La mediazione familiare e la violenza

Mentre prosegue e si estende il dibattito sul DL Pillon, che, fra gli altri aspetti controversi, contempla anche il tema della mediazione familiare, configurandola come obbligatoria, proponiamo qualche accenno di riflessione sulla assai problematica questione di tale strumento di gestione del conflitto nei casi di violenza.

La Convenzione di Istanbul vieta la mediazione familiare nei casi di violenza

Si deve ricordare, a tal riguardo, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, altrimenti nota come Convenzione di Istanbul. L’art. 48, punto 1, della Convenzione di Istanbul del 2011, ratificata dall’Italia nel 2013, prevede l’adozione delle necessarie misure legislative, o di altro tipo, per

«vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione».

Perché nella Convenzione di Istanbul si vieta la mediazione familiare nei casi di violenza?

In buona parte la spiegazione è fornita dal testo della Convenzione stessa: «la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione […] La violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».

Se questo è lo sfondo indiscutibile sul quale si collocano le norme della Convenzione, si può ulteriormente osservare, che la preoccupazione, più che fondata, degli estensori della Convenzione stessa è che quando un coniuge sottoposto ad una condizione di violenza da parte dell’altro arriva a maturare la decisione di separarsi, la mediazione possa essere interpretata dal partner violento come un’arma per mantenere il controllo e il dominio sull’altro, perpetuandone la vittimizzazione. Di fatto, in tale contesto violento, la mediazione familiare finirebbe con l’essere adoperata dal partner violento per impedire che si compia realmente la separazione, cercata dal partner vittima di quella violenza, così da evitare l’interruzione della sopraffazione violenta e della dominazione poste quotidianamente in essere.

 

La violenza e il modello di mediazione familiare

Patrizia Romito in Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori (2005), osservava che:

“La mediazione familiare si ispira al modello sistemico di responsabilità diffusa e di neutralità del terapeuta. Da un punto di vista ideologico, il modello di riferimento è quello della buona separazione, in cui i coniugi mettono in secondo piano i loro conflitti per il bene del bambino, bene che viene identificato a priori col mantenere rapporti costanti con entrambi i genitori, spesso nella forma dell’affido congiunto. Secondo il modello della separazione amichevole, i conflitti dei coniugi in questa fase sono una conseguenza della tensione legata all’evento in sé, semmai acuiti dalle procedure giudiziarie, e non il prolungarsi o l’inasprirsi di conflitti precedenti, che li hanno portati alla separazione. Con questa assunzione di base (peraltro non provata e bizzarra: perché si separano se andavano così d’accordo?) si apre già la strada alla negazione della violenza domestica. La pratica della mediazione richiede infatti che gli ex coniugi si concentrino sul presente e sul futuro senza rinvangare il passato e i relativi conflitti. Inoltre, e anche questo è un aspetto decisivo, eventuali denunce o procedure giudiziarie devono essere sospese. Se la donna cerca di discuterne – per esempio, facendo presente che incontrare l’ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti – verrà ripresa perché non sta alle regole e trattata da donna vendicativa e rancorosa, la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Eppure questo succede e può rappresentare una strategia deliberata degli uomini violenti. Dato che la separazione limita la possibilità di dominare e controllare l’ex partner, alcuni di loro cercano di ottenere che il tribunale imponga la mediazione familiare, proprio perché dà un’opportunità di incontrare l’ex moglie e di continuare a perseguitarla.

La descrizione prospettata da Patrizia Romito riguarda un approccio mediativo che, oggettivamente, finisce con l’essere di rinforzo ad una situazione di drammatica ingiustizia e prevaricazione, di radicale negazione non soltanto dei diritti fondamentali della vittima, ma persino della sua umanità.

Non vi è motivo per mettere in discussione le sue considerazioni, dunque, se non accostando ad esse un’integrazione.

Questa riguarda l’assunto di base e gli obiettivi della mediazione familiare cui la Romito si riferisce. Non si vuole qui pretendere di dare una visione omnicomprensiva di tutte le pratiche e le teorie della mediazione familiare, per ribattere alle osservazioni di Patrizia Romito, ma più limitatamente far osservare che le premesse, il metodo e gli obiettivi dell’intervento di mediazione familiare da lei presentato sono quanto di più distante dal modello pensato e praticato dall’Associazione Me.Dia.Re.[1] Su tale modello sono già stati proposti diversi brevi post nella rubrica Riflessioni del nostro sito.

 

Il modello di Me.Dia.Re. e la violenza

Il nostro modello (per una disamina più approfondita del quale si rinvia alle pubblicazioni di cui sono autori alcuni membri dell’Associazione), da oltre tre lustri, non casualmente si definisce di Ascolto e Mediazione e, di nuovo, non casualmente, sul piano operativo, si sviluppa attraverso una serie di colloqui individuali – separati – con i singoli protagonisti del conflitto portato. Tali colloqui possono essere preliminari agli incontri di mediazione, eventualmente richiesti dagli attori del conflitto (che sono richiesti da loro, dunque, non sono mai proposti dal mediatore). L’opportunità di realizzare tali incontri, se richiesti da entrambe le parti, è valutata dal mediatore, tenendo conto di molteplici aspetti che riguardano in primo luogo la possibilità che sia presente la dimensione della violenza nelle sue diverse forme.

Nel corso dei colloqui individuali, dunque, le possibilità che emerga da parte della persona vittima di violenza tale realtà di vittimizzazione sono significativamente alte, proprio perché si tratta di situazioni nelle quali l’autore della violenza non è fisicamente presente e non ha alcuna possibilità di controllare, né alcuna possibilità di influenzare direttamente i contenuti che il partner può comunicare in quella sede.

 

La “risorsa” dei colloqui individuali nel modello di “Ascolto e Mediazione”

Soprattutto, nell’ambito dei colloqui individuali, non meno che negli eventuali incontri di mediazione, la premessa di questa impostazione mediativa, se non antitetica, è radicalmente eterogenea rispetto a quella descritta dalla Romito, ed è proprio in questa diversità di approccio e di finalità che risiede la prevenzione del rischio di una strumentalizzazione del percorso da parte del partner violento.

Infatti, diversamente da quanto esposto dalla Romito, il passato e il presente – come insistentemente spieghiamo anche nei nostri percorsi formativi –  non sono espulsi dai temi di cui le parti possono parlare con il mediatore. Anzi, il passato e il presente del loro rapporto sono al centro dell’attenzione del mediatore, il cui compito è quello di ascoltare le persone e di farle sentire ascoltate anche, anzi principalmente, proprio sul piano dei bisogni, delle emozioni, dei sentimenti, delle ferite, delle paure di cui sono portatrici. Né, dal nostro punto di vista è pensabile che, come ha scritto Patrizia Romito, se la donna cerca di discutere – per esempio, facendo presente che incontrare l’ex marito per consegnare i bambini la mette in una situazione pericolosa, o esprimendo il timore che lui li trascuri o li maltratti – possa essere ripresa.

Questo approccio dispiegato da un mediatore costituirebbe una gravissima condotta, una negazione radicale della ragion d’essere del suo lavoro, della mediazione stessa, oltre che una clamorosa violenza sulla donna stessa.

Sarebbe quanto di più perverso da parte del mediatore il richiamarla, come afferma la Romito, perché non sta alle regole e il trattarla da donna vendicativa e rancorosa, cioè il rinfacciarle la stessa accusa già descritta nella sindrome di alienazione parentale e nelle false denunce di abuso in fase di separazione. Si tratterebbe, infatti, di una presa di posizione da parte del mediatore rivelativa di qualcosa di assai più grave della già criticissima perdita della neutralità.

Senza dilungare ulteriormente il discorso su piani tecnici, che pure meriterebbero di essere approfonditi ed esaminati, vale la pena osservare che non raramente in questi molti anni di attività è accaduto che proprio nei colloqui individuali, eventualmente preliminari al primo incontro di mediazione, emergesse la presenza di vissuti di vittimizzazione connessi a condotte violente (anche sotto forma di violenza psicologica).

 

Anche i colloqui individuali preliminari all’eventuale incontro di mediazione non costituiscono una garanzia assoluta

Si è detto più sopra che sono alte le probabilità che la persona vittima di violenza da parte del partner nell’ambito dei colloqui individuali, previsti nel modello Ascolto e Mediazione, comunichi al mediatore la vittimizzazione di cui è oggetto. Non vi è, però, una reale certezza che ciò accada.

La comunicazione della propria esperienza di vittimizzazione, infatti, è di una complessità notevole ed è particolarmente impegnativa sul piano emotivo. Molte ansie e preoccupazioni circa quel che può pensare l’interlocutore, l’angoscia, il dolore, la rabbia, la paura, il senso di colpa possono rendere particolarmente faticosa l’esposizione.

Del resto accade anche che la vittima, quasi desensibilizzata dalla violenza subita, presenti i fatti in maniera completa e razionale, ma tale fredda e distante narrazione potrebbe pregiudicare la sua credibilità. Ciò accadrebbe, in particolare, se il mediatore, nella propria rappresentazione mentale associasse a quel tipo di esperienza il manifestarsi palese di un certo grado di turbamento emotivo nel narratore.

Il mediatore familiare dovrebbe avere una preparazione che lo faciliti nell’individuazione e nell’accoglienza delle situazioni di violenza

In tali situazioni la scarsa preparazione nel fornire un ascolto adeguato pregiudica spesso la possibilità per la vittima di ricevere il supporto necessario, mentre una formazione che procuri una tale competenza presso i mediatori familiari può realmente costituire un aiuto per le donne che vivono queste situazioni, facilitandole nella tutela di sé e nella ricerca di aiuto presso centri ad hoc. Del resto, va rimarcato, per i mediatori esiste anche la risorsa della supervisione, oggi obbligatoria, la quale può ben costituire una risorsa importante su tale registro[2].

Tra le diverse difficoltà cui il mediatore familiare, in tali casi, dovrebbe riuscire a far fronte, infatti, vi è anche, accanto a quella sopra accennata e ad altre ancora, quella costituita dal carattere tortuoso della narrazione proposta dalla vittima. La tormentata condizione emotiva vissuta può far sì che l’esposizione dei fatti non sia fluida e coerente né facilmente intelligibile, e ciò può rendere problematica la recezione del “messaggio” da parte del mediatore familiare che, magari non adeguatamente preparato, rischia di essere poco attento su tale piano.

 

Quando la violenza emerge, la mediazione familiare va sospesa

Talora va aggiunto, nella pratica della mediazione familiare, ci è accaduto che tale aspetto emergesse soltanto durante il primo incontro di mediazione: in tali casi, il comportamento violento comunicato era costituito da un singolo episodio di violenza fisica (percosse o minacce). Mentre altre rare, ma non rarissime, volte, la violenza è stata comunicata dalla donna, successivamente al primo incontro di mediazione, grazie alla facilitazione svolta dai mediatori, nell’ambito dei colloqui individuali successivi a quel primo incontro di mediazione (dopo ogni incontro di mediazione, il modus operandi di Me.Dia.Re. prevede la realizzazione di colloqui individuali con entrambi gli attori del conflitto).

In ogni caso, ogniqualvolta è emerso il fenomeno della violenza – nelle sue più diverse forme -, il percorso di mediazione familiare è stato sostituito da altre forme di presa in carico o di accompagnamento ad altri servizi.

 

Alberto Quattrocolo

 

Rielaborazione da

– lezioni di A. Quattrocolo nella XII Edizione del Corso in Mediazione Familiare e nella XII Edizione del Corso in Mediazione Penale, Sanitaria e Lavorativa

– formazioni di Silvia Boverini e A. Quattrocolo nel progetto “Eyes Wide Open. Cicli di incontri gratuiti sulla violenza psicologica sulle donne”, realizzato nel 2016 con il contributo e il patrocinio della Circoscrizione I della Città di Torino

 

[1] Appare plausibile che anche coloro che praticano un modello di mediazione familiare d’ispirazione sistemica si ritrovino poco nella descrizione proposta dalla Romito, ma sembra sensato invadere il loro campo e lasciare che siano costoro a sviluppare le considerazioni che ritengono più opportune.

[2] L’A.I.Me.F. non solo ha stabilito per i mediatori familiari l’obbligo di effettuare 10 ore di supervisione annue (in base agli articoli 7 e 8 del Regolamento Interno dell’A.I.Me.F.: http://www.aimef.it/statuto/regolamento-interno e alla Norma Tecnica UNI-11644-2016), ma si è anche curata di formare dei Supervisori Professionali, avendoli prima individuati tra coloro che sono in possesso di almeno 5 anni di esperienza nel campo della mediazione e che hanno erogato almeno 100 ore di formazione sulla mediazione familiare.

1 commento
  1. Paolo
    Paolo dice:

    Ho appena terminato una relazione con una ragazza vittima di violenza fisica e psicologica da parte dell’ex fidanzato, fra l’altro, padre di un loro figlio di 11; la ragazza aveva già subito forme pesanti di violenza già in precedenza, forse da parte della stessa famiglia d’origine.
    A proposito di mediazione non sono affatto convinto che sia una vera soluzione; nel mio caso, visti i problemi e le difficoltà riscontrate nella relazione, ho tentato varie strade fra cui anche il centro antiviolenza e i colloqui con gli psicologi, sia dell’associazione che privati. Purtroppo ho verificato che da vittima si è trasformata in carnefice e mi ha soggiogato psicologicamente per più di due anni, raccontando realtà distorte, false o nascondendo attività e frequentazioni alternative. Credo che le casistiche siano molto più ampie di ciò che si pensa, non sono un professionista ma ho la necessaria sensibilità per capire che non esiste una regola generalizzabile.

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