2000 partigiani conquistano Alba il 10.10.1944

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.
Ai primi di ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline […] fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò. Così la gente, pressata contro i muri di Via Maestra, vide passare i partigiani delle Langhe.
Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n’era per cento carnevali.
[…] Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti o quasi portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare […]. Il fatto è che tra loro non c’era un adulto, quelli che avevano fatto il soldato nel Regio Esercito erano forse cinque ogni cento.
(B. Fenoglio, “I ventitre giorni della città di Alba”)

Il 10 ottobre 1944 circa 2.000 partigiani, appartenenti soprattutto alla 2ª Divisione Langhe del 1º Gruppo Divisioni Alpine, occuparono la città quasi senza combattere, dato che i reparti fascisti (300 alpini del battaglione Cadore) abbandonarono la città in seguito a trattative con i partigiani, mediate dalla curia vescovile.

Il 1º Gruppo Divisioni Alpine, al comando del maggiore degli alpini Enrico Martini detto “Mauri”, apparteneva alle cosiddette Formazioni Autonome Militari, denominate anche azzurri o badogliani; composto principalmente di militari, si distingueva per l’indipendenza dal Comitato di Liberazione Nazionale e per la fedeltà al governo del Regno del Sud e agli Alleati: non aveva riferimenti ideologici ufficiali, anche se gli aderenti erano quasi tutti di fede monarchica, liberale, cattolica democratica o moderata, uniti dall’antifascismo e dal rifiuto del comunismo.

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Le Brigate Garibaldi non erano state avvertite dell’azione degli Autonomi: fermamente contrari per ragioni tattiche e di opportunità, data la scarsa possibilità di difendere Alba, i vertici militari garibaldini considerarono inoltre un grave errore aver consentito ai fascisti di lasciare il presidio “con tutte le armi ed il materiale, mentre vi era la possibilità di prendere prigionieri 300 alpini e un armamento importante”; il CLN inviò comunque “per solidarietà partigiana” un distaccamento garibaldino e uno delle Brigate Giustizia e Libertà.

Tuttavia, al di là delle frizioni tra le diverse anime della Resistenza, storici e testimoni di quegli anni hanno rilevato come ci fosse una sorta di legge interna al movimento e allo sviluppo di ogni guerriglia partigiana, “una legge quasi di gravitazione, che le faceva nascere nelle zone più riposte, e di esplosione in esplosione le faceva tendere verso i centri abitati e cittadini”, per ragioni tecniche, strategiche, ma anche psicologiche. La conquista di Alba ebbe per i partigiani una valenza soprattutto politica e dimostrativa: oltre a dare una capitale prestigiosa alla Langa liberata e porre il Tanaro come confine tra le proprie forze e la Repubblica mussoliniana, rappresentò l’occasione per mostrare alle popolazioni e agli Alleati la propria capacità di creare e reggere organismi amministrativi.

Quasi vent’anni dopo, il comandante “Mauri” così spiegò il senso dell’azione:

I fatti di Alba devono essere considerati in stretto rapporto con la situazione della regione circostante – le Langhe – un paese interamente partigiano, un piccolo Stato libero nel territorio della repubblica fascista. Il sogno di dare una capitale a quell’area di libertà, conquistata a prezzo di tanto sangue e di tanti sacrifici, era nel cuore di tutti.

Considerata il capoluogo del vasto comprensorio collinare delle Langhe, la cittadina contava circa 19.000 abitanti. Nei giorni successivi all’8 settembre, tra quelle colline, che a tanti erano sembrate adatte per la guerriglia, si incontrarono persone dalle provenienze più disparate: intellettuali, studenti e lavoratori più coscientemente antifascisti, giovani che volevano sottrarsi alle leve militari della repubblica di Salò o al “Servizio del lavoro” in Germania, gruppi di prigionieri di guerra inglesi, francesi, russi e slavi evasi dalla prigionia, ma anche numerosi soldati italiani sbandati sfuggiti, con l’aiuto della popolazione, alle uccisioni e deportazioni di militari compiute dai tedeschi subito dopo la notizia dell’armistizio; tutti insieme, costituirono le prime bande di “ribelli” nella zona. Dopo una prima fase di organizzazione, le squadre partigiane fecero la loro comparsa in Alba il 2 dicembre 1943, e nell’estate successiva controllavano una vasta area alle porte della città, a est delle valli cuneesi, fra i fiumi Tanaro e Bormida, nella regione dell’Alto Monferrato e delle Langhe: circa un centinaio di comuni, con una popolazione complessiva di 150.000 abitanti..

L’estensione della zona liberata pose nuovi problemi alle forze partigiane, che dovevano provvedere a difendere numerosi centri abitati, trovare rifornimenti per decine di migliaia di abitanti, avviare le popolazioni verso l’autogoverno. Si costituirono così diverse Giunte popolari, che svolsero, pur tra grandi difficoltà, i compiti specifici delle amministrazioni comunali e rappresentarono un significativo esempio di autogoverno durante la Resistenza.

Nel Monferrato prevalentemente garibaldino e, in misura minore, nelle Langhe guidate dalle Formazioni Autonome, le Giunte assunsero il compito di “riportare la vita civile delle popolazioni delle zone libere al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressiva”; furono razionalizzati gli approvvigionamenti e la gestione delle scorte di beni e generi alimentari, calmierati i prezzi, supportata l’industria vinicola, nel cui ambito fu realizzato il primo contratto collettivo di lavoro, in seguito adattato ed esteso alle altre categorie di lavoratori; furono promosse l’attività sindacale e la stampa, e costituite forme embrionali di autogestione dei tributi e della sicurezza.

Questo era il contesto in cui maturò la brevissima esperienza della Repubblica Partigiana di Alba, così chiamata per ricordare quella istituita in loco da Napoleone (1796-1801); dopo il 10 ottobre, il comando militare venne assunto dal ten. Morelli, comandante della Brigata Belbo della 2ª Divisione Langhe, mentre per l’amministrazione civile fu costituito il CLN, con membri scelti tra i maggiori esponenti politici locali. Di concerto con le autorità civili furono regolamentate le requisizioni di generi alimentari, le officine meccaniche cominciarono a produrre armi, venne stampato il primo giornale di Alba libera (la “Gazzetta Piemontese”), le distillerie avviarono la produzione di alcool (come succedaneo degli scarsissimi carburanti) e fu celebrato un matrimonio.

 

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La gestione della cittadina, nonostante la creazione di un CLN, era nelle mani del comando militare degli Autonomi, e risentì delle tensioni irrisolte tra le varie formazioni. Ma l’ingresso in Alba dei partigiani, dopo mesi di clandestinità in collina, era stato spettacolare, un’esplosione di entusiasmo collettivo che segnò il punto di non ritorno per molti giovani cittadini, avvicinandoli alla Resistenza; in quei ventitre giorni, per tutta la città “sembrava di essere in un giorno di mercato tanta era la ressa, la moltitudine, l’andirivieni”.

Nel frattempo, le forze della RSI si riorganizzavano, la Repubblica della Val d’Ossola era caduta e lo stesso Mussolini premeva perché anche Alba fosse riconquistata; si trattò dell’unica operazione del genere condotta in Piemonte dai fascisti senza il supporto dei tedeschi. Dopo i primi scontri e un fallito tentativo di attraversare il Tanaro, l’armata composta dalla Guardia Nazionale Repubblicana, Brigate Nere, X Mas e altri reparti fascisti cercò la mediazione del clero per un accordo con le forze partigiane, che però rifiutarono di scendere a patti.

Di fronte all’ultimatum “Sgomberate Alba o vi annienteremo”, il comandante “Mauri” rispose:

Alba l’abbiamo presa e la terremo. Se in fondo al vostro essere è rimasto un briciolo di italianità dovreste vergognarvi di minacciare ancora, dopo tanti delitti, saccheggi e uccisioni. Restate con la vostra vergogna senza nome; con noi sono tutti gli italiani e tutti gli uomini d’onore e di dignità.

Alla fine, sotto la minaccia del cannoneggiamento dell’abitato, i partigiani dovettero ritirarsi, lasciando sul campo un centinaio di morti e altrettanti feriti. La Repubblica cadde il 2 novembre 1944. Sul giornale fascista Noi e loro si raccontò così la vittoria:

Chiesi a uno squadrista notizie sulla città: ‘Pare morta, disse, poca gente e ostile, quasi tutti i negozi chiusi. Niente donne festanti, bambini accorsi a battere le mani, niente: ma ostilità quasi contenuta e trasfusa nel volto delle cose’.

I fascisti, penetrati in Alba senza il saluto della popolazione, “andarono personalmente a suonarsi le campane”.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.wikipedia.org;
“I fatti militari di Alba in alcuni documenti partigiani e repubblicani (10 Ottobre 1944 – 15 Aprile 1945)”, www.italia-resistenza.it;
www.memoranea.it;
“Langhe e Alto Monferrato”, www.anpi.it;
“L’Alto Monferrato, le Langhe e la città di Alba”, www.1944-repubblichepartigiane.info;
P. Negri, “Caleidoscopio partigiano”, la Stampa 12/10/2014;
D. Masera, “Langa partigiana ’43-’45”, Guanda;
B. Fenoglio, “I ventitré giorni della città di Alba”

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