrare – e a riproporre all’attenzione dei terzi, specie di coloro dei quali si cerca di mantenere o acquisire l’appoggio o il consenso – solo i fatti, i gesti e le azioni della controparte che ne confermano la visione negativa.

Aspetti etero e auto distruttivi

Così, da un lato, il conflitto, in tali modi dispiegato, impoverisce la qualità dello scambio, mentre, dall’altro, innesca dinamiche autodistruttive quali naturali e fatali prodotti degli atteggiamenti aggressivi eterodistruttivi.

In effetti, è di sconcertante ovvietà rilevare come sistematicamente chi più, e più metodicamente, adotta forme comportamentali di confronto con l’altro di tipo aggressivo – cioè: delegittimazione, demonizzazione, spersonalizzazione e deumanizzazione altrui, su un fronte; tentativi di conseguire un’identificazione di tutti i cittadini con la propria parte e di promuovere l’idea di una propria capacità rappresentativa totale e  totalizzante, che esclude tutti o quasi gli altri gruppi ed esponenti da tale aspirazione o competenza, sostenendo l’idealizzazione di sé presso il pubblico e asserendo la propria infallibilità, sull’altro fronte -, in realtà, sta già scavando accuratamente, anche se inconsapevolmente, la propria fossa. In altri termini, tale soggetto (individuo o gruppo politico) finisce, prima o poi (ma non molto tardi, anzi, in verità, in tempi sempre più rapidi), per subire lo stesso trattamento riservato precedentemente agli avversari, spesso corredato da pregiudizi e faziosità ancora più pesanti e con esiti ancora più devastanti e definitivi.

Con ciò non si vuol dire che la modalità di stare nel conflitto in termini di aggressività esasperata sia necessariamente frutto di una malvagità che finisce con l’essere punita in virtù di naturali meccanismi – conflittuali – reattivi. Che quella modalità sia consapevole o meno, che sia programmata, pianificata, calcolata al dettaglio, oppure derivante da un’istanza emotiva, che si ammanta o è realmente pervasa di istanze valoriali, essa quasi invariabilmente si accompagna con la convinzione nutrita da chi la sviluppa e la agisce di essere nel giusto. Raramente, in effetti, si sta in conflitto pensando a sé come alla parte che ha dato ingiustificatamente il via alle ostilità.

Ne deriva, però, che la reazione della parte che si sente attaccata finisce con l’essere non solo simmetrica ma di pari, se non superiore, intensità ed efficacia distruttiva, non appena le circostanze lo consentano.

Inevitabilmente, però, le circostanze lo consentono, poiché chi vince il primo round, spesso pone già le basi per il suo successivo finire al tappeto. Specie nella misura in cui, per acquisire consenso, come da sempre avviene nei conflitti, a prescindere dall’ambito relazionale in cui si collocano, attraverso ciò che può definirsi propaganda, si creano nei terzi aspettative così alte la cui soddisfazione piena è di raro conseguimento.

Fatalmente, infatti, occorre essere all’altezza delle aspettative che si sono, consciamente o inconsciamente, stimolate nel pubblico, con la propaganda messa in atto, e di quelle, inconsciamente, ulteriormente sviluppatesi in esso. E queste possono essere ancora più imprevedibilmente elevate, perfino irrealistiche. Sicché il sospetto prima, l’accusa subito dopo e, in ultimo, il giudizio definitivo di incapacità, impotenza, tradimento e millanteria, non tardano ad arrivare da parte di un pubblico, la cui delusione diventa facile oggetto di sfruttamento da parte degli antagonisti.

Infine, un’ultima considerazione: il rischio, non esclusivamente teorico, di un esito all’insegna dell’autodistruttività è anche intrinseco ad una conflittualità che, spesso, costituisce il fondamento della legittimazione di una o molte parti politiche. Sicché, proprio in virtù di tale matrice ferocemente conflittuale della propria identità, una volta distrutto o neutralizzato il nemico, il vincitore entra in crisi, profondamente. Da tale crisi d’identità, in mancanza di una capacità di rinnovamento o rifondazione della propria finalità costitutiva, è la stessa ragione d’esistere del vincitore a sbiadire, soprattutto agli occhi dei terzi, del cui appoggio in realtà, ha vitale necessità.

L’esperienza, in realtà, pare proprio confermare la concretezza di una simile eventualità in termini di epilogo estintivo di forze politiche e/o movimenti di opinione o culturali o sociali, che, forse, avrebbero avuto ben altra e ulteriore utilità e capacità di rinnovamento generale o locale, se fossero sopravvissute alla loro matrice esclusivamente conflittuale.

 

Alberto Quattrocolo