La RAF bombarda Torino nella notte tra il 12 e il 13 luglio 1943

La notte tra il 12 e il 13 luglio del 1943 ha luogo uno dei più violenti bombardamenti su Torino da parte della RAF (Royal Air Force, l’aviazione militare inglese). I morti sono 792. Le oltre 700 tonnellate di bombe sganciate sulla città provocano anche 914 feriti, complice, probabilmente, il ritardo nell’azionamento dell’allarme antiaereo: cadono prima i diversi tipi di ordigni e solo successivamente si sente la sirena.

Gli Inglesi non utilizzano un unico tipo di arma: si contano bombe dirompenti, al bosforo, spezzoni incendiari, bottiglie e bidoni di benzina al fosforo. La tattica prevede di intralciare il lavoro dei mezzi antincendio, che non dovrebbero riuscire a circolare durante l’attacco, favorendo il propagarsi incontrollato delle fiamme e moltiplicando, così, i danni1. I Vigili del fuoco di Torino, nonostante la caserma di Corso Regina Margherita sia colpita a sua volta, continuano il loro lavoro per oltre 50 ore, a volte riuscendo ad estrarre dalle macerie solo corpi senza vita, a volte di madri che abbracciano i loro bambini. Per alcuni di questi uomini arriveranno, in seguito, elogi ufficiali, ma nel durante importa solo quante vite si riescono a mettere in salvo.

Perché tanti, nel cercare un rifugio, si affidano a strutture che non possono proteggerli, come vecchie cantine: a volte la bomba colpisce edifici limitrofi, ma gli effetti collaterali causano comunque il crollo della casa soprastante. A quel punto si possono solo aspettare i soccorsi, sperando che arrivino in tempo. Altri, invece, hanno più fortuna: in quel periodo, nella Borgata Parella c’è una “fognatura bianca”, non ancora in funzione, né collegata con le costruzioni del luogo. Appena ci si rende conto del pericolo imminente, si alza il tombino prescelto e ci si cala nei meandri del sottosuolo, dove il terribile frastuono arriva attutito.

I bombardamenti si sentono e si vedono a terra (e sotto), ma anche in cielo: chi, magari ancora bambino, si attarda un attimo ad alzare lo sguardo, vede quello spettacolo terrificante che tanto gli ricorderà, in seguito, quello dei fuochi d’artificio, con bagliori che accecano e suoni che scuotono i timpani.

Nulla si salva dalle bombe. Strade, fabbriche, chiese; centro e periferia; persino il Cimitero Generale non ne esce illeso. E la città, nel suo insieme, si modifica: le produzioni sono progressivamente decentrate, così come la vita dei cittadini, che si rendono protagonisti del primo grande sgombero di Torino. Su 600.000 abitanti, 465.000 si sposteranno entro agosto. È così posta una delle importanti pietre che fonderanno il pendolarismo cittadino.

Alessio Gaggero

1 C’è anche chi sostiene che l’obiettivo non fosse circoscritto ad eliminare luoghi di rilevanza militare o industriale, ma più indirizzato a terrorizzare la popolazione. Per questo motivo, stante il largo utilizzo di armi incendiarie, tali attacchi furono da alcuni definiti ‘terroristici’.

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