Il giudice Minervini, un uomo abbastanza serio da non prendersi troppo sul serio

Tutte le mattine il giudice Girolamo Minervini saliva sull’autobus 991 per andare dalla Balduina alla Cassazione. In quel marzo del 1980 stava per essere nominato direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena. Una nomina che era anche l’equivalente di una potenziale condanna a morte. Le Brigate Rosse avevano già ucciso due direttori delle carceri –  Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Il 18 marzo del 1980, proprio a bordo dell’autobus 991, Girolamo Minervini fu assassinato. Aveva quasi sessantuno anni (era nato a Teramo, il 4 maggio del 1919), una moglie (Orietta), una figlia (Ambra) e un figlio (Mauro), un mutuo da pagare e una vecchia Volkswagen.

Il rifiuto della scorta e la certezza di essere nel mirino

Era preoccupato Minervini? Forse più che preoccupato, era consapevole. Già l’anno prima, nel covo BR di via Giulio Cesare, che aveva dato asilo ai capi brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci, era stato trovato un foglio con su scritto il suo nome. Il questore di Roma Augusto Isgrò, pertanto, gli aveva offerto la scorta. Minervini, però, aveva ben presente che appena due anni prima, in via Fani (16 marzo 1978) le Br per sequestrare Aldo Moro avevano fatto strage degli uomini di scorta. Quindi rifiutò

«Non voglio avere sulla coscienza tre o quattro poveri ragazzi».

Il 16 marzo aveva cenato a casa del figlio venticinquenne, Mauro, così da poter stare anche un po’ con la nipotina Sara. Aveva detto a Mauro che la sua nomina sarebbe stata ratificata dal Consiglio dei Ministri entro pochi giorni.

Il figlio gli disse: «Ti ammazzeranno». La risposta di Girolamo Minervini fu: «Quando accade stai vicino alla mamma».

Nell’accomiatarsi aggiunse: «In guerra un generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore».

Il magistrato

Girolamo Minervini era entrato in magistratura nel 1943. Già nel ‘47 era stato assegnato al Ministero di Grazia e Giustizia, cioè alla Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, quando Palmiro Togliatti, segretario del PCI, era ministro della Giustizia. Di Togliatti, quindi, Minervini fu un collaboratore. Dal 1956, questo magistrato riformista, aveva trascorso molti anni presso la Procura generale della Cassazione in qualità di applicato prima di tribunale e poi di appello. Nel 1968 era stato nominato segretario presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Nel 1973 aveva prestato servizio presso la Corte di Appello di Roma, in qualità di consigliere, per poi tornare al Ministero di Grazia e Giustizia con funzioni di capo della segreteria della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Nel novembre del ‘79 era stato ricollocato in ruolo e destinato alla Procura Generale della Cassazione con funzioni di sostituto.

 18 marzo 1980

Il 18 marzo 1980 alle 8,15, Girolamo Minervini lasciò il suo appartamento in via della Balduina 135 e salì sul 991. Alla fermata di via Ruggero di Lauria si sentì uno sparo. Minervini, restò un attimo in piedi, lì, in fondo all’autobus, appoggiato alla macchinetta obliteratrice. Quindi cadde, mentre l’impermeabile si macchiava di rosso. A quel punto un killer gli sparò ancora. Poi, tutto precipitò: tre brigatisti saltarono giù dall’autobus, avendo lasciato dietro di sé tre feriti, tra cui un sedicenne.

Gli assassini

Le Brigate Rosse comunicarono all’Ansa e a Repubblica la loro rivendicazione dell’omicidio di Minervini. Anni dopo, grazie al pentito Antonio Savasta, si seppe che era stata la colonna romana a uccidere il giudice Minervini, nell’ambito della campagna contro le carceri dure. Il sicario di Minervini era stato Franco Piccioni, detto Francone. Un insegnante precario, di 29 anni, già noto tra gli autonomi dei Volsci, durante il ’77 romano. Gli altri due erano Sandro Padula e Odorisio Perrotta.

Giovanni Senzani, il cervello

Nel 1978 Girolamo Minervini aveva partecipato a un congresso di criminologia a Lisbona, cui avevano preso parte anche Tartaglione e il collega Alfredo Paolella: tutti e tre furono ammazzati. Vi era tra i partecipanti al convegno anche il professore Giovanni Senzani. Ventidue anni dopo, Giovanni Pellegrinopresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e il terrorismo, lo definì «il leader dell’ala più sanguinaria delle Br». Il professor Senzani, che era stato anche l’autore del volantino di rivendicazione dell’omicidio Minervini, ebbe pure non poche responsabilità negli omicidi del professore Vittorio Bachelet (ucciso il 12 febbraio del 1980) e del generale dei Carabinieri Enrico Riziero Galvaligi (31 dicembre del 1980). E verosimilmente anche in quello di Aldo Moro. Come spiegò Pellegrino, il prof. Senzani era una figura atipica del terrorismo di sinistra, «sia per l’alto livello culturale sia per la rete di amicizie intessute negli ambienti criminologici e universitari italiani e stranieri». Ma soprattutto, «era il cervello politico delle BR e aveva rapporti forti anche con apparati».

Senzani e i servizi segreti deviati

Aggiunse, infatti, il senatore Pellegrino, che il dott. Arrigo Molinari, vice-questore vicario di Genova e poi direttore dell’Ufficio ispettivo della Polizia di Stato per l’Italia del Nord, aveva ipotizzato che fin dall’ingresso nelle Brigate Rosse, alla metà degli anni Settanta, Senzani fosse «protetto dai settori deviati del Sismi, quelli legati alla P2». Oltre al coinvolgimento nel sequestro Moro, Senzani «organizzò e diresse anche il sequestro dell’assessore regionale campano della DC, Ciro Cirillo» (27 aprile – 24 luglio 1981), la cui liberazione fu il frutto di intrecci mai del tutto chiariti tra le BR, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e i servizi segreti, ancora in mano a funzionari e ufficiali iscritti alla P2, nonché della mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI. Un’altra vicenda che a distanza di quarant’anni presenta ancora risvolti oscuri e inquietanti, come recentemente confermato anche dall’inchiesta di Sandro Ruotolo.

Le parole di suo figlio, Mauro Minervini

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Mauro Minervini ricordò che quella sera del 16 marzo, circa 36 ore prima di essere ammazzato, il padre gli aveva detto di non essere tipo da morire d’influenza.

Una persona abbastanza seria da non prendersi troppo sul serio

Mauro Minervini descrisse suo papà  come una persona dotata «di un humour vivacissimo».

Un uomo che «amava scherzare, “sfottere” ed “essere sfottuto”. I suoi vecchi amici, e lui stesso, mi raccontavano di scherzi da antologia. Delle tante ragazzate che, fortunatamente, ho avuto modo di fare non mi ha mai rimproverato che per dovere parentale. Era una di quelle persone abbastanza serie da non aver bisogno di prendersi sul serio più del minimo indispensabile. Era drasticamente interdetto a chiunque, salvo che alla piccolissima nipote a puro titolo di sfottò, chiamarlo Eccellenza; “giudice”, diceva, è un termine che identifica una funzione di così grande rilevanza da non essere sostituibile. Del proprio ruolo era fierissimo; credo che tra i pochi veri dispiaceri che gli ho inflitto, il più grande sia stato quello di essermi ritirato dal concorso in Magistratura. Però fu contento quando si accorse che in Banca, appena entrato, guadagnavo quasi quanto Lui, che portava (in teoria) l’ermellino. In famiglia, lo vedevamo poco… I suoi numerosi impegni, lo tenevano fuori casa 15 o 16 ore al giorno. In compenso, non gli rendevano una lira. Quando morì aveva una bella casa – di cooperativa, col mutuo ancora da pagare per un paio di lustri – un milione in banca ed una Volkswagen degna di uno studente fuori corso. Ed un patrimonio, dentro, che spero di aver ereditato seppure in minima parte. La mattina del 18 marzo, in autobus e senza scorta, andò a fare la sua parte, senza chiedersi se l’avessero fatta anche gli altri. Sul volto, da morto, aveva l’espressione serena di sempre

Alberto Quattrocolo

 

Fonti

Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, Einaudi, Torino, 2000

www.antimafiaduemila.com

http://www.associazionemagistrati.it

www.poliziapenitenziaria.it

www.vittimeterrorismo.it

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