Anna Politkovskaja viene uccisa il 7 ottobre 2006

Il 7 ottobre 2006 viene uccisa, mentre rincasa con le borse della spesa, la giornalista russa Anna Politkovskaja. Quattro bossoli a terra, un proiettile alla testa: un’esecuzione. Tre giorni dopo partecipano alla cerimonia funebre più di mille persone, fra colleghi, lettori e qualche politico straniero, ma nessun rappresentante del governo russo. Dopo giorni di silenzio, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin commenta:

Era ben conosciuta fra i giornalisti, gli attivisti per i diritti umani e in Occidente. Comunque, la sua influenza sulla vita politica russa era minima. […] Il suo omicidio ha fatto più danni delle sue pubblicazioni. Chiunque sia stato non resterà impunito.

Dodici anni dopo, il 17 luglio 2018, su ricorso della madre, della sorella e dei figli della giornalista, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà la Russia per non avere messo in atto indagini appropriate, comminando una multa di 20.000 euro al governo di Mosca.

Lo Stato russo ha mancato agli obblighi relativi alla efficacia e durata delle indagini. [violando così la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo: la Corte rileva in particolare che] se le autorità hanno trovato e condannato un gruppo di uomini direttamente coinvolti nell’assassinio della signora Politkovskaja, non hanno attuato adeguate misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio; […] hanno sviluppato una teoria sull’istigatore, dirigendo la loro indagine su un uomo d’affari russo che risiedeva a Londra, ora deceduto, [ma avrebbero dovuto] studiare altre ipotesi, comprese quelle suggerite dalle ricorrenti, secondo cui nell’assassinio sono stati coinvolti gli agenti del FSB, i servizi segreti russi, o l’amministrazione della Repubblica cecena.

Anna Stepanovna Mazepa Politkovskaja era nata a New York nel 1958, in una famiglia di diplomatici sovietici impiegati presso l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa); laureatasi in giornalismo presso l’Università Lomonosov di Mosca, da subito collabora con radio e canali televisivi indipendenti, interessandosi soprattutto della questione del Caucaso e della politica russa in quella regione.

Dalla fine degli anni Novanta segue il secondo conflitto ceceno e le vicende di Daghestan e Inguscezia per la testata indipendente “Novaja Gazeta”. Nel 1999, quando riprendono gli scontri violenti in Cecenia, la giornalista è convinta della giusta causa di un intervento armato russo per combattere le forze islamiche indipendentiste dell’autoproclamata Repubblica di Ichkeria. Ma con il suo lavoro sul campo si ritrova a testimoniare gli abusi del Servizio di Sicurezza Federale (FSB, i servizi segreti interni continuatori del KGB sovietico) e del GRU (servizi segreti militari), che hanno il controllo delle operazioni, dacché ufficialmente il conflitto ceceno era gestito dalla Russia come un’operazione di antiterrorismo.

Osserva in prima persona e scrive delle violenze sui civili e, dopo la fine degli scontri armati, della corruzione e delle violazioni dei diritti umani nel nuovo regime di Ramzan Kadyrov, appoggiato da Putin. Dopo due libri e numerosi articoli, continua a lavorare sulla Cecenia anche negli ultimi mesi di vita, con un lungo articolo – pubblicato postumo – sulle torture commesse dalle forze di sicurezza governative.

Il suo impegno in difesa dei diritti umani, i reportage dalle zone di guerra e la sua opposizione alle derive autoritarie del governo di Vladimir Putin le valgono il Global award di Amnesty International per il giornalismo in difesa dei diritti umani nel 2001, e il premio dell’OSCE per il giornalismo e la democrazia nel 2003.

Nelle sue inchieste cerca sempre il contatto con gli attori della guerra, siano russi o ceceni, militari o, soprattutto, civili. Anche per questa sua attitudine, che ormai la identifica, nell’ottobre del 2002 è chiamata come mediatrice dai terroristi ceceni che a Mosca hanno occupato il teatro Dubrovka, ma il blitz delle autorità russe rende vana ogni trattativa: il gas immesso nel teatro uccide tutti i terroristi e molti degli ostaggi, e la giornalista accuserà il governo di essere indifferente alla vita dei suoi cittadini, pur di vincere con la forza la partita con i terroristi.

La Politkovskaja ha sempre voluto rivendicare con i suoi scritti il proprio essere testimone partecipe, non semplice spettatrice. La sua prosa diretta e asciutta è incalzante, senza fronzoli, descrittiva, ma lascia trasparire sdegno e compassione; i suoi articoli non sono attacchi politici, quanto piuttosto resoconti, brandelli ricostruiti di realtà, con cui “descrive quello che succede a chi non può vederlo”. È il cosiddetto “advocacy journalism”, quello con cui si perora dichiaratamente il sostegno a una causa, che non è l’indipendenza cecena, ma l’inviolabilità dei diritti umani: in nome di questo va direttamente sul campo, rischiando la vita, vivendo le stesse inumane condizioni del popolo ceceno durante l’occupazione russa, raccontando ciò che vede e vive con una profusione di dettagli e argomentazioni che sbaraglia le obiezioni dei negazionisti.

Niente potrà togliermi il senso di colpa che ho nei confronti di coloro che hanno sacrificato la vita per il mio lavoro, per la mia resistenza al tipo di giornalismo che si sta instaurando in Russia grazie alla guerra ‘alla Putin’. Parlo di un giornalismo ideologico senza accesso all’informazione, senza incontri né conversazioni con le fonti, senza verifiche dei fatti. […] Quel tipo di lavoro, che io credevo morto insieme al comunismo, da noi è ormai considerato la norma, e inoltre è riconosciuto e lodato dalle autorità. Quanto all’altro tipo di giornalismo, quello che comporta uno sguardo diretto su ciò che succede, non solo viene perseguitato, ma si rischia addirittura la vita. Un salto indietro di dieci anni, dopo la caduta dell’Urss!

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Mantenere quello sguardo diretto diventa per lei sempre più pericoloso. Espulsa una prima volta dalla Cecenia nel 2001, dopo essere stata trattenuta e minacciata di fucilazione dai militari delle VDV (truppe da sbarco dell’aviazione russa, che smentiscono il fatto come “bugia e provocazione”); intimidita ripetutamente via mail da un poliziotto ceceno da lei accusato di aver ucciso civili inermi; nel 2002, durante un viaggio in Cecenia, costretta a nascondersi per giorni dal FSB, che voleva impedire una sua indagine sull’uccisione di civili; minacciata di azioni giudiziarie per “vilipendio del paese” da parte dei vertici dello stato ceceno (il segretario del consiglio di sicurezza della Cecenia avverte un redattore della Novaja Gazeta che “la Politkovskaja va in cerca di guai”); nel 2004 ricoverata in gravi condizioni, da lei attribuite ad avvelenamento intenzionale da parte del FSB per impedirle di fare luce sugli eventi di Beslan (che abbiamo raccontato in questo articolo); accusata da giornalisti filogovernativi, dopo una serie di articoli critici verso il presidente dell’Inguscezia, di essere “una levatrice del terrorismo e della guerra”.

Il Cremlino ha reagito cercando di bloccare il mio lavoro: i suoi ideologi credono che sia il modo migliore per annullare l’effetto di quello che scrivo. Ma impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l’avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell’ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli. […] Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L’unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta.

Dopo otto anni dall’omicidio e tre processi, nel 2014 sono stati condannati all’ergastolo cinque esecutori materiali e nessun mandante. La Russia è a tutt’oggi sotto i riflettori internazionali per il numero di giornalisti assassinati o morti in circostanze poco chiare: l’International Federation of Journalists ha commissionato un’ampia inchiesta in merito e reso pubblico un database online che documenta la morte o la sparizione di circa 300 giornalisti a partire dal 1993.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.wikipedia.org;
“Chi non amava Anna Politkoskaya”, tr. it. A. Ferrario, www.balcanicaucaso.org;
“Omicidio di Anna Politkovskaja, la Corte di Strasburgo condanna la Russia: ‘Non ha cercato mandanti’”, www.rainews.it; “La vita di Anna Politkovskaya”, www.ilpost.it;
G. Furlan e I. Gipponi, “Anna Politkovskaja e gli altri. Raccontare la verità a tutti i costi”, www.left.it;
G. Lami, “Anna Stepanovna Mazepa Politkovskaja”, www.enciclopediadelledonne.it;
R. Persia, “Il colpevole ritardo della Corte di Strasburgo sul delitto Politkovskaja”, http://espresso.repubblica.it;
A. Politskovskaja, “Il mio lavoro ad ogni costo”, Internazionale, n. 665, 26/10/2006; www.internazionale.it/tag/autori/anna-politkovskaja;
A. Ercolani, “Anna Politkovskaja, il coraggio della ‘donna non rieducabile’”, www.ilfattoquotidiano.it

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