Alla base di tutti i progetti di Me.Dia.Re., inclusi i Servizi di Ascolto e Mediazione dei Conflitti e quelli di Sostegno Psicologico, vi è una premessa, una sorta di convincimento, che ne permea l’ideazione e la messa in atto: che l’ascolto sia importante.

Per ascolto intendiamo una forma di relazione con l’altro in cui gioca un ruolo centrale l’empatia.

Ascoltare, dunque, in questa prospettiva, vuol dire entrare in risonanza con ciò che l’altro prova.

Esercitare la capacità di ricezione è la premessa non tanto per capire razionalmente quanto per comprendere emozionalmente, cioè calarsi nel vissuto altrui e apprenderlo. L’apprendimento delle emozioni e dei sentimenti del soggetto che parla non è, però, un esercizio di dietrologia, un andare a cercare motivazioni occulte, è più semplicemente un sentire e un riconoscere le emozioni e i sentimenti di chi sta parlando.

Prendiamo, ad esempio, la rabbia o l’angoscia: esortare la persona incollerita o angosciata a recuperare il controllo potrebbe costituire un messaggio di disapprovazione e di censura rispetto a ciò che quell’individuo sta sperimentando, e non costituisce un momento di ascolto. Cioè la sua emozione è, sì, stata avvertita dall’ascoltatore, ma la comunicazione di questi è stata respingente e non accogliente. Mentre l’ascolto che si intende qui delineare ha l’obiettivo di accogliere gli stati d’animo, di legittimarli in quanto tali, e ha la caratteristica di essere avalutativo.  L’atteggiamento giudicante, infatti, poco si accorda con l’attività di ascolto, la quale, in termini relazionali, invia, invece, alla persona ascoltata contemporaneamente più messaggi: puoi essere sicura del fatto che non solo cerco di capire ciò di cui mi parli ma anche che ho sentito (o almeno ci sto provando) ciò che provi. Molto spesso, infatti, quando si ascolta si acquisisce l’informazione sui sentimenti e sulle emozioni di chi ci parla, ma costui/costei non necessariamente si rende conto di questa nostra acquisizione (anzi, più è preso dai suoi stati emotivi e meno ne è consapevole).

In effetti, quando troviamo qualcuno interessato non solo a capire ciò che gli stiamo dicendo, ma anche a comprendere ciò che proviamo, siamo meno soli: ci sentiamo riconosciuti come persone, e abbiamo condiviso, ad esempio, il nostro dolore, ‘buttandolo fuori’ e rendendolo così un po’ più tollerabile. Nessuno ci ha giudicato, né si è schierato dalla nostra parte, nessuno ci ha piegati alla sua visione del mondo e della vita, né si è uniformato alla nostra.

Il valore politico dell’ascolto

Se tale dimensione di ascolto si sviluppa all’interno di contesti istituzionali, come nei loro limiti, ambiscono a procurare i progetti messi in piedi da Me.Dia.Re. (si pensi tra gli altri a quelli di Ascolto e Mediazione in Sanità, di Mediazione Penale, di sostegno psicologico alle persone e alle famiglie colpite dalla Crisi, alle donne vittime di violenza o a rifugiati e richiedenti asilo adulti e minori), allora esso costituisce una concreta manifestazione di interesse di una comunità per la condizione dei suoi membri. Infatti, come spesso chiosano i paragrafi dedicati alle finalità dei suddetti progetti, l’attività di ascolto proposta mira a far sentire al cittadino che proprio nei momenti di angoscia, insicurezza, sofferenza e tensione, quando non sa dove trovare solidarietà e comprensione, la comunità gli è vicina: pronta a supportarlo nella gestione del dolore, della rabbia o della paura, ad accogliere i suoi stati emotivi – e ad indirizzarlo, all’occorrenza, ad altri servizi del pubblico o del privato sociale -, affinché possa superare le condizioni di disagio e ansia, ed eventualmente di chiusura, diffidenza, risentimento e sfiducia che sta vivendo.

Secondo noi, nello svolgimento di tali progetti si pone in essere un ascolto che ha un intrinseco valore politico, ma l’ascolto politico che intendiamo proporre è ancora qualcosa di diverso.

Le caratteristiche dell’ascolto politico

In questo blog, infatti, per “ascolto politico” s’intende un ascolto

Riguardo a quest’ultimo aspetto, per comodità e sintesi, possiamo limitarci a recuperare le osservazioni di Heinz Kohut, pioniere della psicologia psicoanalitica del Sé, che, nell’opera Introspezione, empatia, psicoanalisi: indagine sul rapporto tra modalità di osservazione e teoria, definisce l’empatia come “la capacità quotidiana di provare ciò che un’atra persona prova, anche se di solito, e giustamente, in maniera attenuata”. Questo riferimento ad un’attenuazione nella ricezione dell’esperienza emozionale dell’altro è di fondamentale aiuto per illustrare meglio l’ascolto cui si fa qui riferimento: per utilizzare ancora un’espressione di quest’autore, tale ascolto non è quello del neonato che ha “una percezione empatica del mondo circostante che equivale a una fusione totale con lo stato emotivo dell’altro […] a un’invasione empatica opposta a quel sapore attenuato delle esperienze altrui, che caratterizza l’adulto”. L’ascolto cui ci riferiamo è quello di chi avverte la sofferenza dell’altro, ma non diventa l’altro. D’altra parte, noi adulti, al pari dei neonati, abbiamo bisogno di un’empatia attenuata piuttosto che di un’empatia totale e totalizzante. Se chi ci ascolta, mentre narriamo qualche nostra angoscia, si spaventa, ci fermiamo, così come, se, parlando di qualche situazione dolorosa, facciamo scoppiare l’altro in lacrime, ne siamo dispiaciuti e, magari, restiamo interdetti, provando anche un po’ di senso di colpa; è possibile perfino che, a quel punto, ci troviamo a compiere una metaforica inversione a U, attenuando la portata di ciò che abbiamo espresso per procurare sollievo all’altro. Ci trasformiamo in “contenitori”, mentre poco prima stavamo cercando comprensione e contenimento. Simili reazioni dell’altro possono anche infastidirci, non solo perché ci privano della presenza di un interlocutore, o per dirla ancora una volta con Bion, di un contenitore, ma anche per altre ragioni, quali, ad esempio, il sentire che l’altro si è inopportunamente infilato nei nostri abiti oppure che, se l’altro ha una tale reazione al solo sentire raccontare quel fatto, ciò significa che esso è davvero disturbante e che faremmo meglio a tacere – anche perché il prossimo interlocutore potrebbe alzare una barriera davanti al nostro sfogo emotivo, proprio per evitare di stare male a sua volta. E allora, tanto vale arginare noi stessi, prima, trattenere le nostre urgenze emotive ed evitare di esprimerle. Kohut, a proposito della relazione madre – bambino, afferma che se il neonato è ansioso e la madre sente la sua ansia, prendendolo in braccio e tenendolo stretto, il bambino si calma, poiché avverte di essere stato compreso, percepisce che la madre ha provato non tutta l’ansia che lo afferrava, ma una versione attenuata di essa; invece, se la madre non riesce a provare una versione più debole di quell’ansia e vi reagisce con il panico oppure erigendo un invalicabile parete tra sé e il neonato, indurrà in lui una propensione alla diffusione incontrollata di ansia o la formazione di una “organizzazione psichica impoverita” .

L’ascolto politico, dunque, presuppone in chi lo realizza la capacità e la disponibilità ad accogliere le emozioni dei suoi interlocutori, sapendo, però, nei limiti delle umane possibilità, gestire le proprie: il cosiddetto controtransfert. Ciò non significa, naturalmente, che il personale politico impegnato in tale attività di ascolto sia privo di emozioni e sentimenti e che nel corso dell’incontro non vengano stimolati in esso degli stati emotivi, ma significa che esso cerchi di evitare che questi prorompano nel momento dell’ascolto. Il che, però, è più facile a dirsi che a farsi.

Particolarmente indicata perciò sarebbe per tale personale una formazione ad hoc e non poco rilevante sarebbe anche uno spazio di contenimento. Anche il personale politico, infatti, impegnato in un’attività di ascolto politico, presumibilmente ha bisogno di essere ascoltato. Il politico, infatti, è un essere umano (forse occorrerebbe ricordarlo più di quanto non lo si faccia abitualmente), con umane esigenze, quali, ad esempio, quella di sentirsi compreso e riconosciuto. E, del resto, solo se la sua umanità ha diritto di cittadinanza ed espressione, egli potrà riconoscere e accogliere l’umanità altrui.

Infatti, proprio a tale dimensione rinvia l’ascolto politico cui ci si riferisce qui. Una dimensione che, è opportuno precisarlo, richiede il rapporto diretto, il contatto, il guardarsi negli occhi e che pertanto non può essere compiutamente concretizzata da pochi individui a benefici di molti, né soltanto attraverso discorsi tenuti in comizi, interviste sui media, partecipazioni a dibattiti, post su blog o tweet.

L’ascolto politico va svolto di persona, dal vivo, incontrando singoli e gruppi per udire le loro parole e sentire i loro vissuti.

Soltanto così, infatti, si può svolgere un reale ascolto che è anche politico. Un’attività, cioè, in grado di dare un rilevante contributo al rapporto tra cittadini e istituzioni di rappresentanza. Un’attività capace di concorrere concretamente a nutrire il legame e realizzare, sul piano relazionale, un aspetto non trascurabile della democrazia: il rapporto tra eletti ed elettori come rapporto improntato al reciproco riconoscimento dell’umanità dell’altro, sicché i secondi non si sentono trattati solo alla stregua di appositori di croci su simboli elettorali al momento delle consultazioni, ma come esseri umani, e pertanto sono propensi a riconoscere l’umanità dei primi e a non catalogarli con rappresentazioni stereotipiche e spersonalizzanti.

Del resto, è noto che il leader “buono” individualizza i suoi interlocutori, mentre il leader “cattivo” li tratta come una massa informe da plasmare a suo capriccio.

 

Alberto Quattrocolo