La deumanizzazione delle persone senza fissa dimora

In questo post si propongono delle riflessioni sulla de-umanizzazione in generale e, in particolare, sulla deumanizzazione di cui sono fatte oggetto le persone senza fissa dimora (ancora più in particolare, la deumanizzazione rivolta alle persone senza fissa dimora di Torino).

Non è un caso che la parola “persone” sia scritta in neretto. Perché l’auspicio è che l’attenzione sia rivolta al fatto che coloro che non hanno una dimora sono in primo luogo delle persone.

La situazione delle persone senza fissa dimora in Piemonte e a Torino

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In Piemonte le persone senza fissa dimora sono 2.259, di queste 1.729 vivono a Torino. In linea con il dato nazionale, l’84,5% delle persone senza dimora a Torino sono uomini, hanno un’età media di 46 anni, da circa due anni non possiedono un’abitazione stabile e, pertanto, vivono per la strada, in solitudine.

Le cause scatenanti la loro condizione sono le seguenti:

  • la separazione dal coniuge e/o dai figli,
  • la perdita dell’occupazione lavorativa.

La rete dei servizi mensa e di ospitalità notturna di Torino è tutt’altro che sguarnita ed è decisamente frequentata: ben l’81,9% delle persone senza fissa dimora ha pranzato almeno una volta presso la mensa e il 71,5% ha dormito in una struttura di accoglienza notturna.

La situazione delle persone senza fissa dimora si collega strettamente alla tematica della deumanizzazione, purtroppo: con questo termine, secondo Volpato, in psicologia sociale, si indica una strategia di delegittimazione tendente all’esclusione di individui singoli o di gruppi dall’umanità [1].

È una forma radicale di deprezzamento e ostracismo che, nel corso della storia, ha costantemente accompagnato conflitti e stermini.

Essa si avvale di strategie esplicite volte a negare apertamente l’umanità dell’altro, ed altresì di strategie sottili, le quali erodono in modo consapevole l’altrui partecipazione all’umanità, queste ultime presentano forme più variegabili e molteplici ed il loro successo dipende sia dal contesto sociale che dallo spirito culturale.

Le strategie esplicite della deumanizzazione

La deumanizzazione rappresenta la forma più estrema di pregiudizio e di discriminazione. Se ne individuano 5 forme diverse.

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Animalizzazione

Questo tipo di deumanizzazione nega ad individui e a gruppi le qualità che sanciscono la superiorità dell’uomo sugli altri esseri viventi. Gli individui assimilati agli animali sono percepiti come esseri irrazionali, immaturi, privi di cultua ed incapaci di autocontrollo. L’animalizzazione suscita in chi la subisce sentimenti di degradazione ed umiliazione, chi la agisce prova disprezzo e disgusto, cioè sentimenti ed emozioni frequentemente collegate alla percezione di animalità. (si pensi a Hitler che paragonava gli ebrei a topi e scarafaggi).

Demonizzazione

Le metafore sovraumane trasformano l’Altro in un demone, diavolo o strega, gli attribuiscono poteri magici, che ne accentuano la pericolosità e ne rendono possibile l’eliminazione. La genesi di tali rappresentazioni è nel concetto di “mostro”, colui che mostrano uno scarto dalle norme naturalistiche che regolano i rapporti tra specie animali e genere umano, scarto che può assumere la forma dell’eccesso, del difetto, della malformazione o dell’aggiunta aberrante di membra appartenenti a specie diverse. Così, durante il Medioevo, la demonizzazione servì a contenere la ribellione femminile, mediante la “Caccia alle streghe”.

Biologizzazione

Le metafore utilizzate dalla deumanizzazione mediante biologizzazione hanno conosciuto un ampio sviluppo del corso dell’800. Si tratta di metafore legate allo sviluppo delle malattie, alla protezione dell’igiene e alla purezza, tendenti a trasformare l’altro in microbo, virus, bacillo, morbo, pestilenza, tumore, sporcizia. Tale modalità ha sostituito la demonizzazione, allo scopo di produrre gli stessi effetti e risultati: cioè: suscitare paura e disgusto e rappresentare le persone-bersaglio come qualcosa da eliminare, da estirpare e purificare.

Meccanizzazione

Essa considera l’altro come un organismo meccanico, un automa, un robot, incapace di provare emozioni e di aprirsi agli altri. Gli individui rappresentati con questo tipo di metafora sono giudicati indifferenti, freddi, rigidi, privi di curiosità, immaginazione e profondità. In atre parole, gli individui sono considerati macchine, non suscitano affetto, compassione o empatia. A titolo esemplificativo, si può pensare ad alcuni risvolti del Taylorismo.

Oggettivazione

In questa forma di deumanizzazione l’individuo è considerato come un oggetto, uno strumento, una merce. Diverse riflessioni sull’oggettivizzazione sono state svolte da diversi autori:

– Kant usò questo termine per indicare la riduzione dell’essero umano a mero strumento sessuale, in Fondazione della metafisica e dei costumi;

– Marx utilizzò questo termine in relazione allo stato di alienazione del lavoro e del lavoratore all’interno del sistema capitalista, in Manoscritti economico-filosofici;

recentemente il termine è stato considerato dal Pensiero Femminista, in merito alla riduzione della figura femminile a mero oggetto sessuale, come si può leggere nella Teoria dell’oggettivazione sessuale di Fredrickson&Robert (1998).

La deumanizzazione per invisibilità nella nostra società

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Alla luce di quanto sopra descritto c’è da domandarsi se noi siamo immuni dall’adottare delle condotte deumanizzanti, o dal subirle.

La nostra società esercita quotidianamente una deumanizzazione per invisibilità, che si declina attraverso il silenzio, la disattenzione, la non curanza, nonché mediante il ricorso al dato statistico che annulla l’importanza dell’identità personale e sociale.

Tale forma di deumanizzazione si basa sulla collusione tra elementi di deumanizzazione esplicita, voluta dalle istituzioni, ed elementi di deumanizzazione sottile, che permettono alla società civile di distogliere lo sguardo: fa più o meno finta di non vedere, decide di nascondersi dietro il “così vanno le cose”, evitando di assumersi le proprie responsabilità di fronte alla deprivazione di umanità che colpisce i meno fortunati.

Le diverse forme di deumanizzazione delle persone senza fissa dimora

Il Dot. Aragona, in un suo breve scritto, riporta importanti considerazioni in merito alle reazioni di fronte alle persone senza fissa dimora, presenti nei propri punti di stazionamento (panchine, marciapiedi, portici).

“Ogni giorno, passiamo davanti ai cartoni su cui sono stese persone, avvolte di stracci per difendersi dal freddo…” [2].

Le reazioni di fronte alle persone senza fissa dimora

Le persone possono mettere in atto una deumanizzazione avente il carattere della biologizzazione, sognando di ergersi a tutori dell’ordine e di realizzare un ripristino di quel marciapiede una volta pulito e non occupato. La persona senza fissa dimora, quindi, viene considerata una malattia in carne e ossa, per la quale si rende necessaria la disinfezione e la purificazione.

Altre persone, appena incappano in un soggetto senza fissa dimora, provano un sentimento di paura e decidono di cambiare lato della strada, tale reazione scaturisce dal fatto che questa persona, che sta occupando il posto del marciapiede, posto pertanto non idoneo alla quotidianità di vita, oltre ad essere un soggetto sporco, puzzolente, vestito male, potrebbe anche mettere in atto, se io incappo in lui, un atteggiamento imprevedibile. L’autore, considera però, che il sentimento di paura in una situazione del genere, sarebbe da considerarsi normale e significativa, se a provarla fosse la persona occupante il marciapiede, la quale ha più probabilità di essere vittima di atti di violenza, essendo la parte più vulnerabile.

Un’altra reazione è l’indifferenza che permette di girarsi dall’altra parte o di proseguire dritto, come se sul quel marciapiede non ci fosse proprio nessuno.

Riprendendo l’ultima reazione descritta da Aragona, è bene essere consapevoli del fatto che sempre di più la nostra società presenta indifferenza al fenomeno descritto. Si è reso concreto, quindi, il pericolo di vivere e di pensare come “normale” la condizione di marginalizzazione sociale.

È talmente normale, dunque, che i nostri sentimenti appaiono come anestetizzati: non proviamo più nemmeno indignazione per il fatto che vi siano delle persone costrette a dormire per la strada, anzi, percepiamo quella situazione come se fosse una condizione naturale, se non addirittura una colpa di chi finisce per strada.

Queste righe sono un caldo invito a riflettere su come sia possibile rivolgere uno sguardo diverso al nostro quotidiano e, in particolare, a quelle persone che, oggi più che mai, sono lì sulle nostre strade familiari. È un invito a cogliere qualsasi loro dettaglio, anche il più minimo: una posizione, un gesto, uno sguardo…

Vera Barzizza

[di Vera Barzizza (assistente sociale, mediatrice familiare e penale e molto altro ancora!) abbiamo pubblicato, in questo sito, nella rubrica Tesi dei Corsi di Mediazione Familiare, Penale…, sia la tesi di mediazione familiare (che propone un confronto sul lavoro del servizio sociale e quello di mediazione familiare, concentrandosi sull’importanza dell’ascolto empatico nelle due professioni), sia la tesi di mediazione penale (centrata su “l’interfacciarsi con la violenza”). Inoltre, è possibile seguire la sua intervista inserita nella rubrica Interviste ad ex corsisti]

 

[1] C.Volpato, “Negare l’altro. La deumanizzazione e le sue forme”, in Psicoterapia e Scienze Umane, 2013, XLVII, 2:311-328

[2] M.Aragona, “Torniamo umani”, disponibile online, formato pdf

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