Nel 2003, una “coalizione di volenterosi”, Italiani compresi, invase l’Iraq per deporre Saddam Hussein e sventare la minaccia dei fondamentalisti islamici di al Qaida. Il capo del regime fu catturato dopo pochi mesi, ma i volenterosi non se ne andarono: il pericolo del terrorismo era ancora vivo.

Giuliana Sgrena era sempre stata contro l’intervento militare. Andò a Baghdad come inviata de Il Manifesto e svolse il suo lavoro di giornalista fino al 4 febbraio 2005: quel giorno fu rapita dall’Orga­niz­za­zione per la Jihad isla­mica. Dopo un mese di rivendicazioni, richieste di ritiro delle truppe e video sul web, l’ostaggio viene liberato: l’annuncio lo dà al Jazeera.

Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo [allora direttore de Il Manifesto. N.d.a], stai tranquilla, sei libera.

Queste sono le prime parole amiche che Sgrena sente una volta liberata. E’ Nicola Calipari a parlare. 52 anni, originario di Reggio Calabria, laureato in giurisprudenza, ha solo tre anni di esperienza al SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare. Oggi sostituito dall’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, AISE), ma ha già condotto diverse trattative per ostaggi in Iraq.

I due salgono in macchina, ma solo uno dei due ne scenderà sulle proprie gambe. A circa 700 metri dall’aeroporto, dove un volo aspetta proprio il loro arrivo per partire, c’è un posto di blocco americano. E’ stato posizionato alle 19.30 e dovrebbe durare mezz’ora, giusto il tempo di controllare il convoglio dell’ambasciatore statunitense, John Negroponte: tenerlo attivo troppo a lungo espone i militari a un rischio a crescita esponenziale.

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I due italiani arrivano alle 20.50, 50 minuti dopo il termine previsto inizialmente; 20 minuti dopo la richiesta di smantellamento da parte del capitano Drew, a cui è stato opposto un rifiuto dal comando. Alla mitragliatrice c’è Mario Lozano, che spara una raffica in direzione dell’auto: Nicola si lancia su Giuliana, salvandole, probabilmente, la vita al costo della propria.

A questo punto la storia si complica oltre ogni possibilità di vederci chiaro. Le versioni si rincorrono, si ostacolano, si contrappongono. La macchina correva troppo? Aveva fari e luci interne spente? Si trattava effettivamente di un posto di blocco? E’ stato davvero un errore? In Italia abbiamo una verità giudiziaria, che offre poche soddisfazioni: nel 2008 la Corte di Cassazione ha stabilito che il soldato americano non poteva essere processato nel nostro paese, a causa della cosiddetta immunità funzionale.

Certo è che gli Stati Uniti fornirono pochissima collaborazione, perlopiù formale, nello svolgimento delle indagini. Così, la mente viaggia con facilità verso un caso più recente, sicuramente diverso, ma a tratti somigliante: quello di Giulio Regeni. Speriamo che allo studente friulano, alla sua famiglia e al suo Paese sia tributato maggior rispetto.

Alessio Gaggero

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