75 anni fa a Boves scoprirono quanto valeva la parola di un ufficiale tedesco

Il Paese non stava risorgendo, anzi stava sprofondando nell’orrore

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, intervenendo l’ 8 settembre di quest’anno alla Fiera del Levante (a Bari), ha affermato:

«Oggi è l’8 settembre, una data particolarmente simbolica per la nostra storia patria, perché nell’estate di 75 anni fa si pose fine a un periodo buio della nostra storia e iniziò il periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese e il miracolo economico».

Sembra probabile, rileva Ivan Francese su Il Giornale, che abbia confuso l’8 settembre del ’43, cioè la data dell’armistizio (di cui abbiamo parlato nel post uscito proprio in quella data), con la data della Liberazione dal nazifascismo, il 25 aprile del 1945 [1].

A conferma del fatto che nel settembre del ’43, in realtà, non finì affatto quel «periodo buio della nostra storia» e che non iniziò «il periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese e il miracolo economico», vi è anche il doppio eccidio di Boves, uno dei tanti, tragici e sanguinosi, eventi successivi all’annuncio dell’armistizio di Cassibile.

Alcuni di quei fatti di settembre e dei mesi precedenti li abbiamo rievocati anche su questa rubrica.

All’inizio di quell’estate del ’43 Benito Mussolini era ancora il Capo del Governo e il Regno d’Italia era, da poco più di tre anni, in guerra contro gli Alleati, come alleato della Germania di Hitler e dell’Impero del Sol Levante (il cosiddetto Asse Roma-Berlino-Tokyo). Ma, dopo gli incredibili successi iniziali delle armate hitleriane e giapponesi, l’andamento della guerra cominciava ad essere preoccupante per le forze dell’Asse su quasi tutti i fronti. Le cose andavano male anche, se non soprattutto, dove erano maggiormente impegnate le truppe italiane (la devastante ritirata dalla Russia, le sconfitte in Africa, le difficoltà nei Balcani, ad esempio). Inoltre, lo sbarco anglo-americano in Sicilia, i bombardamenti sulle città italiane (tra cui quelli già ricordati del 12 e 13 luglio su Torino e del 19 luglio su Roma), la miseria e il malcontento dilaganti tra la popolazione avevano decisamente minato la credibilità e la stabilità del governo e del regime fascista. In tale contesto il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo aveva votato la sfiducia al Governo, Mussolini era stato arrestato per ordine del Re, che aveva affidato l’incarico di Capo del Governo al Maresciallo Badoglio. Il regime fascista era finito: il 5 agosto veniva pubblicato il R.D.L. n. 704/1943 che scioglieva la Camera dei Fasci e delle Corporazioni – istituita nel’39, aveva preso il posto della Camera dei Deputati – e il Partito Nazionale Fascista. Non era finita la guerra, però. L’Italia restava schierata con la Germania. E, in realtà, neanche il fascismo era del tutto finito, visto che risorse, ancora più spietato e crudele, circa due mesi dopo.

In quel settembre del ’43 la “nottata” diventava un incubo

A settembre, infatti, la situazione precipitò: il Maresciallo Badoglio l’8 settembre annunciò l’avvenuta firma dell’armistizio tra gli Alleati e l’Italia e tale comunicato, che fu «seguito dalla fuga del re, del governo e del Comando supremo da Roma», non fu accompagnato da ordini o direttive per le forze armate italiane, le quali, al pari dei cittadini non in armi, furono sostanzialmente abbandonate a se stesse: in tre giorni si dissolsero. Le prime ripercussioni si ebbero già rispetto allo sbarco degli alleati a Salerno, avvenuto il giorno dopo, il 9 settembre. Ma la mancanza di ordini e di responsabilità portò anche al primo eccidio di militari italiani da parte delle truppe tedesche a Nola, commesso l’11 settembre del ’43, e permise agli ex alleati tedeschi di prendere il controllo di quasi tutto il territorio del Regno e di disarmare quasi un milione di soldati italiani.

Il 12 settembre, Mussolini, detenuto sul Gran Sasso, a Campo Imperatore, veniva liberato da paracadutisti tedeschi e da alcune SS e trasportato in Germania, dove il 14 settembre, a Rastenburg, incontrava Adolf Hitler. Il Führer lo aveva fatto liberare proprio per “chiedergli” di porsi a capo di un movimento e di uno stato alleato del Reich nel Nord Italia. Quattro giorni dopo, il 18 settembre, Mussolini annunciava, su Radio Monaco, la formazione del Partito Fascista Repubblicano, la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, la futura Repubblica di Salò, che, secondo le sue parole, doveva immediatamente riprendere la guerra al fianco della Germania e del Giappone contro le forze Alleate.

La Repubblica di Salò riprese le armi, sì, ma, soprattutto contro gli italiani, e diede prova di un’efferatezza rara.

L’Italia e gli italiani, dunque, non stavano uscendo da un periodo buio, stavano per sprofondare in un incubo ancora peggiore di quello che avevano vissuto fino ad allora. Tra i primi ad accorgersene vi furono i cittadini di Boves, in provincia di Cuneo. Una cittadina ai piedi delle montagne, di circa diecimila abitanti, fortemente provata dalla guerra e dalla povertà che quella sempre porta con sé.

Il primo eccidio di Boves

Le truppe tedesche, dunque, occupavano tutti i punti nevralgici dell’Italia, grazie allo sfaldamento delle Forze Armate Italiane, abbandonate dai loro vertici. Su questo sfondo, il 16 settembre, un proclama nazista, firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunicò alla popolazione locale che i fuoriusciti dall’esercito italiano sarebbero stati immediatamente passati per le armi e specificò che con essi sarebbe stato ucciso chiunque avesse dato loro aiuto o asilo. Nella provincia di Cuneo si era formata, infatti, una delle prime formazioni partigiane, composta esclusivamente da militari italiani e comandata dal tenente di complemento Ignazio Vian.

In questa cittadina pedemontana, c’era, infatti, una caserma delle truppe di frontiera al confine con la Francia. Alla notizia della cessazione delle ostilità contro gli Alleati, alcuni di questi militari aveva buttato armi e divise e si erano dispersi. Altri, invece, erano andati in montagna e avevano costituito una formazione partigiana, al comando di Vian.

Tutto comincia con la casuale cattura di due SS da parte di una pattuglia di partigiani

A Boves, la mattina di domenica 19 settembre una pattuglia di partigiani – dei fuoriusciti dall’esercito italiano che si erano rifugiatisi per combattere in Val Colla -, appena arrivata in paese per fare rifornimento di cibo, si imbatté casualmente in un’autovettura (una Fiat 1100). A bordo vi erano due militari tedeschi appartenenti alla Divisione SS Leibstandarte Adolf Hitler: i due tedeschi vennero disarmati e catturati, senza opporre resistenza, per essere portati al comando partigiano. L’intenzione era di interrogarli.

I partigiani di Ignazio Vian batterono e misero in fuga i soldati tedeschi mandati a stanarli

Alle 11.45, circa un’ora dopo, due camion tedeschi, pieni di militari, giunsero in Piazza Italia e subito, lanciando bombe a mano, distrussero il centralino del telefono. Poi ripartirono verso il torrente Colla. Ad un certo punto del percorso, non potendo proseguire sugli automezzi, i tedeschi si inoltrarono a piedi nei boschi. Ma la formazione di Ignazio Vian contrattaccò costringendoli ad indietreggiare. Nello scontro persero la vita un partigiano genovese, Domenico Burlando, e un militare tedesco.

“La parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”

Alle 13 i tedeschi rientrarono a Boves, dove furono raggiunti dalle SS, comandate dall’Oberfuhrer Theodor Wisch e dallo Sturmbannfuhrer Joachim Peiper.

Questi ordinarono al parroco di Boves, Don Bernardi, e al commissario della prefettura, Antonio Vassallo, di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna dei due prigionieri, della Fiat 1100 e del cadavere del soldato tedesco caduto e abbandonato dai suoi commilitoni. In cambio, i civili presi in ostaggio sarebbero stati risparmiati, assicurò Peiper. Che si indignò anche per la richiesta che la sua promessa fosse messa per iscritto: “la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani“, disse.

Gli ambasciatori raggiunsero i partigiani tra le 14 e le 15. Dopo aver discusso con il comandante Vian e un’altra decina dei suoi, ottennero la riconsegna dei due prigionieri tedeschi, della FIAT 1100 e della salma del militare tedesco. I prigionieri, bendati, seduti in auto con gli ambasciatori, furono ricondotti, infatti, a Boves.

Qui, però, il maggiore Peiper ordinò alle sue SS di incendiare le abitazioni e di ammazzare gli abitanti.

Il massacro: il primo.

Furono 350 le abitazioni distrutte e ventiquattro i civili uccisi, compresi Don Giuseppe Bernardi e Antonio Vassallo.

Le SS sfondavano le porte delle case e sparavano sui cittadini rimasti in paese: questi erano perlopiù anziani, infermi, invalidi, donne e bambini. Quelli che avevano potuto, infatti, si erano già allontanati nella campagna, nelle ore e nei giorni precedenti.

Tra le vittime vi fu anche il vice-curato, don Mario Ghibaudo, appena ventitreenne, che aveva aiutato vecchi e bambini a fuggire. Venne ucciso mentre dava l’assoluzione ad un anziano colpito a morte da un soldato tedesco.

Don Bernardi e Vassallo vennero bruciati. Il 26 luglio 1961 saranno insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria. Ad essi verranno dedicati la Casa don Bernardi di Boves, la scuola media e due strade. Nel 1963 a Boves fu assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il secondo eccidio di Boves

Nonostante il massacro del 19 settembre del 1943, pochi mesi dopo Boves e i suoi abitanti tornarono a subire un’altra rappresaglia. Così è descritta sul sito STORIE DIMENTICATE

L’attività incessante, quasi frenetica della banda Vian, spinge il comando tedesco ad organizzare la seconda rappresaglia che inizierà il 31 dicembre e terminerà il 3 gennaio.

 31 dicembre

Tra le nove e le dieci di mattina, inizia il secondo eccidio di Boves. Una autocolonna i cui effettivi sono valutati in circa 800 soldati superarono il ponte dei Sergent ed entrano in Val Colla ma vengono bloccati dal fuoco partigiano. Sulla piazza di Castellar i tedeschi tentano di salire a S. Giacomo e aggirare la posizione.

Nella giornata vengono uccisi sei partigiani e tredici civili.

1 gennaio

Continua il rastrellamento nei dintorni di Boves: vengono uccisi sei partigiani e quindici civili.

2 gennaio

I tedeschi si portarono in quota molto più alta del giorno prima, in modo da dominare la zona. Nella vallata nessun attacco diretto alle postazioni partigiane ma un incessante carosello aereo, con picchiate e mitragliamenti. Vengono uccisi un partigiano e un civile.

3 gennaio

Il terzo giorno completarono il rastrellamento incendiando tutto ciò che era possibile bruciare: casotti, case, fienili, pagliai, mucchi di fascine, di legna, di foglie. Uccisero pure tutte le mucche e tutto il bestiame dei contadini.

Fecero terra bruciata nelle frazioni di Rivoira, Castellar, Rosbella, parte di Madonna dei Boschi e S. Giacomo a valle della Chiesa.

Furono uccisi cinque partigiani e dodici civili.

L’episodio verrà ricordato nella canzone “Non ti ricordi il 31 dicembre” scritta da E. Macario e G. Maccario sulle note di una canzone della Grande Guerra (Addio padre e madre addio); racconta del famigerato eccidio di Boves (CN) e della distruzione del paese il 31 dicembre 1943.

“Non ti ricordi il 31 dicembre

Quella colonna di camion per Boves

Che trasportava migliaia di tedeschi

Contro sol cento di noi partigian

E tra san Giacomo e poi la Rivoira

E Castellar e Madonna dei Boschi

Là s’infuriava la grande battaglia

Contro i tedeschi e i fascisti traditor

Dopo tre giorni di lotta accanita

Tra tanti incendi e vittime borghesi

Non son riusciti coi barbari sistemi

Noi partigiani a poterci scacciar.

Povere mamme che han perso loro figli

Povere spose che han perso i mariti

Povera Boves che è tutta distrutta

Per la barbarie del vile invasor” ( 2 v)

Terzo e quarto eccidio

Altre due rappresaglie investirono Boves.

Una avvenne tra il 31 dicembre 1943 e il 3 gennaio 1944: i nazifascisti diedero alle fiamme 420 case e uccisero 52 persone, tra civili e partigiani.

Però, poiché la popolazione continuò a dare sostegno alle brigate partigiane che operavano nella zona – la 177ª Garibaldi e la “Bisalta, formazione legata a Giustizia e Libertà –, un ultimo eccidio fu commesso, il giorno dopo a Liberazione, il 26 aprile 1945, quando le truppe tedesche, mentre si ritiravano, fucilarono 7 civili, che avevano preso, dopo la mezzanotte, dalle loro case.

Nessuna giustizia.

I famigliari delle vittime e i cittadini di Boves non ottennero mai giustizia: la magistratura tedesca non accolse mai  le richieste della città cuneese.

Peiper fu arrestato alla fine della guerra e inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia (129 vittime). La pena di morte fu poi commutata in carcere a vita, però Peiper venne scarcerato sulla parola nel 1956. Si trasferì sotto pseudonimo a Traves, in Francia. Qui morì il 13 luglio del 1971, nel rogo della sua casa, contro la quale erano state lanciate delle bombe molotov [2].

Oggi Boves è divenuta anche sede di una «Scuola di Pace», la prima sorta in Italia. Nel 2014 alcuni membri della comunità parrocchiale di Boves hanno incontrato dei rappresentanti della comunità di Schondorf, il paese in cui è sepolto Peiper, «per costruire ponti di amicizia e solidarietà proprio là dove la storia sembrava aver ravvisato fratture insuperabili».

A 75 anni dal massacro, Boves ricorderà le vittime della furia nazista con una serie di iniziative il 19, il 22 e il 23 settembre.

 

Alberto Quattrocolo

 

Fonti:

www.wikipedia.org;

https://storiedimenticate.wordpress.com

https://segretidellastoria.wordpress.com

https://www.infoaut.org

https://www.cuneodice.it

https://www.memoranea.it/luoghi/piemonte-cn-boves-mostra-della-resistenza

Chiara Genisio (2015), Martiri per amore: l’eccidio nazista di Boves, Edizioni Paoline.

 

[1] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/bari-premier-conte-confonde-l8-settembre-25-aprile-1573877.html

[2] https://www.infoaut.org/storia-di-classe/19-settembre-1943-leccidio-di-boves

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