Adesso mi manca solo il lavoro

La gran parte delle preoccupazioni rimandano però a un’unica questione: il lavoro. Il loro pensiero fisso è: ora mi manca solo il lavoro. Una volta trovato il lavoro, tutto il resto andrà a posto.

 

Quali sono i vissuti dei rifugiati che vengono accolti in famiglia? Qual è il senso del sostegno psicologico offerto a costoro? Ce lo racconta Luca Giachero, psicologo di Me.Dia.Re.

Ciao Luca, ci racconti qual è la tua professione e qual è il tuo ruolo all’interno di Me.Dia.Re.?

Sono psicologo e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, per Me.Dia.Re. coordino il progetto IntegraTo, che prevede la realizzazione di attività di sostegno psicologico a favore dei rifugiati accolti nell’ambito del progetto di Accoglienza in Famiglia della Città di Torino e delle famiglie torinesi ospitanti. Attraverso questo progetto viene offerta, ai rifugiati che hanno già terminato un primo periodo di accoglienza presso i centri messi a disposizione dalla Città di Torino in convenzione con le diverse realtà del privato sociale, la possibilità di intraprendere un nuovo percorso di Accoglienza in Famiglia per un periodo di tempo di circa 6 – 12 mesi.

Quali sono i principali vissuti che rilevi nei rifugiati ospitati in famiglia?

I rifugiati ospitati in famiglia sono consapevoli di avere a disposizione un’opportunità importante. Ciò costituisce una sostanziale differenza rispetto alla fase della prima accoglienza. Sono più consapevoli del contesto in cui sono inseriti, hanno una maggiore padronanza della lingua, sono in grado di cogliere il fatto che viene loro offerta un’opportunità ulteriore, quindi hanno meno dubbi e meno pretese.

Le persone più fragili sono intimorite dalla novità, preoccupate dal cosa vorrà dire essere ospitati in una famiglia. La gran parte delle preoccupazioni rimandano però a un’unica questione: il lavoro. Il loro pensiero fisso è: ora mi manca solo il lavoro. Una volta trovato il lavoro, tutto il resto andrà a posto. Questo indica che sono proiettati al futuro, a come riusciranno a cavarsela da soli, ad essere autonomi.

E quali sono i principali vissuti che rilevi nelle famiglie ospitanti?

C’è un grosso investimento sul piano umanitario da parte delle famiglie che generosamente mettono a disposizione la propria casa. I forti ideali di solidarietà che li guidano possono portare alle volte a sottostimare le difficoltà, come se i problemi si potessero risolvere solo grazie all’altruismo e alla buona volontà. Succede, ad esempio, che le famiglie riversino sui propri ospiti la preoccupazione che essi non riescano ad essere autonomi, mettendo in discussione la loro capacità di attivarsi nella ricerca del lavoro. A volte capita quindi che si irrigidiscano su posizioni educative e pedagogiche, dimenticando che essi sono già adulti, magari neanche più tanto giovani di loro, spesso genitori a loro volta. Questo atteggiamento può innescare dei conflitti tra le famiglie e i loro ospiti.

Quali sono allora i “pro” del progetto di accoglienza in famiglia?

Indubbiamente tanti, anzi, più di quanti non possa spiegarne qui. Ma tra i tanti, ci tengo a porne in rilievo uno che rischia di essere sottovalutato: l’accoglienza in famiglia è fondamentale perché crea una rete di contatti informali tra le famiglie (i loro amici, i loro conoscenti, ecc.) e i loro ospiti, e questi sono canali fortissimi per favorire il loro inserimento nel nostro Paese.

Quali sono la funzione e il senso del supporto psicologico offerto a costoro?

Il sostegno psicologico, nell’ambito di questo progetto, può ricollegarsi ad alcuni vissuti particolarmente traumatici legati al viaggio o alla separazione dagli affetti e dai legami famigliari. Ma più frequentemente serve ad accompagnare il rifugiato fuori da una dimensione protetta, ossia quella offerta dal sistema di accoglienza SPRAR. In questa fase la loro principale preoccupazione riguarda la necessità di trovare lavoro. Il sostegno psicologico aiuta a gestire l’ansia e a orientarsi, anche con ricadute concrete sul piano di un efficace ricerca del lavoro. Inoltre, si realizza un’attività di mediazione rispetto ai conflitti con la famiglia ospitante, a cui accennavo prima.

Ascoltando i rifugiati come psicologi quali emozioni e sentimenti vengono suscitati?

Spesso sono felice di vedere che il percorso compiuto dai rifugiati nell’arco di alcuni anni sia stato davvero positivo, di osservare come i blocchi iniziali si sono sciolti, come si siano sviluppate consapevolezze maggiori. Questo mi colpisce, mi dà delle belle sensazioni, restituisce un senso al percorso che essi hanno svolto e al nostro lavoro con loro.

Quale riflessione ti suscita questa esperienza?

L’esperienza del progetto IntegraTo mi induce a convincermi sempre di più del fatto che c’è bisogno di progetti istituzionali di accompagnamento di più ampio respiro, che non si limitino a una prima accoglienza e che prevedano diverse forme di sostegno all’integrazione nel lungo periodo.

Luca Giachero