La “squadraccia fascista” di Novara il 24 ottobre 1944 assassinò 11 persone

La Squadraccia

La “Squadraccia” era una banda fascista, un reparto speciale della polizia novarese, alle dipendenze del Capo della Provincia, Vezzalini, comandata dal questore Emilio Pasqualy e diretta dal tenente di P. S. Vincenzo Martino.

Le uniche attività di questo reparto di polizia repubblichina erano i rastrellamenti finalizzati alla cattura dei renitenti, che non volendo servire Mussolini e Hitler, si erano rifugiati nei cascinali del Basso Novarese. Ma la Squadraccia “eccelleva” anche negli interrogatori di terzo grado, nelle bastonature, nelle torture e sevizie sui prigionieri, negli incendi di case e cascine, nonché nell’assassinio.

Alle dipendenze della Questura la cosiddetta squadraccia era stata istituita nel giugno del 1944 per combattere i partigiani della zona. Infatti, dopo l’8 settembre 1943, anche a Novara erano arrivati i primi reparti tedeschi, sicché grazie alla loro presenza nel territorio si era formato il nuovo partito fascista repubblicano -, essendo stato sciolto il Partito Nazionale Fascista che aveva governato l’Italia per vent’anni, fino al 25 luglio del ’43 -, e venivano ricostituite le organizzazioni fasciste. Queste, dopo la nascita della Repubblica sociale italiana, svolgeranno un ruolo amministrativo e politico con i nazisti.

Le torture su Mario Soldà

Tra i tanti finiti nelle spietate mani di questa banda fascista vi era anche Mario Soldà. Costui era un partigiano che operava sul territorio per raccogliere informazioni a favore del Comitato di liberazione Nazionale (CLN).

Soldà venne arrestato al Ristorante “La Cupola”, il 23 ottobre, e subito fu portato all’Albergo Unione (in piazza della Prefettura) dove, nella stessa notte, fu sottoposto a torture crudelissime:

«gli cavano prima l’occhio destro e poi quello sinistro, da vivo, con la punta del pugnale».

La mattina del 24 ottobre la Squadraccia “le prende” dai partigiani

La mattina del 24 ottobre la “Squadraccia”, dopo essersi dedicata a Soldà, raggiungeva la zona di Castelletto di Momo per realizzare una delle sue tipiche scorribande, che normalmente consistevano nel rubare a man bassa, incendiare, picchiare e, se gli riusciva, ammazzare. Quella volta, però, si imbatté nei partigiani. E, nello scontro, la “Squadraccia” ebbe la peggio: prima di riuscire a ritirarsi i fascisti persero, infatti, sei militi, e il loro comandante, il tenente Martino, riportò una leggera ferita al capo.

Curato all’Ospedale Maggiore di Novara, Martino, assetato di vendetta, prelevò Mario Soldà e il partigiano Giovanni Erbetta, quindi con la “Squadraccia” tornò a Castelletto di Momo.

La prima vendetta della Squadraccia a Castelletto di Momo: 4 morti

Qui il ten. Martino e il questore Pasqualy fecero impiccare Soldà assieme a Giovanni Erbetta e al georgiano Sicor Tateladze, dopo averli pesantemente brutalizzati. Poi, minacciarono il parroco e bruciarono le case del paese, perché, dissero, la popolazione proteggeva i partigiani.

Inoltre, non ancora appagati, infierirono su Pietro Protasoni, che, trovato in possesso di un lasciapassare dei partigiani – come raccontò a guerra finita nel processo contro Vezzini, il parroco, don Bacchetta -, venne «buttato a terra, preso a pugni e a calci e mitragliato».

La seconda vendetta a Novara: 7 morti

Dopo avere assassinato quattro partigiani e saccheggiato e dato alle fiamme alcune case a Castelletto di Momo, Pasqualy e Martino andavano ad ordinare al Direttore delle Carceri l’immediata consegna di alcuni partigiani o detenuti “politici” (cioè antifascisti).

Le prime tre vittime: Lodovico Bertona, Aldo Fizzotti, e Giovanni Bella

Dato il rifiuto del Direttore, seguito da quello del Procuratore, Pasqualy e Martino rinchiudevano il direttore nel suo ufficio e, armi in pugno, prelevavano dalle celle Lodovico Bertona, Aldo Fizzotti, e Giovanni Bellandi. I primi due facevano parte della divisione partigiana Rabellotti, di orientamento cattolico. Bellandi, invece, era un partigiano garibaldino, e aveva 18 anni (Fizzotti ne aveva 24).

Bertona e Fizzotti, arrestati nel settembre perché sospetti partigiani, erano stati assolti in istruttoria dal Tribunale Militare di Torino. Ciononostante, quel martedì 24 ottobre, venivano trascinati in Piazza Crispi (ora p.za Martiri della Libertà), bastonati a sangue, quindi fucilati.

Le altre quattro vittime: Vittorio Aina, Mario Campagnoli, Emilio Lavizzari e Giuseppe Piccini

Ma la “Squadraccia” aveva ancora sete di sangue. Così tornati in Carcere, i fascisti avevano prelevato Vittorio Aina, Mario Campagnoli, Emilio Lavizzari e Giuseppe Piccini, affermando che intendevano concedergli la libertà.

Lavizzari, era un partigiano cattolico, mentre gli altri tre erano nella brigata partigiana socialista Matteotti. Piccini e Lavizzari, erano infiltrati, come militi, nella polizia ferroviaria della Polizia Repubblicana (della Repubblica Sociale Italiana, la R.S.I., nota anche come Repubblica di Salò), e il loro ruolo di partigiani consisteva appunto nel raccogliere informazioni e passarle al CLN e alle loro formazioni partigiane

Non gli venne concesse la libertà, se non quella che si ottiene, forse, dopo morti. Messi contro il muro di cinta di un caffè di piazza Cavour, infatti, venivano crivellati da raffiche di mitra, per essere poi finiti con un colpo alla nuca. Aina aveva 27 anni, Campagnoli 19, Lavizzari 27 e Piccini 18.

 

Il massacro del giorno prima, a Biandrate, da parte di un’altra banda fascista: la “Cristina”

Un’altra banda fascista, che, predando ed assassinando, scorrazzava nel Basso e Medio Novarese, era la brigata nera “Cristina”.

Il giorno prima della strage di Novara, il lunedì 23 ottobre, lo stesso giorno in cui a Novara Mario Soldà veniva catturato dalla Squadraccia, un reparto della “Cristina“, era alla ricerca, tra le case di Biandrate, di due ventunenni del posto, Sereno Risotti e Giovanni Besati.

Besati, che era stato operaio apprendista presso un’officina ortopedica di Novara, aveva prestato servizio militare presso un reparto di Torino, ma era stato inviato a Trento per sottoporsi ad un intervento chirurgico e, rimandato in convalescenza a Biandrate, era stato richiamato in servizio per essere inviato in Germania, ma non si era presentato, rimanendo nascosto in paese.

Risotti era uno studente in legge presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che aveva disertato dal servizio militare (era al Comando Presidio Germanico di Novara).

A mezzogiorno di quel 23 ottobre, quando i militi della “Cristina” si aggiravano per Biandrate, il giovane operaio, avendoli scorti, si era rifugiato nel portone di casa del suo amico Sereno Risotti. I due, allora, attraversato il cortile sul retro della casa, si erano nascosti nella cella frigorifera della fabbrica del ghiaccio di Ambrogio e Giacomina Invernizzi. I militi della “Cristina”, dopo avere inutilmente cercato i due giovani nella casa di Risotti, si erano rivolti proprio ai coniugi Invernizzi. E, Giacomina, sottoposta a tortura, aveva rivelato dove i due si erano nascosti.

Besati e Risotti, così, spinti a calci e a pugni sulla strada provinciale per Novara, venivano qui crudelmente bastonati. Ad entrambi i militi della “Cristina” spaccavano le gambe in più punti. Poi gli puntavano addosso i mitra.

Giovanni Besati morì all’istante. Sereno Risotti ebbe ancora un po’ di fiato per chiamare la mamma prima di morire.

 

 

Alberto Quattrocolo

 

Fonti

http://novara.anpi.it/i
https://it.wikipedia.org/
Piero Fornara, L’efferata violenza della “squadraccia” per il colpo subito a Castelletto di Momo, in Resistenza Unita, Novara, ottobre 1982
Enrico Massara, Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese, Novara, 1984

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