La mediazione familiare e il legame sociale

Non si contano le analisi che pongono in rilievo la distanza crescente tra cittadini e istituzioni e sottolineano l’indebolimento del legame sociale [1]. La cui fragilità, secondo queste chiavi di lettura, sarebbe ravvisabile anche nel costante proliferare di una conflittualità diffusa, particolarmente facile ad innescarsi e spesso portata a livelli estremi di escalation [2]. In tale prospettiva, questa diffusa conflittualità, causa o sintomo di un indebolimento del legame sociale, in assenza di spazi congeniali per essere gestita, finirebbe con l’essere guerreggiata con elevatissimi costi umani, sociali ed economici.

Ad esempio, si può pensare ai costi della conflittualità in ambito familiare. Come per altri conflitti interpersonali anche quelli interni alla coppia o alla famiglia, infatti, si ripercuotono su una dimensione più ampia, che varca i confini della relazione tra le persone che ne sono le dirette e attive protagoniste. Il che si verifica anche perché, non raramente, poi, il conflitto coniugale si sposta su un piano valoriale [3]. Tale transizione può essere assai funzionale alla conduzione della lotta dal punto di vista di chi aspira alla vittoria mediante un allargamento delle alleanze che acuiscono la delegittimazione del nemico. Ma ha come ricaduta un ulteriore riduzione del legame sociale, perché implica l’incompatibilità totale tra le parti, che si sentono legittimate nel loro l radicale rifiuto del dialogo e, non di rado, addirittura del confronto.

D’altra parte, rispetto agli effetti a largo raggio della conflittualità interna alla famiglia e alla sua ricaduta su quelle forme di legame sociale più immediatamente connesse alla fiducia nell’efficacia degli apparati istituzionali, va considerato un antico e sempre attuale problema: quello di come possa l’ordinamento, con le sue irrinunciabili caratteristiche di astrattezza e generalità, rapportarsi con il quotidiano intreccio di affetti, convinzioni, bisogni, interessi e sentimenti, senza produrre distorsioni, scontento e frustrazioni [4].

Da tempo, si sono posti alcuni interrogativi: può una sentenza ricucire dei rapporti dilaniati da ferite profonde? Può il sistema giudiziario dare risposte ad interrogativi sul senso dell’accaduto e sul valore che i rapporti hanno avuto e/o conservano, stante la condizione conflittuale che li attraversa? Può una pronuncia giudiziaria trasformare due ex coniugi, che nutrono profondi rancori, in persone in grado di sviluppare una fiducia vicendevole rispetto alle reciproche capacità di assolvere le funzioni genitoriali?

Si tratta di interrogativi che rinviano direttamente al tema della gestione del conflitto e della sua correlazione con la consistenza e la tenuta de legame sociale. I coniugi che escono sconfitti e, comunque, delusi e amareggiati dai percorsi di separazione – e non si tratta di una esigua minoranza –, ad esempio, sviluppano molto spesso nei confronti del sistema legale, in primis, ma anche degli apparati dei servizi sociali, quando intervengono, una rappresentazione mentale dalle tinte cupe, che nutre e si nutre di sensazioni dolorose, quali la frustrazione. Ma, soprattutto, costoro hanno la sensazione di non essere stati compresi né dagli operatori del diritto, e dal sistema giudiziario in generale, né dal sistema sociale e dai suoi rappresentanti e professionisti.

Da decenni si sostiene che è essenziale mettere a disposizione delle persone in conflitto dei luoghi per confrontarsi, per affrontare contrasti e divergenze, senza rischiare di esserne distrutti.

Ultimamente, sembrerebbe essere maggiormente avvertita l’esigenza di figure professionali in grado di prendersi cura di aspetti delicati e profondi anche del conflitto familiare. E, accanto a diverse professionalità, trova una crescente attenzione quella della mediazione familiare, in ordine alla quale si è posto più volte l’accento sull’intrinseca capacità di agevolare un rinnovo dello sfilacciato legame sociale [5].

A Torino, l’Associazione Me.Dia.Re. fin dal 2003 gestisce Servi Gratuiti di Ascolto del Cittadino e di Mediazione dei Conflitti (gratuiti, grazie a contributi di enti pubblici e privati, che ne coprono una parte dei costi, e all’autofinanziamento, derivante dai proventi dei propri corsi e progetti formativi). Questi Servizi non si propongono soltanto come luoghi di gestione alternativa dei conflitti, ma anche come sportelli di ascolto. Ciò fa sì che ad essi accedano sia le persone che, come parti di un conflitto, cercano un aiuto per confrontarsi (per mediare, si potrebbe dire), sia coloro che non hanno inizialmente alcuna intenzione di mediare, ma sentono il bisogno di essere ascoltati.

Gli obiettivi progettuali di fondo sono collocati nell’ottica di una tutela del legame sociale, anche nel senso del riallacciamento del rapporto tra il cittadino e le istituzioni e del recupero delle relazioni tra le persone [6]. Tale prospettiva è sottesa naturalmente anche agli altri servizi. Quelli di mediazione penale, svolti dall’Associazione nell’ambito del progetto ComuniCare, realizzato in convenzione con l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna di Torino. E quelli di mediazione familiare strettamente intesa, che Me.Dia.Re. eroga gratuitamente in convenzione con la Città di Torino, presso il Centro Relazioni e Famiglie.

 

Anche in questi servizi la logica di fondo è quella di far sentire alle persone che anche nelle situazioni di conflitto, dove il vissuto di ingiustizia e il dolore sono di portata tale da procurare una sensazione di isolamento e di abbandono, c’è una possibilità di ascolto, di vicinanza e di supporto. Non si è lasciati soli a fronteggiare dinamiche relazionali, sofferenze e malesseri, che spesso ci appaiono più grandi di noi [7].

Così, i membri di una coppia in lite, anche nel caso in cui il loro conflitto sia giunto ad un livello di escalation tale da aver annullato ogni spazio di discussione e non solo di trattativa, possono contare su di un luogo in cui portare la loro angoscia e la loro rabbia, avendo la possibilità di ricevere, in termini di ascolto, un’attenzione a-valutativa e, quindi, non colpevolizzante. Un ascolto che aiuta anche a pensare e a ripensare.

Oggi, però, sulla stessa mediazione familiare grava un’ombra conflittuale. Pur essendo presente nel nostro Paese da oltre trent’anni, è diventata oggetto di una disputa, che rischia di annebbiarne prerogative e potenzialità, meriti e pregi. Questa controversia, strettamente correlata alle disposizioni proposte dal Ddl 735, ha implicazioni profonde.

Se sono molteplici gli aspetti discutibili e discussi del disegno di legge citato, rispetto al tema dell’indebolimento o del recupero del legame sociale, ce n’è uno, basilare, che vale la pena prendere in considerazione: l’obbligatorietà [8].

Su questo aspetto, tra gli altri, è intervenuta anche Isabella Buzzi. Costei, che non soltanto è mediatrice familiare da quasi 30 anni, ma anche la fondatrice del Forum Européen Recherche et Formation a la Médiation Familiale – Francia, nonché dell’Associazione Italiana Mediatori familiari (A.I.Me.F. iscritta al Ministero dello Sviluppo Economico), ha affermato:

«Potrebbe funzionare l’obbligatorietà? Come mediatori familiari professionisti e di esperienza, supportati dalle ricerche, stiamo dicendo tutti la stessa cosa: è possibile obbligare le coppie a fare un colloquio informativo per conoscere la mediazione familiare ed è corretto che ricevano queste informazioni da un mediatore familiare professionista, all’estero non sono poche le nazioni che hanno questa procedura, ma non sarà mai possibile imporre alle coppie di restare in mediazione contro la loro volontà, perché l’autodeterminazione dei partecipanti (in altre parole la loro volontà) è la condizione senza la quale non è proprio possibile fare mediazione».

Assumendo un’ottica complementare a quella di Isabella Buzzi e supponendo che uno dei fini dei proponenti il disegno di legge sia quello di assicurare una sempre più efficace tutela istituzionale alle persone coinvolte in quelle particolari situazioni conflittuali, soprattutto, i minori, sorge un timore: che l’obbligatorietà dell’adesione al percorso, anziché riparare il legame sociale, lo allenti e lo sfilacci.

Un conto, infatti, è poter scegliere di avvalersi di un percorso. Un altro è il dovervi aderire necessariamente. In questo secondo caso, ci si trova a dover stare, obtorto collo, in relazione con qualcuno (il mediatore familiare) che, ex lege, istituzionalmente, è deputato a porre termine al nostro conflitto. In primis, trasformando il nostro radicale disaccordo con l’ex partner, incluse le sue motivazioni affettive ed emotive, in accordo legalmente rilevante. Il che è ben diverso, ad esempio, dal potersi volontariamente giovare, in quanto attori di un conflitto doloroso e stressante, angoscioso e opprimente, della mediazione familiare declinata come spazio di ascolto, come luogo di comprensione e di riflessione ad alta voce, al cospetto di un professionista che non ha alcuna aspettativa nei nostri riguardi, avendo come solo obiettivo quello di farci sentire accolti e ascoltati [9].

La mediazione familiare descritta dalla prima versione del disegno di legge, infatti, sembra quanto mai lontana dalla dimensione emotivamente accogliente e contenitiva, essendo una procedura cui gli avvocati devono partecipare al primo incontro e hanno il diritto di continuare a parteciparvi fino alla fine. In altre parole, la mediazione familiare disegnata in questo progetto di legge, pare essere assai più simile ad una negoziazione, condotta da un terzo, imposta alle parti, anche se queste non hanno alcuna voglia di negoziare. Imposta, dunque, anche quando, invece, di trattare tra di loro e con i legali, gradirebbero essere ascoltati e riconosciuti nella loro sofferenza e parlare liberamente di aspetti personalissimi. Riesce difficile, infatti, immaginare che nelle riunioni previste dalla mediazione familiare impostata nel Ddl, vi sia la possibilità per i due genitori, vista anche la presenza dei rispettivi avvocati, di parlare dei fatti e delle vicende che sono alla radice del loro conflitto, dando voce al senso di fallimento, di solitudine, di tradimento, di colpa, di vergogna e alla loro rabbia.

Insomma, la mediazione familiare, anziché luogo di contenimento e di rivisitazione, quindi di scioglimento o allentamento spontaneo dei nodi affettivi, emotivi e relazionali, che, alimentando diffidenze e rancori, sospetti e pregiudizi, hanno fin lì impedito un’autonoma conciliazione, potrebbe diventare luogo in cui tali aspetti vengono giocoforza repressi, per essere espulsi e soppiantati dalla richiesta, implicita solo in parte, da parte dello Stato (incarnato dal mediatore familiare), di realizzare un’artificiale performance collaborativa volta al raggiungimento di un accordo. La cui mancata conclusione è suscettibile di valutazione negativa anche da parte dell’autorità giudiziaria.

C’è più di qualche ragione per temere che tale tipo di mediazione familiare, così strettamente allacciata al sistema giudiziario, alle sue logiche e ai suoi obiettivi, invece, di riallacciare il legame sociale fra i coniugi in conflitto e fra entrambi e lo Stato, finisca col metterli ancor di più l’uno contro l’altro. Soprattutto, non è improbabile che collochi entrambi i genitori in conflitto in un rapporto conflittuale nei confronti dello Stato stesso. Quest’ultimo, infatti, implicitamente negando legittimazione alle loro ragioni conflittuali, li obbliga ad accantonarle e ad incontrare il loro peggior nemico, imporre loro di fare la pace.

In tal caso, cioè ove i genitori sentano che lo Stato è loro nemico, avendo dichiarato guerra al loro conflitto, è piuttosto improbabile che tale loro vissuto possa essere risolto, facendogli presente che tutto ciò è predisposto per il bene dei figli. Infatti, è proprio nella convinzione di essere ciascuno il miglior garante del benessere dei propri figli che questi genitori sono in conflitto l’uno con l’altro.

Alla luce di quanto sopra, se per lo Stato la mediazione familiare deve essere un efficace strumento di prevenzione della sofferenza dei figli generata dal conflitto tra i loro genitori e, contestualmente, un mezzo di tutela del legame sociale più latamente intesoallora pare auspicabile che, anziché renderla obbligatoria, ne incrementi le possibilità d’accesso. Sia attraverso un’adeguata opera di promozione, sia con una sistematica e capillare campagna di sensibilizzazione presso tutti gli operatori del complesso sistema deputato alla gestione di questo tipo di contenzioso, nonché, magari, con l’introduzione di rilevanti incentivi di ordine fiscale, per chi si avvale di mediatori familiari a pagamento, e con finanziamenti ad hoc tesi a far proliferare i centri gratuiti [10].

Alberto Quattrocolo

[1] Una distanza, probabilmente con radici antiche, che oggi è percepita molto più significativa che in passato. Da decenni i grandi “contenitori e connettori” del passato, come la famiglia, l’impiego, il partito, ecc., hanno perso molta o tutta la loro capacità di offrire contenimento e di dare stabilità ai legami sociali. Le strutture che tradizionalmente hanno fatto da collante tra le persone e tra queste e le istituzioni (culturali, sociali, politiche…), divenendo oggetto di una crescente diffidenza, sono oggi investite da una risentita sfiducia. E sono questa diffidenza, questa sfiducia, spesso derivate da un vissuto di mancato riconoscimento, a sfarinare il legame sociale.

[2] Sarebbero i contrasti che sorgono e si annidano nelle mille pieghe di una società complessa, punteggiata di bisogni non riconosciuti, caratterizzata da un’incomunicabilità figlia di una troppa comunicazione vuota, costantemente a rischio di una perdita di valore e senso, e di un’assenza di ascolto. Una società nella quale i tempi e i luoghi per pensare insieme, per confrontarsi, per comprendere e farsi comprendere, sono più ridotti che in passato.

[3] La capacità dei singoli attori originari di coinvolgere altri soggetti ottenendone l’appoggio morale e/o materiale è spesso una questione di abilità individuale, ma può anche coniugarsi alla tematica dibattuta: se questa riguarda aspetti sui quali si riesce ad accendere l’altrui sensibilità in termini etici e morali, le possibilità di coinvolgimento di altri possono essere particolarmente consistenti. E in tali casi, nelle sue ipotesi estreme, il conflitto può arrivare ad essere mitizzato, perfino ideologizzato.

[4] È un dato esperienziale di difficile contestazione che l’intervento della norma risulti particolarmente tangibile in ambito familiare soltanto quando sorgono delle condizioni di tensione che paralizzano o alterano il “normale” sistema di autoregolamentazione dei rapporti propri di ciascun gruppo familiare. In altre parole, soltanto quando l’ordine familiare è minacciato da eventi interni di dissenso si ricorre al diritto, affinché esplichi la sua potenza ordinatrice attraverso l’apparato giudiziario.

[5] In tale prospettiva, i mediatori familiari sono intesi come persone preparate a saper accogliere anche il venire meno di quelle certezze che si erano costruite nel tempo e che si erano consolidate con la quotidiana convivenza. Si tratta, dunque, di professionisti in grado di riconoscere e comprendere gli aspetti dolorosi del conflitto che sono chiamati a gestire. Ad esempio, quello relativo al mutarsi del concetto di casa, il cui valore di luogo di condivisione e contenimento, di intimità e di riparo, in presenza di una minaccia di disgregazione conflittuale del coniugio, assume, talora, dei connotati foschi: da luogo protetto e protettivo diventa terreno di una battaglia. Una battaglia ancora più dolorosa, dato che il “nemico” non è fuori dal suo perimetro, ma dentro e, magari, “minaccia” di portare via anche il guscio edificato insieme.

[6] Cioè, ci si prefigge, con tali Servizi, di restituire al singolo e a coloro che lo attorniano una certa fiducia nella capacità della società di essere presente nei momenti difficili. Di riparare le fratture createsi, in quello che sinteticamente si definisce legame sociale, per effetto di una conflittualità lacerante, rispetto alla quale le risposte tecnico-giuridiche e formali paiono spesso essere inappaganti.

[7] Che si tratti della vittima di un reato che sente la necessità di essere ascoltata individualmente e/o di interfacciarsi con l’autore per fargli comprendere la portata di quel fatto e chiedere ragione dello stesso. Oppure dell’autore del reato, interessato a confrontarsi con la vittima. Oppure, ancora, che si tratti di due colleghi giunti talmente ai ferri corti da farsi una guerra quotidiana sul luogo di lavoro, oppure di un operatore e di un paziente coinvolti in una relazione conflittuale.

[8] Nella versione originaria del disegno di legge per i genitori di minori che, intendendo separarsi, non trovino autonomamente un accordo sull’affidamento dei figli, si prevede che l’adesione ad un percorso di mediazione familiare costituisca una condizione di procedibilità. In altre parole, si prevede l’obbligatorietà del percorso per coloro il cui conflitto sia tale da raggiungere autonomamente un accordo. Per tali situazioni, la versione originaria del disegno di legge che ha come prima firmatario il senatore Simone Pillon impone l’obbligo di seguire un percorso di mediazione familiare.

[9] È questo il modello teorico e operativo dell’Associazione Me.Dia.Re., per approfondire il quale, oltre che alla pagina delle Pubblicazioni del sito, si rinvia anche a quella della rubrica Riflessioni

[10] Si tenga presente che già accade che, per effetto della Legge 54/2006, molte coppie accettino il suggerimento del giudice, in quella norma previsto, di fare un incontro con il mediatore familiare.

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