Medici senza Frontiere evacua sei ospedali nello Yemen il 18/08/2016 per i bombardamenti

È il 18 agosto 2016: Medici senza Frontiere, una delle organizzazioni umanitarie più note al mondo, a seguito dell’ennesimo bombardamento “fuori controllo” che tre giorni prima aveva causato 19 morti e 24 feriti, tra cui pazienti e operatori volontari di un ospedale gestito dall’ONG nel nord dello Yemen, assume la decisione di evacuare il proprio staff da sei ospedali in quell’area. Tra ottobre 2015 e agosto 2016, il totale delle vittime negli ospedali supportati da MSF nel paese ammontava a 26, nel corso di quattro diversi bombardamenti aerei che non avrebbero mai dovuto colpire presidi sanitari, essendone stata fornita la precisa posizione ai responsabili militari di tutte le fazioni in conflitto.

Durissimo il comunicato con cui l’organizzazione motiva la decisione:

Negli ultimi 8 mesi, MSF ha incontrato esponenti di alto livello della coalizione a guida saudita in due occasioni a Riyadh, per garantire l’assistenza umanitaria e medica per gli yemeniti e per chiedere garanzie che gli attacchi contro gli ospedali sarebbero cessati. Ma i bombardamenti aerei sono comunque continuati,  nonostante MSF abbia sistematicamente condiviso con tutte le parti in conflitto le coordinate GPS degli ospedali in cui lavora. I rappresentanti della coalizione dichiarano ripetutamente di onorare il Diritto Internazionale Umanitario, ma questo attacco mostra che hanno fallito nel controllare l’uso della forza e nell’evitare gli attacchi contro ospedali pieni di pazienti. MSF non è né soddisfatta né rassicurata dalla dichiarazione della coalizione secondo cui questo attacco è stato un errore.

Data l’intensità dell’attuale offensiva e avendo perso fiducia nella capacità della coalizione di evitare questi attacchi letali, MSF ritiene che gli ospedali nei governatorati di Saada e Hajjah non siano sicuri né per i pazienti né per lo staff. La decisione di evacuare lo staff da un progetto, che in questo caso include ostetrici, pediatri, chirurghi e specialisti di pronto soccorso, non è mai presa alla leggera, ma in mancanza di garanzie credibili che le parti di un conflitto rispetteranno lo status di protezione delle strutture sanitarie, degli operatori sanitari e dei pazienti, possono non esserci alternative.”.

Dal novembre dello stesso anno, nonostante tutto, le attività di MSF nelle strutture in questione sono riprese.  Da allora, il conflitto in territorio yemenita non ha perso violenza, portando il paese e i suoi 28 milioni di abitanti alla catastrofe umanitaria, economica e sanitaria, nella sostanziale indifferenza della politica internazionale. La risoluzione 2216 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2015) e i falliti colloqui di pace promossi dall’ONU in Kuwait nel 2016 non hanno potuto dirimere le questioni strategiche di controllo del territorio, che dal 2015 oppongono la coalizione di nove stati arabi sunniti guidata dall’Arabia Saudita ai ribelli houthi sostenuti dall’Iran; le questioni politiche s’intrecciano a immani interessi economici legati anche al commercio delle armi, condotto perlopiù illegalmente dalle principali democrazie occidentali (Italia compresa, visto che in questa guerra vengono utilizzate anche bombe prodotte in Italia, in violazione di una legge nazionale, la n.185/1990, che vieta l’esportazione di armi verso i paesi in conflitto armato come lo Yemen) in spregio alla regolamentazione sancita dai trattati internazionali in materia.

Nel silenzio della diplomazia ufficiale, cinquantasette ONG operanti nello Yemen si sono unite per chiedere alle Nazioni Unite di aprire un’inchiesta internazionale indipendente sugli abusi compiuti dalle diverse fazioni in violazione delle elementari regole umanitarie di guerra, come il reclutamento di bambini soldato, le strutture sanitarie trasformate in veri e propri bersagli o il bombardamento dei quartieri residenziali.

L’operazione militare “Tempesta decisiva” avviata nel marzo 2015, secondo le intenzioni dell’Arabia Saudita, promotrice del conflitto, avrebbe dovuto costituire un mezzo rapido ed efficace per affermare definitivamente la propria egemonia nell’area in funzione anti-iraniana, dopo un primo tentativo di imporre al paese un governo fantoccio per contenere i disordini seguiti al periodo delle c.d. “Primavere Arabe” tra il 2011 e il 2012;  i ribelli houthi, sciiti, fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdallah Saleh, fomentati e probabilmente armati dall’Iran, hanno tuttavia opposto una reazione militare più solida del previsto, occupando le capitali Sanaa e Aden e vaste parti del territorio; nel caos generato dalla guerra, non sono inoltre escluse infiltrazioni nel paese di gruppi armati jihadisti.

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Nei territori controllati dai ribelli houthi, sono documentati arresti arbitrari, sparizioni forzate, processi irregolari a carico di presunti dissidenti con condanne pesanti, anche alla pena di morte.

Sul fronte opposto, l’esercito della coalizione di stati guidata dall’Arabia Saudita, tra i meglio armati al mondo, non si è fatto scrupolo di avvalersi di bombardamenti aerei ripetuti, che hanno distrutto città, strade e infrastrutture, compresi ospedali e aeroporti: ciò, unito all’embargo imposto dall’Arabia quale rappresaglia, ha sostanzialmente isolato la popolazione civile e impedito la circolazione di merci e aiuti, aprendo la strada a carestia (il 60% della popolazione soffre la fame, con 8 milioni di persone a rischio di morte per inedia, anche perché il conflitto ha annichilito pesca e agricoltura, pilastri dell’economia locale) e malattie endemiche (la più grande epidemia di colera mai registrata sul pianeta, con un milione di persone colpite); si calcola inoltre che diecimila yemeniti siano morti per il mancato accesso a cure mediche all’estero, vittime nascoste di un conflitto in cui “la malattia viene trasformata in un’arma”.

Incalcolabile è infatti il numero delle vittime dall’inizio del conflitto a oggi: secondo dati forniti nei primi mesi del 2018 dall’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, dal marzo 2015 in Yemen erano stati uccisi almeno 5974 civili e ne sono stati feriti altri 9493, ma altre fonti parlavano di più di 8600 morti e quasi 50000 feriti. Ma nel 2019 il numero dei morti pare essere cresciuto ad oltre 10.000 e la situazione è ulteriormente peggiorata: tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. Inoltre la popolazione è costretta ad assistere ad ogni sorta di atrocità, tra stupri, anche a bambine di 8 anni, e altri insopportabili orrori.

L’Ufficio per il coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha dichiarato che oltre 20 milioni di persone, ossia l’80 per cento della popolazione yemenita, hanno bisogno di aiuti umanitari. In un rapporto pubblicato a gennaio, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha affermato che i profughi interni sono più di due milioni. Ma il paradosso nel 2019 è che mentre oltre 22 milioni di persone yemenite si trovano in una situazione di estremo bisogno di protezione e di aiuti umanitari, ogni mese almeno 7000 persone in fuga dal Corno d’Africa arrivano nello Yemen, anche solo per attraversare il Paese, con l’obiettivo di raggiungere i Paesi del Golfo, dove sperano di trovare lavoro e condizioni di vita dignitosa.

Silvia Boverini

Fonti:

www.medicisenzafrontiere.it;
Vijay Prashad, “Le vittime nascoste della guerra in Yemen”, 17/08/2017, www.internazionale.it; Pierre Haski, “Chi dirà basta alla guerra nello Yemen?”, 12/09/2017, www.internazionale.it;
Gwynne Dyer, “La guerra nello Yemen serve a punire l’Iran”, 30/03/2018, www.internazionale.it; Riccardo Noury, “Tre anni di guerra in Yemen grazie anche alle forniture di armi all’Arabia Saudita”, 26/03/2018, www.ilfattoquotidiano.it;
“La crisi in Yemen. 1000 giorni di disastri”, 20/12/2017, www.oxfamitalia.org

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