colpa della vittima

Colpa della vittima?

 Per il reo è tutta colpa della vittima

Perché si dovrebbe sostenere che è per colpa della vittima se essa ha subito della violenza? In realtà, non si dovrebbe, punto e basta.

Su alcuni media e, soprattutto, sui social, però, con notevole frequenza si manifesta qualcosa di tanto antico quanto scorretto, anzi ingiusto: la tendenza a cercare in qualche presunta colpa della vittima le ragioni della violenza che le è stata inflitta.

Dire che è per colpa della vittima se ha subito una violenza è un atteggiamento frequente del reo

Dire che la colpa è tutta della vittima, in effetti, è esattamente ciò che fa il reo. È uno dei meccanismi di auto-assoluzione[1].

La funzione psichica dei meccanismi di auto-assoluzione è consentire all’autore di un reato di neutralizzare, dentro di sé, la portata dell’azione che sta per compiere (così da riuscire a realizzarla, senza avere, esitazioni che potrebbero trasformarsi in rinunce ad agire dannosamente contro altri), o che ha già compiuto (così da poter dormire, poi, sonni tranquilli).

Tra tali meccanismi auto-giustificativi, quello della colpevolizzazione della vittima è tutt’altro che secondario. Il reo, ancora prima che agli altri, dice a se stesso:

«La vittima non è una vittima, perché, quel che le è successo se l’è meritato».

Occhio! Il reo non dice che la vittima si è meritata quel che lui le è fatto, ma quello che le è successo. Come se la violenza inflitta fosse stata predisposta da una volontà superiore, da un fato, dalle circostanze, cioè da forze esterne al reo. Il quale, dunque, rappresenta se stesso come mero esecutore di un’azione, violenta, che alla vittima era, in qualche modo, dovuta: ad esempio, perché “se l’è cercata”, oppure perché lo “ha provocato”.

Sostenere che è tutta colpa della vittima serve ad auto-assolversi così da poter portare a compimento la violenza e non avere rimorsi poi

Non sono poche, anche leggendo la cronaca, le situazioni in cui l’aggressione sembra essere vissuta da parte dell’aggressore come una reazione ad una qualche colpa della vittima.

Tra i fatti recenti, vi sono due aggressioni che, dall’esterno, risultano essere, in termini razionali, del tutto incomprensibili.

Il primo caso riguarda l’aggressione a due donne anziane a Busto Arstizio (una di 63 e una di 84 anni), accaduta il 17 novembre, per strada, da parte di un ubriaco, un romeno 26enne, con precedenti per rissa e furto. Costui le ha prese a pugni, mandandone una in coma, a causa dell’urto della testa contro il marciapiede a seguito del suo spintone. Per qualche sconosciuta ragione, quell’uomo ha aggredito, così violentemente, proprio quelle due signore e non altri passanti. Per l’espressione del viso o per un fremito nelle spalle di una di loro? Naturalmente, è difficilissimo, se non impossibile, sapere cos’ha “provocato” quell’attacco, cos’ha visto in tali donne quel ventiseienne ubriaco.

L’altro fatto è quello che vede due ragazzi e una ragazza italiani accusati di avere aggredito, la sera del 17 novembre, un 19enne di Lanzo, che, tornava a casa dopo le lezioni sul treno Torino-Ceres.

Si può ipotizzare che, per questi tre giovani, in quel momento, non fossero immotivati i pugni e i calci in testa somministrati allo studente, dopo averlo schernito e insultato.

In virtù di qualche tipo di “ragionamento”, si sono legittimati a malmenare, in tre, all’interno di un vagone deserto, quello studente [2]. Quale ragionamento? Occorrerebbe chiederglielo per saperlo.

Il punto è che, mentre lo picchiavano, non si sentivano in colpa. Non pensavano:

«Sto facendo una cosa orribile: sto picchiando qualcuno! Di più, sto picchiando, spaventando e umiliando uno che non mi ha fatto nulla!».

L’impressione comune ad entrambi gli episodi, così come a tantissimi altri casi di violenza, è che gli aggressori avessero nella loro mente completamente oscurato l’umanità delle persone aggredite.

In fondo, da un certo punto di vista, la colpevolizzazione della vittima, permette di de-umanizzarla e così di attaccarla senza scrupoli e senza esitazioni.

Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni.

Commentando diverse brutte azioni, un personaggio di La regola del gioco (1939, di Jean Renoir) osserva:

«Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni» [3].

I due uomini che hanno sferrato pugni, allo stomaco e in faccia, e preso a calci il regista Sebastiano Riso, il 2 ottobre, a Roma, nell’androne di casa, dove lo stavano aspettando, coprendolo di insulti omofobi, ritengono, probabilmente, di avere fatto una cosa buona e giusta.

Può darsi, cioè, che ritenessero l’ agguato un’azione dovuta, poiché, per loro, la colpa della vittima, Sebastiano Riso, era tale da autorizzare l’aggressione. Il regista, secondo loro, infatti, era colpevole di avere girato Una famiglia, che racconta della vendita clandestina di bambini partoriti da una donna (interpretata da Micaela Ramazzotti) a delle coppie etero e ad una coppia gay.

Ciò, almeno, è quanto si può dedurre dall’intervista che Riso ha concesso a La Repubblica del 4 ottobre.

È importante, dunque, comprendere le ragioni degli autori degli atti violenti, non per farle proprie (ci mancherebbe altro!), ma per altri scopi.

  • Per capire cosa c’è dietro la loro violenza esplicita e cosa li ha sorretti nell’attuarla e nel conviverci poi: ciò che Bandura chiamò anche meccanismi di disimpegno morale. [4]  
  • Per avere qualche informazione su cosa arriva alla vittima di questo loro atteggiamento mentale: ad esempio, può trattarsi di un vissuto di de-umanizzazione  [5]. 
  • Per valutare se c’è un rapporto tra la loro condotta violenta e come la società reagisce ad essa: rientra in questa dimensione il tema della legittimazione culturale della violenza  [6].

Perché le molestie sessuali nella nostra società sono così tante, così… troppe? Perché le vittime temono, con ragione, di essere incolpate per le molestie subite

Dirsi che è colpa della vittima è anche l’atteggiamento di chi violenta, molesta o abusa sessualmente di un’altra persona. In tal modo, l’offender può agire indisturbato. Non disturbato, cioè, da dubbi, incubi e rimorsi.

Ma questo atteggiamento non è proprio soltanto di colui che commette violenze. Sulla rubrica Sette e mezzo, del settimanale 7 del Corriere della Sera, Lilli Gruber, alcune settimane fa, aveva ricordato come il fenomeno delle molestie sessuali fosse oggetto di costante minimizzazione.

«Molestie che sono diventate “normali” per strada, nei luoghi pubblici e di lavoro, tra le pareti domestiche, sui social network».

Aveva poi aggiunto:

«Recenti studi dimostrano che in Italia, in Europa e negli Stati Uniti metà dell’universo femminile ha avuto a che fare almeno una volta nella vita con avances minacciose e sgradevoli».

Naturalmente, Lilli Gruber aveva anche precisato che tali dati includono soltanto i casi denunciati e riconosciuti, mentre restano ignote le vere dimensioni del fenomeno, visto che vergogna e paura rendono difficile alle vittime accusare gli aggressori.

Non casualmente la Gruber impiega il termine “vittima” e fa esplicito riferimento alla vergogna e alla paura. Emozioni, molto ingombranti e inibenti, che impediscono alla vittima di parlare, di condividere e di denunciare.

La colpa della vittima consisterebbe nell’essersela “cercata”

Lavorando in un’associazione che si occupa anche di violenza sulle donne (e sui loro bambini) e che offre un più generale Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno psicologico per le vittime di reato e le persone ad esse affettivamente legate, si riscontra, con drammatica frequenza, uno dei più importanti ostacoli, non solo per la denuncia, ma ancor prima per la condivisione della vittimizzazione subita: nel mondo che circonda la vittima della violenza, anche da vicino (parenti, amici, colleghi), troppo spesso, si tende a giudicarla, ad attribuirle la responsabilità per quanto subisce, invece di ascoltarla a-valutativamente, così da sostenerla e aiutarla a tutelarsi.

La persona oggetto di violenza si sente chiedere:

«Ma tu cos’hai fatto per provocarlo?»

Tale quesito, implicitamente colpevolizzante, così ricorrente nei casi di molestie sessuali, si propone anche in altre situazioni di violenza.

È un quesito, quello, che, dichiarando implicitamente la colpa della vittima, la costringe ad ammutolire o a tentare una disperata difesa argomentativa. Disperata, perché il suo interlocutore, tante volte, non è, in realtà, interessato ad ascoltarla davvero.

Quelli che ragionano come il molestatore, lo stupratore…

Così, la vittima, non riconosciuta come tale, si ritira in se stessa. Si chiude. Subisce, se non riesce a sottrarsi, continuando a soffrire in silenzio, perché ha verificato che la sua voce resterà inascoltata. E, talora, può arrivare a credere che sia normale, dolorosamente normale, che il mondo giri così. A volte, giunge a pensare che, forse, gli altri hanno ragione, quando le dicono che lei esagera, quando minimizzano la sua sofferenza, quando edulcorano la condotta del reo o quando, addirittura, lo giustificano.

In tal modo, l’autore del crimine sa di potere contare su una certa complicità morale. Una complicità, presumibilmente, nella gran parte dei casi, involontaria e inconsapevole, che, però, gli assicura una possibile garanzia di impunità, proprio nella misura in cui vi è chi, sostenendo la teoria della colpa della vittima, si schiera, di fatto, dalla parte del reo.

Quest’estate aveva sollevato molta indignazione un post pubblicato su Faebook da un mediatore culturale di Crotone, di origini pachistane, che, commentando gli stupri commessi a Rimini, affermava:

«Lo stupro? Peggio solo all’inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale».

Per questa agghiacciante riproposizione del raccapricciante detto latino, ispirato ad un verso dell’Ars amatoria di Ovidio (Liber I, l. 673-674), “vis grata puellae” (la violenza è gradita alla fanciulla), quest’uomo è stato denunciato ed è indagato per istigazione alla violenza.

Quelli che dicono alla vittima (donna): «Ma dai che ti è piaciuto!»

Uno dei meccanismi di auto-giustificazione del reo consiste nel pensare che la sua azione non procura alcun reale danno, sicché, secondo lui, la vittima non avrebbe nulla di cui lamentarsi.

Questo atteggiamento mentale, questo tipo di narrazione, però, come si è visto, non è proprio solo dell’autore del crimine.

Nel 1979, il 26 aprile, venne trasmesso sulla Rai il documentario Processo per stupro, recentemente richiamato in molti articoli di giornale, sul processo a carico degli autori di uno stupro di gruppo, avvenuto a Nettuno. Erano accusati di avere violentato, per 4 giorni, una 18enne, Fiorella, una lavoratrice in nero, attratta nella loro trappola da una proposta di colloquio di lavoro.

Sì, il processo era a carico dei quattro imputati (tutti, grosso modo sulla quarantina), ma in aula i ruoli furono ribaltati: sotto accusa finì la vittima. Un difensore, per sostenere il carattere consensuale dei rapporti sessuali, affermò, tra le altre cose, che la fellatio, cui Fiorella era stata costretta, era incompatibile con la violenza: secondo l’avvocato, da parte di lei sarebbe bastato «un morsetto» per interromperla. E per interrompere la propria vita, aggiungerebbe chiunque altro, purché dotato di normale senso della realtà [7].

Erano, quelli, altri tempi? Ora non accadrebbe più una cosa simile in un’aula di tribunale o altrove?

Ad entrambe le questioni temo che la risposta sia: “no”. O, almeno, “non proprio”.

Si pensi a quanto riferito da La Repubblica, in ordine all’incidente probatorio teso a valutare le accuse a carico dei due carabinieri indagati per violenza sessuale ai danni di due studentesse americane. Si riferisce nell’articolo che il giudice avrebbe respinto alcune delle domande dei difensori degli indagati, per i toni accusatori e insinuanti dei quesiti da essi posti alle ragazze. Respingendo una di tali domande, avrebbe affermato:

«Questa non la ammetto, non intendo tornare indietro di 50 anni».

 Quelli che…: «Quale molestia? E comunque è tutta colpa della vittima».

Su Facebook ho letto un post scritto da una donna. Una donna italiana:

«Ma è mai possibile che tutto di un colpo sono state tutte molestate, ecc… Ma dai per favore! Come se nessuno sapesse come sia il Mondo dello Spettacolo, Teatro, Cinema, Musica. Prima la date e poi la rivolete indietro»

Occorre fare attenzione all’inversione contenuta nel testo del post citato: “darla via”. Non si fa cenno, nel post di questa donna italiana, all’essere sottoposte al ricatto di “darla” se si vuole lavorare, se si vuole ottenere un contratto, ecc. No, la signora in questione dice che la si dà via.

Come se quello della vittima di una molestia fosse, in realtà, un tentativo di corruzione.

Da vittime a colpevoli. Anzi, le donne che denunciano di essere state molestate, non soltanto, sarebbero colpevoli, perché, non avrebbero subito alcuna reale molestia, essendo consenzienti, secondo quanto scritto da costei, ma sarebbero anche colpevoli d’ipocrisia [8].

Cosa c’è dietro l’attribuzione della colpa alla vittima?

Perché, non solo l’autore del reato, ma anche altri, al pari di quello, pensano che quel che le è accaduto sia conseguenza di una qualche colpa della vittima ?

Perché si incolpano Asia Argento e tutte coloro che hanno affermato di avere subito le violenze del produttore hollywoodiano?

Perché, molto spesso, vi è così tanta rabbia, veicolata attraverso una vera e propria violenza verbale, nel dare la colpa alla vittima?

Vi è chi afferma che è colpa della vittima, credendo di esprimere un pensiero controcorrente o per difendersi dall’angoscia

A volte si direbbe che, più che il sottile piacere derivante dal dire qualcosa di provocatorio, vi sia una sorta di furia iconoclasta. Una rabbia che sembra indurre ad aggredire tutto ciò che ha le sembianze del politicamente corretto.

Allora, per differenziarsi, per ergersi al di sopra di quella che si crede essere la massa priva di pensiero critico, si rivolgono attacchi verbali violentissimi alla vittima di una violenza, ri-vittimizzandola.

Si scrive sui social, ad esempio, che è colpa della vittima se è stata molestata, stuprata, truffata, ricattata, sequestrata, ecc. E lo si fa con leggerezza, senza indugi e senza rimorsi. Nella più completa indifferenza per il dolore che quella arrogante colpevolizzazione può procurarle.

Non va dimenticato, d’altra parte, che può avere una valenza ansiolitica il sostenere che la violenza si sia verificata per colpa della vittima. Addossarle l’errore di essere stata imprudente, rinfacciarle un’eccessiva fiducia in se stessa o negli altri, definirla troppo ingenua, imprudente, avventata o spericolata, può servire a tranquillizzarsi.

Se ci convinciamo che è colpa della vittima, esorcizziamo il timore del “poterebbe capitare anche a me”. Scacciamo questa angosciante prospettiva, dicendoci che noi mai ci metteremmo in una situazione così pericolosa.

Chi dà la colpa alla (donna) vittima (di violenza) perché, essendo troppo libera, avrebbe provocato l’aggressione.

Nella sua arringa, l’avvocato Giorgio Zeppieri, nel ’78, a mo’ di difesa dei 4 imputati di sequestro e stupro ai danni della diciottenne Fiorella, affermava:

«Se questa ragazza fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente».

Dunque, secondo questo avvocato, la giovane stuprata per 4 giorni era colpevole di essere stata troppo “libera” di muoversi. Ed erano colpevoli i suoi famigliari di averla lasciata libera di circolare.

Si direbbe che 39 anni siano passati invano, pensando a quanto scritto sulla sua pagina Facebook da don Lorenzo Guidotti, come racconta il Fatto quotidiano.

«Non posso provare pietà per chi vive da barbara con i barbari e poi si lamenta perché scopre di non essere oggetto di modi civili. Chi sceglie la cultura dello sballo lasci che si “divertano” anche gli altri».

È difficile non pensare al film Sotto accusa (1988. Di Jonathan Kaplan), che valse il Golden Globe e il premio Oscar a Jodie Foster, nella parte della protagonista.

La sceneggiatura era ispirata allo stupro compiuto in un bar di New Bedford, Massachusetts, nel 1983, di cui era stata vittima una giovane, Cheryl Arauj.

Il film, durissimo, non casualmente s’intitolava Sotto accusa (Accused, in originale), poiché ad essere posta sotto accusa era proprio la vittima, interpretata dalla Foster: una ragazza dalla “pessima reputazione”, violentata nel locale dopo essersi ubriacata, mentre gli avventori incitavano i tre stupratori.

La colpa della vittima consiste, secondo don Lorenzo Guidotti, più di trent’anni dopo, nell’essersela cercata.

Se un maschio si ubriaca e viene violentato, verrebbe da chiedere a questo parroco, sarebbe altrettanto privato del diritto di lamentarsi e dovrebbe accettare che altri si divertano con il suo corpo?

Quando la colpa della vittima consiste nell’aver dato confidenza al “nemico”

Tuttavia, nelle parole di questo parroco, oltre ad un filo di maschilismo, pare esservi dell’altro. Nel suo post, infatti, egli ravvisa una supplementare colpa della vittima di genere femminile: l’essersi mescolata ai barbari. E, secondo il suo ragionamento, i barbari agiscono come tali.

È naturale, anzi fatale, che si comportino così, poiché sono barbari, sostiene don Lorenzo Guidotti. Perciò, in un certo senso, il vero colpevole non sarebbe il ragazzo di origine magrebina cui la giovane, ubriaca, fidandosi, aveva chiesto aiuto, ma lei stessaIl giovane magrebino – supponendo che egli abbia realmente commesso il reato di cui è stato accusato -, secondo il parroco, avrebbe solo tradotto in azione le inclinazioni della sua natura.

Che capolavoro di ribaltamento! Il colpevole non è chi approfitta della fiducia e dell’estrema vulnerabilità, di matrice alcolica, di una giovane, ma la giovane stessa. Di nuovo, è per colpa della vittima (donna) se qualcuno (uomo) l’ha violentata.

A volte, quindi, anche l’ostilità verso il gruppo cui appartiene il reo porta alcuni a colpevolizzare la vittima con parole particolarmente violente [9].

Infatti, per don Lorenzo Guidotti, la colpa della vittima non è solo di essersi fidata di un magrebino, avendo già bevuto troppi alcolici, ma, ancora prima, di aver bevuto

«tutta la tiritera ideologica sull’accogliamoli tutti».

Quando l’ostilità verso il gruppo cui appartiene l’aggressore porta a strumentalizzare la vittimizzazione

Il vicesindaco leghista, Isabella Tovaglieri, ha commentato l’aggressione alle due donne di Busto Arstizio, cui si è fatto cenno nella prima parte di questo post, con queste parole: 

«Il vero problema di fondo è che si tratta di culture inconciliabili con cui non c’è dialogo. La cultura dell’integrazione è fallita bisogna prenderne atto e riflettere sul fatto che a commettere un reato così grave sia stato uno straniero presente illegalmente sul territorio, non è mai successo che un bustocco abbia compiuto un fatto del genere».

Anche qui, come nel caso del post di don Lorenzo Guidotti, pare esservi la strumentalizzazione di un reato violento. Anzi, violentissimogratuito, come si suole dire quando non ne sono comprensibili le motivazioni.

L’impressione che (anche da parte di altri esponenti della forza politica cui appartiene la vicesindaco di Busto Arstizio) si strumentalizzino queste tragedie è, anche, procurata dal fatto che simili reazioni (e altre ancora più forti: si veda in nota) non si registrano per le aggressioni gratuite commesse da italiani, incluse quelle cui si è fatto cenno in tale post [10].

Non vi è una questione culturale anche in quelle violenze? Sono integrati i loro autori italiani?

Quando la strumentalizzazione della vittima consiste nel sostenere che, ancor prima di essere vittima di un reato, è stata vittima dell’accoglienza

La cultura dell’integrazione è fallita anche nel caso dell’incubo decennale, fatto vivere da un catanzarese, cinquantaduenne, all’ex badante della sua precedente compagna, una romena di 29 anni e ai figli di 9 e 3 anni?

La donna romena è stata segregata, violentata, maltrattata e schiavizzata per 10 anni da quell’italiano (con precedenti penali per reati sessuali). Quando l’hanno trovata, viveva con i due bambini, nati dagli stupri commessi su di lei da questo suo padrone-carceriere, in una baracca fatiscente, invasa da topi, con fogli di cartone al posto dei letti e sacchi della spazzatura al posto del wc.

Era stata stuprata, da quell’uomo, ripetutamente per 10 anni. Veniva spesso ferita, anche durante le gravidanze. A volte, lui l’aveva suturata con del filo da pesca.

Se l’era cercata anche lei? Era colpevole anche lei di aver frequentato i barbari? Perché di questo episodio quasi non si parla? Forse perché ribalta alcuni stereotipi? [11]

Si tratta anche in tal caso di una violenza riconducibile ad un problema di culture inconciliabili?

Parrebbe di no, visto che non vi sono tracce di commenti sulla stampa e sui social aventi un tono paragonabile a quelli sui delitti commessi da stranieri.

Perché, allora, interpretare come un problema di inconciliabilità culturale l’aggressione ai danni di quelle due anziane signore a Busto Arstizio, peraltro da parte di un uomo con precedenti per reati violenti?

Per ragioni politiche, forse? Credo sia lecito supporlo.

Sulle ragioni politiche, in sé, a dire il vero, non vi sarebbe nulla da eccepire. E, magari, i commenti sopra citati (e quelli riportati nella nota 10) sono vissuti da chi li ha pronunciati come se fossero ispirati da un’ alta e nobile visione politica.

Ma, anche in tal caso, resta il fatto che quei commenti tolgono ai protagonisti della vicenda (le vittime e l’autore del reato) ogni spessore umano, rendendole simboliche, astratte. Le parole di Isabella Tovaglieri, come quelle di don Lorenzo Guidotti, magari inavvertitamente, rendono, di fatto, le persone e le loro dolorose vicende degli argomenti da usare nella lotta politica.

C’è chi dice: «Non usare il mio dolore per crearne dell’altro»

Il 15 ottobre, a Torino, Maurizio Gugliotta, di 52 anni, è stato accoltellato da un ambulante nigeriano, al mercato del “libero scambio” di via Carcano. La coltellata alla gola è stata inferta da un ventisettenne nigeriano, con il quale, secondo alcune ricostruzioni, discuteva per avere spazio sufficiente per sistemare la sua roba.

Matteo Salvini aveva commentato:

«Altro sangue sulle coscienze sporche di quelli che hanno spalancato i confini italiani».

Ma qualcuno non ci sta. Qualcuno vuole mettere un altolà alle strumentalizzazioni del dolore.

Si tratta dei famigliari di Maurizio Gugliotta, che hanno fatto un appello «a non usare il loro dolore per prediche razziste», secondo quanto riportato da La Repubblica.

Hanno esplicitamente chiesto che l’omicidio di Maurizio «non diventi la bandiera di qualcuno per andare sui giornali a predicare odio e razzismo».

Queste persone hanno sentito necessario dire ciò che dovrebbe essere ovvio per tutti. Cioè, che le responsabilità, come hanno affermato i famigliari della vittima, «sono sempre individuali e mai collettive».

Perché? Per quale ragione questa famiglia ritiene di dover tentare di prevenire la criminalizzazione di altri popoli, o di altre culture, per i reati commessi da singoli individui?

Perché vuole che il suo «dolore non diventi strumento per crearne altro».

Si tratta di una preoccupazione comprensibile per chiunque sia attento a ciò che si muove nella nostra società, inclusa una preoccupante violenza razzista. Una violenza, questa, che, per autolegittimarsi e per riscuotere consensi, cerca di strumentalizzare tragiche vicende come quelle vissute da Maurizio Gugliotta e dalla sua famiglia.

Alberto Quattrocolo

 

[1] Su questo blog, si è fatto riferimento ad essi anche in Chi subisce un’azione violenta non si chiama colpevole ma vittima. Inoltre, sia pure da un’angolazione diversa, i meccanismi di auto-giustificazione sono stati considerati rispetto alla legittimazione culturale della violenza razzista (Autorizzazione della violenza) e alla sua concreta realizzazione in danno degli immigrati, di coloro che li aiutano e di chi indaga su alcune organizzazioni che li demonizzano (Giorno maledetto).

[2] Per restare in ambito torinese e a fatti recenti, il 16 novembre, in Piazza della Repubblica, a Porta Palazzo, una donna è stata aggredita nella sua auto da un’altra donna, una trentaseienne, italiana, che l’ha picchiata per derubarla (è stata salvata dall’intervento di una giovane ciclista, che poi ha fornito informazioni tali da consentire l’arresto dell’autrice dell’aggressione). È ipotizzabile che per l’autrice di tale crimine, la sua violenza, mentre la realizzava, le sembrasse “giusta”. La vittima, probabilmente, dal suo punto di vista, “per qualche ragione”, meritava quel trattamento. Era per colpa della vittima, secondo l’autrice dell’aggressione, se lei la stava picchiando per derubarla?

[3] Per fare un altro esempio, è possibile che quei carabinieri della Lunigiana accusati di abusi, violenze varie (anche sessuali) e vessazioni ai danni di cittadini stranieri, commessi «senza ragione alcuna se non razziale», abbiano ragionato in termini auto-assolutori nel compiere quelle azioni. Si dicevano, forse, che le persone da essi abusate e maltrattate, si meritavano quanto loro inflitto. I reati contestati a questi uomini dell’Arma sono: falso in atti, abuso d’ufficio, sequestro di persona, rifiuto di denuncia, possesso illegale di armi (coltelli sequestrati nelle perquisizioni domiciliari); di schiaffi ad un marocchino per obbligarlo ad aprire un appartamento privato chiuso a chiave; di una contravvenzione elevata ad una donna straniera, per aver guidato senza cintura di sicurezza, mentre la cintura l’aveva allacciata; minacce come «Se parli ti stacco la testa», «Ti spezzo le gambe»; manganellate sulle mani appoggiate alle portiere delle auto durante i controlli; lesioni personali e contusioni multiple ai danni di un immigrato, cui avrebbero sbattuto la testa contro il citofono della caserma; scariche elettriche, mediante l’uso di due storditori, per obbligare un presunto spacciatore straniero a rivelare dove erano tenute le sostanze stupefacenti; sevizie, anche sessuali, ai danni di un giovane marocchino.

[4]  I meccanismi di disimpegno morale sono citati anche nel post Giorno maledetto.

[5]. Rispetto al vissuto di de-umanizzazione sperimentato dalla vittima rimando al post Ascolto e sostegno per le vittime di reato – che si riferisce al Servizio gratuito di Ascolto e Sostegno per le Vittime di Reato, gestito dall’Associazione Me.Dia.Re. – ai post Violenza razzista e Razzismo e terrorismo.

[6]. Con particolare riguardo alla legittimazione culturale della violenza razzista, rinvio al post Autorizzazione della violenza, mentre rispetto alla legittimazione culturale della violenza quale conseguenza del conflitto politico rimando alla Criminalizzazione dell’avversario politico.

[7] L’avvocato della vittima, Titta Mazzucca, replicò: «Quello che è successo qua dentro si commenta da solo, ed è il motivo per cui migliaia di donne non fanno le denunce, non si rivolgono alla giustizia. […] Ho letto sul giornale di un’ulteriore violenza fatta ad una ragazza di 17 anni, che non dirà bugie perché è sordomuta, e che è stata molto, molto malmenata perché forse ha fatto quella resistenza che qui si nega. Io mi chiedo, quale sarebbe stata la reazione? Sono quattro uomini. Certo, uno può dare un morsico, può rischiare la vita, e l’avrebbe rischiata. Ed ognuna delle donne ricorda quello che è successo a chi ha cercato di ribellarsi, a chi cerca di ribellarsi alla violenza. Ed ecco che violenza vi è anche se non vi sono reazioni di questo tipo, perché non ci si può aspettare che tutte siano delle Sante Goretti».

[8] A proposito di inversione di ruoli, rispondendo alla lettera di un lettore sulla sua rubrica Sette e mezzo, del settimanale 7 del Corriere della Sera, rispetto al caso Weinstein, Lilli Gruber osserva: «continuiamo a spostare l’attenzione. Vorrei ricordare a tutti di cosa stiamo parlando: un uomo molto potente ha imposto le sue voglie e le sue fantasie sessuali a donne che non intendevano compiacerlo. Le giovani che hanno finito per soccombere possono averlo fatto per mille motivi: per paura, per un tornaconto personale, per soldi, magari erano ubriache e troppo stanche per resistere. Volevano una parte in un film di Hollywood e la mamma ha spiegato loro che il mondo gira così: apri le gambe e pensa ad altro. Ma ripeto: non è questo il punto. Il punto è che un uomo ha violato la privacy del corpo di una donna senza che lei fosse consenziente, precondizione minima per un incontro tra due esseri umani. E quando manca l’assenso si parla di aggressione sessuale, punita per legge in tutti i Paesi civili. Non vorrei che la libertà di abuso e prevaricazione diventasse la “nuova normalità” in un mondo dominato da maschi squilibrati alla Weinstein». La Gruber afferma anche che: «Spesso gli uomini non capiscono neanche cosa significhi una molestia: le battute pesanti, gli ammiccamenti ambigui, i palpeggiamenti, gli sguardi osceni sono gesti violenti, a meno che non facciano parte di un gioco condiviso di seduzione». Il suo ragionamento si fa ancora più esplicito quando asserisce che vi è una «cultura maschilista e prevaricatrice che tollera e giustifica questi atti sessisti e umilianti. Se la legge punisse severamente chi è colpevole o complice, le donne sarebbero certamente più motivate a denunciare». Su tali aspetti si è espresso anche Frans Timmermann, primo vicepresidente della Commissione europea. Dopo aver riconosciuto la sofferenza e la solitudine della vittima e la sua difficoltà di denunciare – ha anche dichiarato di essere stato molestato da ragazzo – , l’ex ministro degli Esteri dei Paesi Bassi ha affermato: «Non ci si può affidare soltanto a una la legge per cambiare modelli culturali, ma è possibile aumentare la consapevolezza su quanto questi modelli culturali producano diseguaglianze che poi danneggiano la nostra società».

[9] Il parroco nel suo post aggiunge: «Tesoro mi dispiace. Ma 1) frequenti piazza Verdi (che è diventato il buco del cu*o di Bologna, e a tal proposito Merola sempre sia lodato!) 2) Ti ubriachi da far schifo! Ma perché? 3) E, dopo la cavolata di ubriacarti, con chi ti allontani? Con un magrebino?!? Notoriamente (soprattutto quelli in Piazza Verdi) veri gentlemen, tutti liberi professionisti, insegnanti, gente di cultura, perbene. Adesso capisci che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tiritera ideologica sull’accogliamoli tutti». Il post di Guidotti si conclude così: «Svegliarti seminuda direi che è il minimo che potesse accaderti».

[10] Su Il Populista si legge che l’assessore leghista alla Sicurezza Max Rogora avrebbe affermato: «È la goccia che fa traboccare il vaso. Non è possibile riempire la nostra città di ‘robe’ così, che nemmeno definisco persone, senza che le forze dell’ordine abbiano i mezzi per intervenire. – spiega al quotidiano varesino – Questa gente deve andarsene fuori dai coglioni: si facciano un esame di coscienza i signori politici che hanno in mano i bottoni e che, come Renzi a Busto ma vale per tanti altri, girano con le scorte».

[11] Come fa notare Karima Moual su La Stampa, nello stesso giorno si discettava su una fake news relativa ad un’immaginaria bimba musulmana che sarebbe stata sposata ad un adulto della stessa religione? Una bufala creata per potere ancora una volta criminalizzare gli stranieri. E immediatamente usata per inveire contro l’immigrazione (Salvini, ad esempio, ha commentato: «cosa mostruosa, non c’è spazio in Italia per questo multiculturalismo»). Il  24 novembre esce un’altra notizia ancora più raccapricciante: un’undicenne nigeriana, che i genitori, entrambi lavoratori, spesso, affidavano ad un connazionale vicino di casa, sarebbe stata ripetutamente abusata e messa in cinta da costui. Si spera che, prima di spargere commenti razzisti, chi è sul punto di farlo conti fino a dieci, pensi per un momento, almeno, a questa bambina e poi si astenga.

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