La strage di Adis Abeba: una vergogna tutta italiana
La strage compiuta dagli italiani, civili e militari, sulla popolazione inerme di Adis Abeba costituisce uno degli esempi più brutali della sanguinosa storia delle dominazione coloniale in Africa. E una delle più criminali imprese realizzate dai nostri concittadini nella già vergognosa occupazione dell’Etiopia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo etiopico riferì che erano stati massacrati 30.000 cittadini nella strage di Adis Abeba [1]. Tra le testimonianze italiane di quell’orrore, iniziato il 19 febbraio 1937, c’è quella di Antonio Dordoni:
«Nel tardo pomeriggio, dopo aver ricevuto disposizioni alla “Casa del Fascio”, alcune centinaia di squadre composte da camice nere, autisti, ascari libici, si riversarono nei quartieri indigeni e diedero inizio alla più forsennata “caccia al moro” che si fosse mai vista. In genere davano fuoco ai tucul e finivano a colpi di bombe a mano quelli che tentavano di sfuggire a i roghi […]. Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un solo colpo durante tutta la guerra e che ora rivelava rancori ed una carica di violenza insospettata».
«Dopo quindici secoli Mussolini ha ridato a Roma il suo impero immortale» (Raffaele Carrieri)
Nel 1935, l’Italia, già detentrice di tre colonie in Africa – la Somalia, l’Eritrea, che era stata una regione dell’Impero Etiope, e la Libia (abbiamo ricordato le atrocità della conquista e della dominazione italiana in Libia qui, qui e qui) -, decise che era arrivato il momento di invadere l’Etiopia. Mussolini voleva dare agli italiani «un posto al sole», della terra da colonizzare e un vero e proprio impero coloniale.
Così, il 3 ottobre 1935, senza far precedere l’attacco da una dichiarazione di guerra, si era scagliato contro l’impero etiope. Aveva rovesciato un’onda immensa di orrore sulla popolazione di quello stato, che, dal 1923, faceva parte della Società delle Nazioni e che, insieme alla Liberia ed era l’unica porzione di Africa non soggetta alla dominazione europea (ne abbiamo parlato qui, sulla rubrica Corsi e Ricorsi). Pur facendo da subito ricorso anche ai gas tossici (ne abbiamo parlato in questo post), banditi dalla Convenzione di Ginevra del 1925, le truppe italiane, dopo 7 mesi, non erano riuscite a sottomettere totalmente gli etiopi. Ma il 5 maggio del 1936 il maresciallo Pietro Badoglio riusciva ad entrare in Adis Abeba senza combattere. L’imperatore etiope Hailè Selassiè, tre giorni prima, l’aveva abbandonata, andando in esilio. E il 9 maggio Mussolini annunciava dal balcone di Palazzo Venezia alla folla esultante che
«i territori e le genti che appartennero all’impero d’Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia». Era una menzogna, ovviamente. Come era menzognera e grottesca nella sua pretesa solennità quanto scriveva Raffaele Carrieri, il 17 maggio, su L’illustrazione italiana: «Dopo quindici secoli Mussolini ha ridato a Roma il suo impero immortale».
La resistenza etiope
In realtà, gli etiopi erano tutt’altro che sottomessi e l’Etiopia tutt’altro che occupata. Due terzi del suo territorio restavano liberi. E 100.000 uomini dell’esercito imperiale etiope erano ancora ancora attivi. Di fatto, i 10.000 soldati italiani installati ad Adis Abeba erano sotto assedio [2].
Quegli ordini sanguinari di Mussolini che Graziani era ben felice di eseguire
Tra il 5 e l’8 luglio di quel 1936, Benito Mussolini ordinava espressamente, per iscritto, mediante telegramma, al nuovo viceré, governatore generale e comandante delle truppe d’Etiopia, Rodolfo Graziani, di uccidere tutti i ribelli già catturati, di ammazzare i resistenti, facendo ricorso ai gas, e di attuare una politica di terrore e sterminio [3]. Ma le esecuzioni sommarie, le rappresaglie con i gas (60 tonnellate di bombe caricate a iprite e fosgene), gli incendi di interi villaggi, chiese incluse, le deportazioni di massa, l’attivazione di nuovi campi di concentramento, ecc. non bastavano a soffocare le rivolte.
Altro che colonia di ripopolamento
Mussolini era impaziente. Autorizzava
a «condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma».
Il fatto è che il duce aveva promesso al popolo italiano che l’immenso territorio etiope sarebbe diventato rapidamente una colonia di ripopolamento, in cui avrebbe insediato da 1 a 10 milioni di italiani. Nei cinque anni di occupazione fascista, invece, si stabilirono in Etiopia solo 3.500 famiglie, su appena 114.000 ettari. Gli etiopi, pur divisi tra loro, non si rassegnavano a cedere le loro terre a questi sanguinari invasori.
L’attentato del 19 febbraio ’37 contro Graziani ad Adis Abeba
Nella capitale etiope la situazione era tesissima. Gli etiopi piangevano per i loro cari uccisi dagli italiani, pregavano per famigliari e vicini finiti nelle prigioni italiani ed erano in ansia per quei giovani che, per ordine di Mussolini, fin dal 3 maggio, dovevano essere presi e fucilati sommariamente [4].
Due giovani studenti di origine eritrea (Abraham Dobotch e Mogus Asghedom), con l’aiuto di un tassista, Semeon Adefres, il 19 febbraio del ’37 realizzarono l’attentato che avevano preparato [5]. In occasione di una cerimonia per la nascita del primogenito del principe Umberto di Savoia, i due eritrei, si introdussero di nascosto nel palazzo del piccolo Ghebì. Dalla balconata, scagliarono otto bombe di limitato potenziale tipo Breda, sul vicerè Graziani e sulle autorità italiane ed etiopiche, che gli stavano attorno sulla scalinata sottostante il balcone. L’esito fu di sette morti e circa 50 feriti, tra cui lo stesso Graziani, trafitto da 350 schegge [6].
La rappresaglia sulla popolazione etiope di Adis Abeba
Il federale fascista di Adis Abeba, Guido Cortese, obbedendo ad un telegramma di Mussolini, di provvedere ad «un radicale ripulisti», provvedeva alla rappresaglia: un massacro raccapricciante per le strade e nelle case etiopi di Adis Abeba.
«Inutile dire che la rappresaglia si compie su gente ignara e innocente»
Così raccapricciante che il giornalista Ciro Poggiali nel suo diario segreto scriveva:
«Tutti i civili (italiani) che si trovano in Adis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico “squadrismo fascista”. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada […]. Inutile dire che la rappresaglia si compie su gente ignara e innocente» [7].
La rappresaglia dei militari
Accanto a quella condotta dai civili italiani contro la popolazione inerme (che era anche derubata dei pochi denari e averi che possedeva), veniva svolta anche quella, appena più organizzata, dei militari. Questi rinchiudevano 4.000 etiopici in improvvisati campi di concentramento e incendiavano i vasti agglomerati di tucul che fiancheggiavano due fiumi che attraversavano la città. La mattina dopo Alfredo Godio osservava «cumuli di cadaveri bruciati» e il transito di camion «sui quali erano accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi».
L’ordine di cessare le rappresaglie
«Per tre giorni durò il caos. Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Adis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano», scrisse un altro testimone italiano, Dante Galeazzi.
Saputo che i diplomatici stranieri, con le loro macchine fotografiche, documentavano le atrocità in corso, il viceré Graziani, dal suo letto di ospedale, ordinava la cessazione delle rappresaglie [8]. Quelle dispiegate dai civili e dalle camicie nere, quindi, furono interrotte dalle ore 12 del 21 febbraio. Non si fermò, però, il bagno di sangue [9].
La strage infinita ordinata da Mussolini
Mussolini, infatti, scrisse a Graziani che nessuno dei fermati attuali o venturi doveva essere rilasciato senza suo ordine, mentre «tutti i civili e i religiosi etiopi sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi».
Un migliaio di altri civili fucilati ad Adis Abeba
Il 22 febbraio Graziani scriveva a Mussolini:
«In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni, con ordine di passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state, di conseguenza, passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul»
La strage dei notabili di Adis Abeba
Poiché l’avvocato militare Bernardo Olivieri aveva riferito, falsamente, che l’attentato a Graziani era stato ordito da un vasto complotto in cui avrebbero avuto un ruolo fondamentale i cadetti della Scuola militare di Olettà (mentre, in realtà, era stato compiuto da due studenti eritrei, con l’aiuto di un tassista), il 21 febbraio il viceré riferì a Mussolini:
«Duce, questa mattina sono stati passati per le armi 45 fra notabili e gregari risultati colpevoli manifesti dell’attentato del 19 febbraio» [10].
L’eliminazione dell’intellighenzia etiope
Il 22 febbraio venivano assassinate altre 26 persone. La logica era quella di eliminare i giovani ufficiali, gli ancor più giovani laureati negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, nonché gli alti funzionari governativi e i collaboratori più validi dell’imperatore Hailè Selassiè. Per liquidare la classe dirigente etiope, Mussolini approvò la proposta di Graziani di deportare in Italia i notabili ancora imprigionati dal 19 febbraio nei sotterranei del palazzo del viceré [11]. Così in due tranche furono deportati in Italia, sull’isolotto dell’Asinara, 400 aristocratici etiopi, inclusi alcuni bambini e delle donne. Mentre quelli di livello inferiore erano rinchiusi nei campi di concentramento di Nocra, in Eritrea, e di Danane, in Somalia. La metà sarebbe morta di malattia o di denutrizione [12].
L’elogio del Gran Consiglio del Fascismo ai fascisti e agli operai italiani di Addis Abeba
Il Gran Consiglio Fascismo (di tale organo abbiamo parlato qui, qui e qui) nella seduta del 2 marzo espresse la sua piena approvazione per i massacri perpetrati. Il comunicato, pubblicato anche sul Corriere della Sera del giorno dopo, diceva:
«Il Gran Consiglio del fascismo ha infine inviato un cameratesco saluto e un fervido augurio al viceré maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, nella certezza che egli saprà applicare la giusta, ma inflessibile legge di Roma, e ha tributato un particolare elogio ai fascisti e agli operai italiani di Addis Abeba per il contegno da essi tenuto dopo l ’attentato» [13].
Il peggio per gli etiopi doveva ancora arrivare.
Alberto Quattrocolo
[1] La stampa americana, francese e inglese dell’epoca parlava di circa 6.000 etiopi uccisi ad Adis Abeba dal 19 al 21 febbraio 1937. Angelo Del Boca stima circa in 3.000 le vittime dei primi tre giorni di violenze ad Addis Abeba, come l’inglese Anthony Mockler. Lo storico Giorgio Rochat ipotizza che la cifra potrebbe essere più alta e arrivare a 6.000 vittime, come farebbero pensare le carte del “Fondo Graziani”.
[2] Badoglio, conoscendo la rischiosità della situazioni si faceva richiamare in Italia, lasciando il posto al più giovane e ambizioso maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, che il 20 maggio veniva nominato viceré d’Etiopia, governatore generale e comandante superiore delle truppe.
[3] Graziani non aveva alcuna riserva nel dare esecuzione a tali ordini. La sua disponibilità al massacro si era già palesata eloquentemente in Libia.
[4] «Siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici», aveva ordinato il duce, riferendosi a quelli che l’imperatore Hailè Selassiè, negli anni precedenti l’invasione italiana, aveva mandato a studiare e a laurearsi all’estero e ai cadetti della scuola militare di Olettà.
[5] I due eritrei lavoravano negli ambienti governativi di Addis Abeba, anzi erano informatori dell’Ufficio Politico di Graziani. Proprio per questo, oltre che per la fama di collaborazionismo che avevano gli eritrei in genere, non avevano contatti con i notabili abissini né con i “giovani etiopici”.
[6] Subito dopo, i due studenti, approfittando del caos, raggiungevano il taxi di Semeon Adefres e si dirigevano verso la città conventuale di Debrà Libanòs. Poi da lì tentavano di fuggire in Sudan, venendo, però, misteriosamente uccisi nel viaggio. Mentre l’autista, arrestato, veniva torturato a morte dagli agenti dell’Ufficio Politico di Adis Abeba.
[7] Non sfuggiva alla violenza omicida neppure la chiesa di San Giorgio (costruita ai tempi di Menelik da un ingegnere italiano, Sebastiano Castagna), che veniva data alle fiamme e dentro la quale i civili italiani volevano far bruciare vivi, spingendoceli a scudisciate, una cinquantina di diaconi. Fu solo l’intervento di un colonello dei granatieri ad impedire questo ulteriore crimine.
[8] Graziani decise di arrestare i massacri anche, se non soprattutto, per dimostrare a Mussolini di avere in mano la situazione – malgrado le ferite che lo trattenevano in ospedale (aggravate da una polmonite provocata dall’anestesia a etere) – e per impedire che il federale Cortese acquistasse troppa notorietà.
[9] Il federale Cortese, allora, faceva diffondere un manifesto con il bollo della “Federazione dei fasci di combattimento” di Adis Abeba che iniziava così: «Camerati! Ordino che dalle 12 di oggi 21 febbraio XV (cioè quindicesimo anno della “rivoluzione fascista”, NdA) cessi ogni e qualsiasi atto di rappresaglia». Riguardo a quell’ordine Dordoni scrisse: «Lo lessi e lo rilessi. Non credevo ai miei occhi. Non credevo che dopo una simile strage si potessero mettere in giro documenti del genere, che erano una palese autodenuncia».
[10] Il tenente colonnello Princivalle suggerì a Graziani di mostrare una certa clemenza verso i notabili che avevano collaborato con il governo italiano, per «non ingenerare la convinzione che noi trattiamo allo stesso modo coloro che ci servono e coloro che ci tradiscono». Ma Graziani, seguendo il criterio base della rappresaglia, per il quale del gesto di uno deve pagare tutta la comunità cui appartiene, continuò nella sua spietata politica repressiva. Così rispose, per iscritto, a Princivalle, il capo del suo Ufficio politico: «fatti del genere si reprimono non solo colpendo gli esecutori, ma colpendo la collettività nella quale è sorta l’idea e nella quale vivevano i colpevoli».
[11] Mussolini approvò tale idea, dopo aver respinto la proposta di Graziani di distruggere tutta la parte di Adis Abeba abitata dagli etiopi e deportarne gli abitanti in campi di concentramento. Scrisse Graziani: «Debbo pertanto giungere alla decisione di proporre di radere al suolo la vecchia città indigena e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento fino a che essa non si sarà ricostruita le sue abitazioni. Ne faccio pertanto formale proposta mentre mi riservo rimettere i preventivi dei teli da tenda necessari e tutto il resto[…]. D’altra parte io non posso mitragliare in massa o dare alle fiamme l’intera città, non potendo non preoccuparmi delle ripercussioni all’estero. Invoco pertanto che tutti provvedimenti proposti siano approvati perché possa darvi immediata attuazione. Prego massima urgenza risposta per non tenere più questo puzzolente carnaio [i duecento notabili arrestati] ammassato nei locali del governo generale». Il duce replicò a Graziani che ciò «solleverebbe nel mondo una impressione sfavorevolissima e non raggiungerebbe lo scopo».
[12] Diversi esponenti abissini di provata fedeltà, dopo essersi congratulati con Graziani per lo scampato pericolo, gli consigliarono moderazione nelle rappresaglie per non alienare al dominio italiano le simpatie della popolazione. Graziani interpretò il loro atteggiamento come una prova della loro collusione con gli attentatori e ne ricambiò i cortesi consigli facendoli deportare in Italia.
[13] Lo stesso giorno Starace in un telegramma scriveva al federale Cortese di Adis Abeba: «Mi compiaccio moltissimo con te e con i fascisti tutti». Interessanti sono anche i comunicati dell’agenzia Stefani sulla stampa quotidiana del 22 febbraio («squadre di fascisti hanno ripulito quartieri sospetti della capitale») e del 24 febbraio (tutti gli indigeni «trovati in possesso di armi sulla persona e nei loro tucul sono stati fucilati»).
Fonti
Angelo Del Boca, L’attentato a Graziani, in Gli italiani in Africa Orientale – 3. La caduta dell’Impero, Mondadori, Milano, 1996, in www.italia-resistenza.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1998_211-213_12.pdf
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza, 2014
Angelo Del Boca, Il colonialismo italiano tra miti, rimozioni, negazioni e inadempienze, in “Italia contemporanea”, settembre 1998, n. 212
Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari Editore, Udine, 2009
Giorgio Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia nel 1936-1937, in “Italia contemporanea”, 1975, n 118, pp. 3-38. in www.italia-resistenza.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1975_118-121_01.pdf



























Il film di Arthur Penn è suscettibile di essere guardato con molteplici chiavi di lettura. Una di quelle più immediate riguarda il tema del capro espiatorio. Il capro espiatorio cui gli abitanti di Tarl, una piccola città del Texas, danno la caccia è indubbiamente il giovane evaso Bubber Reeves (Robert Redford). Ma altri due capri espiatori emergono nello sviluppo della vicenda e finiscono in qualche modo sacrificati.
La caccia inizia, in effetti, con la fuga di Bubber Reeves dal carcere – insieme ad un compagno, che uccide un automobilista e poi si dilegua. Ma nel corso del film scopriamo che la sua carriera di deviante dentro e fuori gli istituti di pena è iniziata con un errore giudiziario. Nessuno, allora, credette alla sua innocenza neppure sua madre
Costui, un dipendente di Val Rogers, il petroliere, magante e sovrano di fatto della regione, è tormentato dal timore che Bubber possa avere intenzioni vendicative. Come lui lo è il suo datore di lavoro. Val Rogers, infatti, ha imposto al suo unico figlio Jack (James Fox) di sposarsi con una ragazza della sua stessa classe, ma il giovane gli ha obbedito solo in apparenza,
continuando ad amare e frequentare la ragazza della quale da sempre è innamorato, Anna (Jane Fonda). E suo padre, sapendolo, ne è atterrito, dato che Anna tempo prima aveva sposato il loro comune amico d’infanzia, Bubber. Questi, in realtà, non ha alcuna intenzione di tornare a regolare i conti con Edwin o con Jake Rogers. Se Val o Edwin si fossero presi la briga di parlarci e di ascoltarlo, senza essere condizionati dai loro programmi o dai loro timori, saprebbero che ben diverse sono le sue intenzioni
Jack Rogers, ad esempio, che, invece, lo conosce non ha alcuna reale paura di Bubber. Come non ce l’ha Anna. Non solo perché un tempo Jack e Bubber erano amici, ma perché il primo conosce la natura non violenta e non vendicativa del secondo. La venuta di Bubber, anzi, aiuta Jack a fare davvero i conti con se stesso, con il profondo sentimento che lo lega ad Anna e con le scelte comode di conservazione dei privilegi, ma disastrose sul piano affettivo ed esistenziale, che ha compiuto fino ad allora. Inoltre, fa i conti con la propria soggezione ai voleri del padre e con la mancanza di dialogo vero nella relazione con lui. La sua sensibilità lo porta anche ad accettare il legame di profondo affetto che lega Anna a Bubber e a non cadere preda di quella gelosia nutrita da chi vede nel partner un oggetto da possedere,
anziché un soggetto con cui rapportarsi paritariamente
Il terzo outcast è lo sceriffo Calder (Marlon Brando). È l’uomo nel mezzo. Il rappresentante della legge, il garante istituzionale della pace sociale, che si sforza di tutelare la sicurezza individuale e collettiva con buon senso, umanità e onestà. E perciò sta sul gozzo agli abitanti di Tarl. Opportunisti e frustrati, ignoranti e intolleranti, quali sono, lo odiano perché in lui vedono un alieno. La sua intelligenza e il suo equilibrio, non avendo alcuna parentela con la loro furbizia, sono mal tollerati da tutti. Perché lo portano a rifiutare le loro richieste di favoritismi e i loro piccoli tentativi di manipolarlo e corromperlo, a contrastare il loro razzismo brutale e a svelare il loro perbenismo di facciata. È divenuto sceriffo di Tarl grazie anche all’appoggio del petroliere Val Rogers, il quale, pur stimandolo, cerca inconsciamente di corromperlo
Così, profondamente a disagio in mezzo a tanta ignoranza, presunzione e intolleranza, risulta inviso a tutti. Ai ricchi, ai borghesi e ai poveri. Non è uno di noi, pensano i suoi concittadini, che non si fidano di lui e gli sono intimamente ostili. Più che altro temono e odiano ciò che rappresenta: il senso della comunità e il rispetto per l’altro come premessa del rispetto della legge. E, per non fare i conti con la sua onestà, che rispecchia la loro corruzione, si convincono che, in fondo, anche lui, come tutti gli altri, non può che essere un corrotto, cioè una marionetta manovrata dal potente Val Rogers.
La comunità composta dagli abitanti di questa città di provincia, infatti, è popolata in gran parte da gente dalla mentalità chiusa e dall’animo opportunista. Fatti salvi i suddetti capri espiatori, gli altri personaggi rappresentati sono dei moralisti reazionari in pubblico, la cui immoralità è talmente prepotente da esplodere apertamente, senza che neppure se ne preoccupino. Rigidamente aderenti alla netta divisione in classi, la patiscono, ma non si ribellano, né cercano di rimediarvi. Quelli del ceto medio sfogano la frustrazione personale e sociale, umiliando e maltrattando chi si trova ai livelli più bassi.
Mentre si limitano a spettegolare su chi sta sopra di loro nella gerarchia sociale. Nell’high society il posto al vertice è occupato dal petroliere Val Rogers (interpretato da E. G. Marshall). Potentissimo, rispettato pubblicamente, detestato e invidiato privatamente tanto dai membri della casta quanto da quelli del ceto medio
La caccia propone, dunque, una vicenda corale di odio sociale che a mezzo secolo di distanza ci riporta alla nostra attualità. È, quindi, una pellicola scottante e sconvolgente più di quanto potrebbe essere un film a noi contemporaneo. Ci rivela fino a che punto una società può regredire a livelli che, un tempo, avremmo giudicato con il disgusto e il sollievo di chi vive in un altro modo e in un altro mondo. Cioè, di chi non respira un clima sociale in cui tutti sono contro tutti, le relazioni sociali sono all’insegna dello sfruttamento del più debole, nessuno si fida dell’altro e men che meno delle istituzioni, ma tutti sono accomunati da una rabbia violenta. Da una frustrazione che genera prima la caccia e, poi, l’olocausto dei capri espiatori.
I tre capri espiatori citati – Bubber (l’evaso innocente), Jack (il ricco rampollo con un cuore e dei valori che non sapeva di possedere) e Calder (lo sceriffo assennato) -, quindi, sono intrinsecamente estranei, stranieri in patria. E sui tre spicca Calder. Quello più odiato dagli abitanti di Tarl. Perché a coloro che gli ricordano che sono loro «a pagargli lo stipendio» ribatte che la legge non è quella del più forte, né quella della caccia al diverso o del sacrificio rituale. Riflettendo, con la sua razionalità dubbiosa, l’arroganza della follia reazionaria che lo circonda, il suo semplice esistere costituisce una critica per la distorsione dei loro comportamenti e della vacuità delle loro autogiustificazioni.
«Hanno il cervello vuoto e non hanno mai letto un libro», osserva ad un cero punto Calder, parlando con sua moglie Rubie (Angie Dickinson).
È questo un commento quanto mai efficace nel sintetizzare, tanto la sua sensazione di isolamento in una città in cui sembrano tutti impazziti, quanto la sua consapevolezza che una comunità simile può improvvisamente deflagrare nella violenza omicida. Egli riconosce che, quella in cui vive e che deve governare, è una comunità il cui deficit di civiltà nutre sia il razzismo diffuso, sia l’odio e il sospetto verso chiunque rispetti l’umanità altrui e sia altruista.
Più e meglio di Jack e di Bubber, che come lui non sono assimilabili in questa città in piena deriva civile, lo sceriffo sa vedere la violenza strisciante e sa prevederne l’esplosione irrazionale.
Il film, pur vantando un cast notevole (Marlon Brando, Jane Fonda, Robert Redford, Angie Dickinson, James Fox, Robert Duvall, E. G. Marshall, Janice Rule, Richard Bradford, Miriam Hopkins, Henry Hull, Jocelyn Brando, Clifton James, Martha Hyer, Bruce Cabot, Steve Ihnat) una fotografia splendida in Cinemascope (di Joseph La Shelle) e pregi registici notevoli, tali da renderlo un potenzialmente redditizio blockbuster sociale all-star, fu invece un tonfo economico. Eppure il produttore era l’esperto e coraggioso Sam Spiegel
Una spiegazione possibile potrebbe essere costituita propria dalla sua natura di commento schietto sul mondo contemporaneo e sulle varie miserie (anche affettive) che lo desertificano. All’epoca, però, la critica francese e quella italiana, a differenza di quella americana, apprezzarono La caccia. Pur non giudicandolo un film perfetto, ne lodarono la forza polemica e la bravura di tutto il cast, Marlon Brando, Jane Fonda, James Fox e Robert Redford in testa.


Quell’altra, la prima, quella del 1929 a Chicago, commissionata da Al Capone e realizzata da Sam Giancana e altri 4 sicari ai danni di sette uomini della banda irlandese di George Bugs Moran, è stata “la strage di San Valentino” per ottantanove anni. Poi, due anni fa, 17 persone sono state cancellate in 380 secondi. Sempre negli USA, ma in Florida, questa volta. Le vittime di questa seconda mattanza non erano dei criminali, e non era un gangster l’ideatore e l’autore del massacro.
L’enorme campus della Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, conta fino a 3.000 studenti. Per quattordici di questi il giorno di San Valentino dello scorso anno, il 14 febbraio del 2018, fu l’ultimo della loro vita. E lo fu anche per tre adulti. Altre 17 persone non persero la vita, ma furono ferite dai colpi sparati da Nikolas Cruz con il suo fucile semi-automatico. Centinaia di altri esseri umani ebbero l’esistenza stravolta, per lo shock, per i lutti.
I quattordici ragazzi uccisi sono: Alyssa Alhadeff, Martin Duque, Jaime Guttenbergan, Cara Loughran, Gina Montalto, Alaina Petty, Alex Schachter, tutti e sette quattordicenni; Luke Hoyer e Peter Wang, entrambi di 15 anni; Carmen Schentrup, sedicenne; i tre diciassettenni, Nicholas Dworet, Joaquin Oliver, Helena Ramsay; la diciottenne Meadow Pollack.
Alle 14.21 del 14 febbraio 2018, nel giorno di San Valentino, il diciannovenne Nikolas Cruz, ex studente della scuola, quasi interamente vestito di nero, entrò nell’edificio della Marjory Stoneman Douglas High School. Verso le 14:40 gli studenti e gli insegnanti sentirono l’esplosione di colpi di arma da fuoco.
Gli servivano per sparare sia agli studenti che al personale scolastico, premurandosi, però, sembra, di selezionare le sue vittime, le quali erano tutte persone che egli conosceva bene. Aaron Feis fu centrato mentre faceva da scudo a due studenti. Il quindicenne sino-americano Peter Wang tenne aperta una porta per consentire ai suoi amici di scappare più velocemente. Fu l’ultima volta che lo videro vivo. Un’analoga condotta la ebbero due dei quattordicenni trucidati, Alaina Petty e Martin Duque. Anche Scott Beigel, l’insegnante di geografia, aprì un’aula chiusa a chiave per permettere a degli studenti di nascondervisi. Beigel li spinse e li chiuse dentro per metterli a riparo dagli spari. Riuscì a salvarli, ma Cruz lo centrò.
Subito dopo quei 380 secondi d’inferno, Cruz, abbandonata l’arma e cambiatosi i vestiti con quelli che aveva nello zaino, uscì dall’edificio, mescolandosi tra la folla in fuga disperata. Entrò in un magazzino della Walmart e dopo aver comprato in un fast food una bibita, andò da McDonald’s. Identificato grazie alle riprese delle telecamere di sicurezza della scuola, fu arrestato alle 15:40, a Coral Springs. Portato nell’ufficio dello sceriffo, ammise di essere l’autore del massacro. Nel frattempo il liceo brulicava ancora di giovani con le mani alzate che lasciavano gli edifici, scortati dalle forze dell’ordine. Queste erano intervenute in maniera massiccia, ma, tardiva. Intanto i genitori accorsi erano alla disperata ricerca di informazioni.
Tenevano gli occhi incollati sugli schermi dei telefonini in attesa di un sms dai loro figli. Un video girato da uno studente con uno smartphone venne messo in onda dalla Cbs: si sentivano le urla di terrore di ragazzi e ragazze e dell’insegnante, tutti a terra, intenti a cercare riparo tra i banchi. Tra di essi si vide uno studente che giaceva immobile. Un altro ragazzo, appena scampato al fucile di Cruz, venne raggiunto telefonicamente dalla Cnn: disse che il suo professore di geografia era stato colpito, ma non sapeva se fosse morto. Lo era. Da Washington, il presidente Donald Trump, appena informato, twittava:
Adottato all’età di due anni, Nikolas Jacob Cruz perse il padre adottivo quando era bambino (la madre adottiva è scomparsa, 68enne, tre mesi prima della strage). Alla Stoneman Douglas High School era stato un membro dei Junior Reserve Officers’ Training Corps e della squadra di tiro a segno con fucili ad aria compressa. A causa del suo comportamento violento i compagni provavano una certa inquietudine nei suoi riguardi. Poi, un giorno si era recato a scuola con uno zaino pieno di munizioni. Le aveva mostrate ad altri studenti terrorizzandoli. Quelli che non avevano paura di lui, lo prendevano in giro per i suoi modi goffi di rapportarsi agli altri e per la corporatura minuta. Per il preside, però, quelle munizioni nello zaino furono troppo. E lo fece inserire alla Cross Creek, una scuola per ragazzi con difficoltà emotive e di apprendimento. Qui le cose andarono un po’ meglio. I suoi comportamenti violenti si ridussero quasi a zero. Tuttavia, iniziò a parlare sempre di più di una passione per le armi, per i combattimenti…
Nel 2016 Cruz, insistendo, riuscì a tornare alla Stoneman Douglas High School. Però, andava in giro con la scritta “odio i negri” con e delle svastiche stampate sullo zaino. Teneva sempre il cappuccio calato sul viso e sembrava parlare da solo. Il Florida Department of Children and Families iniziò a investigare su di lui nel settembre 2016, in seguito ad alcuni post su Snapchat in cui Cruz si faceva tagli sulle braccia e diceva di voler comprare un’arma. Emerse che Cruz soffriva di depressione, autismo, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, ma che “era a basso rischio di fare del male a se stesso o agli altri“. Un’email dell’amministrazione scolastica, inviata agli insegnanti, comunque, ricordava che Cruz aveva minacciato degli altri studenti. La scuola proibì a Cruz di indossare uno zaino all’interno del campus. Alla fine fu nuovamente espulso.
Sui suoi profili online c’erano foto in cui posava con lunghi coltelli, con un fucile a canna liscia, con una pistola e con una BB gun. La polizia affermò che Cruz condivideva posizioni “estremiste“. Sui suoi profili social si trovavano ingiurie razziste e islamofobe. Ferocemente antisemita, odiava gli immigrati e, secondo la CNN, pianificava di uccidere messicani, gay, neri e donne bianche che avevano una relazione con uomini neri. In ogni caso, la sintesi di ciò che si agitava nella sua mente fu Cruz stesso a proporla, riprendendosi con il proprio smartphone mentre diceva:
Non sono niente. Io non sono nessuno. La mia vita è nulla e senza senso. Tutto ciò a cui tengo, lo lascio andare.
Un mese e 10 giorni dopo quei sanguinosi 380 secondi, il 24 marzo, alla stessa ora, Emma Gonzales, una superstite della strage, prese la parola da un palco di Washington DC. Dopo avere elencato le vittime di Parkland, Emma restò in silenzio esattamente per 380 secondi. E la folla rispettò quel silenzio. Aveva davanti a sé una massa oceanica di persone. La March for Our Lives è stata, infatti, la più grande protesta guidata dai giovani dopo la guerra del Vietnam. La partecipazione stimata a Washington va dalle 200.000 alle 850.000 persone.
Emma Gonzales, Jaclyn Corin, Alex Wind, Cameron Kasky, David Hogg, tutti studenti della Stoneman Douglas High School, dopo la strage, in poco tempo avevano generato un fortissimo movimento di pressione, che si sviluppò nel movimento #neveragain (mai più). #neveragain richiedeva l’immediata introduzione di regole più stringenti per la vendita delle armi da fuoco. Per sostenere tale richiesta in pochi giorni si svolsero varie manifestazione, inclusa quella oceanica del 24 marzo a Washington.
L’iniziativa di Emma Gonzales, infatti, aveva acquisito immediatamente una notevole risonanza negli USA. Soprattutto grazie al fatto che già nei giorni di poco seguenti la strage di Parkland, la Gonzales non usò mezzi termini nel denunciare apertamente quel che era ed è ancora noto a tutti: i legami di numerosi politici statunitensi, e dello stesso Trump, con la National Rifle Association (NRA). Cioè, con la potentissima lobby delle armi degli Stati Uniti. A Trump, Emma Gonzales “ricordò” che la NRA gli aveva finanziato la campagna elettorale con donazioni di ben 30 milioni di dollari. Anche i media, quindi, diedero spazio alle iniziative di questi ragazzi, al punto che il Time dedicò loro una copertina.
Nello stesso periodo, il Gun violence archive, un sito dove quasi in tempo reale vengono aggiornati i morti per colpa delle armi da fuoco negli USA, informava che dal 1° gennaio al 25 marzo 2018 vi erano state: 12.688 sparatorie; 3.257 morti; 5.689 feriti; 145 bambini uccisi o feriti (tra i 0 e gli 11 anni); 611 ragazzi uccisi o feriti (tra i 12 e i 17 anni); 50 stragi (con almeno 4 vittime tra feriti e morti). Del resto, gli Stati Uniti sono il Paese con la maggiore diffusione di armi tra i civili del Pianeta. In media, infatti, ci sono 88 armi ogni cento persone. Il secondo della lista è lo Yemen, dove, però, è in corso da anni una guerra civile e dove la diffusione delle armi è 54,8 ogni cento persone. Negli USA, tuttavia, non è la maggioranza degli abitanti ad avere armi. Il 78% della popolazione non ne possiede. Soltanto il 22 per cento degli adulti, in realtà, possiede ben trecento milioni di armi. In particolare, il 19 per cento ne ha il 50 per cento, mentre l’altro 50% è posseduto da appena il 3% per cento della popolazione. Come sappiamo, si tratta di una minoranza potentissima, in grado di condizionare (anche, e in primo luogo, economicamente) il mondo della politica.
L’ex senatore repubblicano e candidato alla presidenza Rick Santorum, attaccò senza riguardi gli attivisti di Parkland e in un’intervista alla CNN affermò:
Il Washington Post si prese la briga di rispondere ad una così macabra, grottesca e disumana assurdità, consultando diversi medici che, in risposta a Santorum, spiegarono l’inefficacia del primo soccorso o BLS sulle vittime di armi da fuoco, poiché tali pratiche non offrono rimedi utili per le perdite di sangue. Come facilmente prevedibile, il 21 marzo 2018, Grant Stinchfield, il presentatore della NRA TV, il canale televisivo della National Rifle Association, dichiarò:
Altri attacchi tesi alla delegittimazione, attraverso insinuazioni e diffamazioni esplicite, alcuni la NRA li sferrò proprio mentre si stava svolgendo la marcia.

‘era la guerra e 4.0oo morti per naufragio non potevano provocare nel mondo lo stesso effetto che produrrebbero oggi. Del resto, anche oggi la nazionalità delle vittime conta parecchio rispetto alla risonanza delle notizie. In ogni caso, in quel 12 febbraio del 1944, in Italia e nel resto d’Europa le persone crepavano come le mosche. Incalcolabile era il computo quotidiano dei morti militari e civili, per via della spaventosa carneficina bellica in corso da più di quattro anni. Inoltre c’erano le persone che non morivano sul campo di battaglia o sotto i bombardamenti, ma che venivano liquidate nella realizzazione dei programmi nazisti di sterminio, nei lager e altrove.
L’Oria, costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland, era un piroscafo da carico norvegese, della stazza di 2127 tsl, requisito dai tedeschi e impiegato per trasferire i soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre del ’43. A bordo, oltre a 90 tedeschi di guardia o di passaggio, all’equipaggio norvegese e ad un carico di bidoni di olio minerale e di gomme da camion, erano stati stipati oltre 4000 militari italiani catturati. Troppi per quel piroscafo. Così lo ricordava Aldo Percivale, un genovese di 22 anni, sopravvissuto al naufragio.
Anche Silvano Lippi era tra quelli fatti salire a bordo del piroscafo Oria, ma prima della partenza insieme ad altri venne trascinato fuori, perché i tedeschi si erano infine resi conto che con quel sovraccarico il piroscafo rischiava fare naufragio già nel porto. Stipato su un altro piroscafo, Lippi così ricorda “le operazioni di carico”:
Con l’armistizio annunciato l’
Quei 4000 italiani morti nel naufragio dell’Oria, infatti, erano tra le decine di migliaia di soldati italiani che, spediti all’inizio della guerra da Mussolini sulle Isole del Dodecanneso, si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla RSI dopo l’Armistizio del ’43. Così riassunse efficacemente la situazione degli italiani, Percivale:
A sole venticinque miglia dalla sua destinazione, l’Oria s’incagliò nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklos, di fronte a Capo Sunio. “Poi c’è stato il boato dello schianto, il rumore del mare, le grida e l’acqua che mi entrava in gola. Per un po’ ho cercato di nuotare, ma verso dove?“, ricordò Percivale.
Il 12 febbraio del 2014 è stato inaugurato nei pressi di Capo Sunio, un monumento per esaudire il desiderio della “Rete dei familiari dei dispersi nel naufragio del piroscafo Oria“. Da allora, ogni anno si è svolta, con il sostegno delle autorità locali e di quelle diplomatiche italiane, una cerimonia di commemorazione, alla presenza di autorità civili e religiose e di delegazioni delle rappresentanze diplomatiche straniere. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 6 settembre del 2017 visitò il monumento. E quell’anno conferì a Aristotelis Zervoudis una delle più elevate onorificenze che possa essere concessa dalla Stato Italiano ad un cittadino straniero. Il signor Zervoudis, infatti, nel 1999 aveva individuato la posizione di quanto restava del relitto dell’Oria e aveva poi svolto delle spedizioni ad hoc.
“Galleggiava di tutto, e io mi sentivo pesante come se avessi avuto le tasche piene di pietre. La forza del mare era troppo per me, non ce l’avrei mai fatta. All’improvviso, quando ero sul punto di arrendermi, mi sono reso conto che con i piedi avevo toccato terra. Mi sono trascinato a riva e lì ho capito che non ero solo: c’era un altro soldato vivo, vicino a me. Ci siamo tirati su, ci siamo abbracciati, poi abbiamo cominciato a camminare insieme, cercando una direzione da prendere nel buio più totale. Quando ho sentito una mano afferrarmi per un braccio ho pensato “ecco, ci hanno già preso”, invece era un greco […] Ci ha portati in una abitazione, dentro a una grande stanza con un fuoco acceso, e attorno al fuoco ho visto una decina di altri scampati al mare, nudi, che si asciugavano come potevano. A tutti il greco ha dato da bere del vino resinato e qualcosa da mangiare. Io non dimenticherò mai quell’uomo per quello che ha fatto per noi, e gli sarò riconoscente per sempre. […]. Il giorno dopo sono arrivati i tedeschi e ci hanno ripreso in consegna. […]. In seguito, sempre prigioniero dei tedeschi, ho rischiato più volte di essere fucilato, ho subito umiliazioni di ogni tipo, ho patito la fame di continuo, giorno e notte, ho mangiato qualsiasi cosa e gli altri come me. Sono riuscito a scappare, ho camminato per giorni interi, poi mi hanno ripreso e riportato indietro. Quando finalmente sono ritornato a casa, il giorno seguente mi sono immediatamente recato dalla famiglia di Rizzo per dire quello che sapevo, e cioè che il loro figlio era finito nelle stive di quella maledetta nave e se non fosse più tornato era perché non ce l’aveva fatta” (Aldo Percivale).
