Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Antonino e Stefano Saetta

Sono tanti i fili legano che uniscono il giudice Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso, sua unica scorta, uccisi il 25 settembre 1979, con il giudice Antonino Saetta e suo figlio Stefano, trucidati nella stessa data di 9 anni dopo, il 25 settembre del 1988. Il filo del loro sangue versato, ovviamente, è il primo che viene in mente. Altri due fili, facili da vedere, riguardano il fatto che erano tutti siciliani e che sono stati uccisi da Cosa Nostra, decisa ad eliminare chi la stava efficacemente contrastando. Condividevano, infatti, lo stesso impegno, lo stesso spirito di servizio. In comune avevano l’idea e il sentimento di servire la Repubblica italiana e i suoi cittadini, lo Stato di diritto e la democrazia, la libertà e la giustizia.

E poi vi sono altri fili che li avvicinavano tra loro e ad altri, uomini e donne, uccisi perché impegnati far sì che la legge sia davvero uguale per tutti. Altri che, come loro, sono stati ammazzati da killer mafiosi perché “la legge uguale per tutti” è l’antitesi della mafia.

Guardiamo un po’ più da vicino questi fili.

Cesare Terranova, dopo una lunga parentesi a Roma, alla Camera dei Deputati, ai primi di settembre tornò a Palermo, dove il 21 luglio era stato ucciso il capo della squadra mobile di Palermo, il vicequestore Boris Giuliano. Anche Terranova era un uomo ingombrante per la mafia, la quale proprio non voleva che quel magistrato («Giudice duro», era definito dai suoi avversari, quelli dentro e quelli fuori dal palazzo di giustizia) dirigesse l’Ufficio Istruzione del Tribunale. Nel’79, fu a Rocco Chinnici, dopo l’assassinio di Terranova e Mancuso, che venne assegnata la carica di dirigente proprio di quell’ufficio.

Chinnici, com’è noto, istituì una struttura collaborativa fra i magistrati dell’Ufficio (che fu poi denominata pool antimafia), avendo anche compreso che l’isolamento dei magistrati e degli altri servitori dello Stato li rendeva più vulnerabili, in quanto, uccidendo il singolo investigatore, la mafia contava di assicurarsi la fine, la sepoltura, anche delle sue indagini.

Tra i magistrati che entrarono nella squadra, vi furono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il risultato del lavoro istruttorio di Chinnici fu il primo grande processo a Cosa Nostra, il cosiddetto maxi processo di Palermo.

Il 29 luglio del 1983 Rocco Chinnici, cinquantottenne, venne spazzato via dall’esplosione di un’auto bomba davanti alla sua abitazione in via Pipitone.

A presiedere la Corte d’Appello sulla strage di Via Pipitone fu Antonino Saetta.

Chi era Cesare Terranova?

Cesare Terranova, palermitano, classe 1921, era nato il giorno di Ferragosto. Si laureò ed entrò in magistratura nel 1946, reduce dalla guerra e dalla prigionia.

Fu pretore prima a Messina e poi a Rometta, poi passò al Tribunale di Patti e, nel’ 58, a quello di Palermo. Come giudice istruttore, si occupò di mafia: della borgata di Tommaso Natale, della famiglia Rimi di Alcamo, dei fratelli La Barbera – che spiccavano nelle complesse vicende del sacco urbanistico di Palermo -, dell’assassinio dell’albergatore Candido Ciuni, avvenuto in ospedale e commesso da killer travestiti da medici.

Erano anni, quelli, in cui “la mafia non esiste”. Chi ne parlava, chi ne denunciava l’esistenza e il potere veniva tacciato di essere sovversivo o comunista. Così, ad esempio nel luglio del 1963, all’Assemblea Regionale Siciliana, l’onorevole Dino Canzoneri (DC) affermò che Luciano Liggio era un galantuomo, calunniato dai comunisti solo perché “era un coerente e deciso avversario politico.

Destò, quindi, più che scalpore, un forte allarme in certi ambienti il fatto che Terranova, nella sentenza istruttoria per la strage di viale Lazio (un cruentissimo “regolamento di conti”, avvenuto il 10 settembre del ’69, a Palermo, che costò la vita a 5 persone, di cui tre completamente estranei alle vicende malavitose), mettesse per iscritto (era il primo magistrato a farlo) che gli amministratori comunali rappresentavano il centro propulsore della nuova mafia.

Terranova, si era anche occupato, prendendola di petto, della famiglia dei Corleonesi di Luciano Liggio. Ne portò alla sbarra una sessantina, tra cui lo stesso Liggio, che in appello fu condannato all’ergastolo e gli giurò pubblicamente odio eterno.

Trasferito a Marsala, quale Procuratore della Repubblica, svolse diverse altre complesse indagini. Nel ’72 si candidò, e fu eletto, alla Camera dei Deputati, come indipendente di sinistra nella lista del PCI, nel collegio della Sicilia Occidentale e venne rieletto nel ’76.

Come deputato, divenne componente della Commissione parlamentare antimafia della VI legislatura: mise, così, l’esperienza fatta come magistrato a servizio della Commissione parlamentare, contribuendo, infine, con altri deputati del PCI (in primis Pio La Torre), ad elaborare la relazione di minoranza. Una relazione che dissentiva dalle conclusioni di quella della maggioranza, ritenendo che in quella redatta dal deputato della DC Luigi Carraro vi venissero oscurati i collegamenti fra mafia e politica, soprattutto il coinvolgimento della Democrazia Cristiana in numerose vicende di mafia. La relazione di minoranza redatta, infatti, da Terranova e dagli altri, sosteneva che politici democristiani come Giovanni Gioia, Vito Ciancimino e Salvo Lima avevano stabilito dei rapporti con la mafia.

«La mafia è un fenomeno di classi dirigenti. Non è costituita solo da soprastanti, campieri e gabelloti», si legge nella relazione conclusiva di minoranza a firma di Pio La Torre, Cesare Terranova e altri cinque componenti della Commissione.

Terminato nel 1979 il mandato parlamentare, Terranova decise di tornare “a Palermo per terminare il lavoro cominciato”. E Il 10 luglio, il CSM lo nominò Consigliere della Corte di Appello. Si dava, tuttavia, per scontato che gli sarebbe stata attribuita la direzione dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, in virtù del suo prestigio, dell’anzianità e della competenza sono dalla sua parte.

Ha scritto Saverio Lodato:

«La mafia sapeva che questo giudice non aveva nel suo cassetto carte scottanti su singoli casi ancora aperti (…) Ma nello stesso tempo capiva che Terranova, giudice dalla memoria ormai storica, Terranova per sette anni commissario dell’antimafia, Terranova con orientamenti politici di sinistra, era l’ultima persona che avrebbe dovuto sedersi su quella poltrona. Ne tirò le conseguenze, la mattina del 25 settembre 1979. Ancora una volta un agguato sotto casa».

Per Terranova, in effetti, non dovevano esistere “santuari inviolabili”:

«La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c’è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati».

Il 1° marzo 1978 aveva scritto una lettera sua moglie Giovanna: «Ad onore dei miei genitori voglio ricordare che i principi che mi hanno guidato in tutta la vita sono frutto della educazione da loro ricevuta e che, se in qualche misura sono riuscito ad operare bene da uomo e da cittadino, ciò lo devo soprattutto agli insegnamenti e agli esempi costanti di mio padre e di mia madre, ai quali va la mia infinita gratitudine».

Lenin Mancuso

Il maresciallo Mancuso era l’unico componente della scorta del giudice Cesare Terranova. Ma era anche il suo uomo di fiducia. Era suo amico. Aveva circa un anno in meno del “giudice comunista”.

Si chiamava Lenin, di nome, il maresciallo Mancuso. Era nato il 5 novembre del 1922, una manciata di giorni dopo la marcia su Roma, e suo padre, socialista e poi iscritto al Partito Comunista, non lo aveva chiamato “Lenin” per caso.

Nel 1943 Lenin era entrato nella Squadra mobile di Palermo. E lì lavorò fino al 25 settembre del ‘79, raggiungendo il grado di maresciallo.

Lenin Mancuso conobbe Cesare Terranova durante la guerra di mafia di cui il giudice si stava occupando. Il che portò poi alle condanne a carico di Liggio, Buscetta e Gerlando Alberti.

Aveva lavorato con il magistrato anche sul caso del mostro di Marsala, nel 1971, durante il mandato di Terranova a procuratore di Marsala, partecipando alle indagini sul triplice rapimento e omicidio di tre bambine. Del caso si occuparono anche Carlo Alberto dalla Chiesa, allora colonnello dei carabinieri – comandante della Legione Carabinieri Palermo, e il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto, anch’essi poi ammazzati da Cosa Nostra.

L’agguato e le indagini

Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, a bordo di una Fiat 131 Lenin Mancuso arrivò sotto la casa del suo amico, il giudice, per condurlo in ufficio. Il magistrato sedette alla guida; accanto a lui stava il maresciallo.

L’auto imboccò una strada secondaria, tra via Rutelli e via De Amicis. Ma era sorprendentemente chiusa per “lavori in corso”. Alcuni killer affiancarono l’auto e fecero fuoco con una carabina Winchester e con delle P 38. Terranova ingranò la retromarcia e il maresciallo Mancuso tentò disperatamente di reagire sparando con la sua pistola di ordinanza, una Beretta 131, contro il fuoco di una trentina i colpi. Il giudice morì lì, Mancuso circa 8 ore, dopo in ospedale.

Alle 9:15 una telefonata anonima, fatta a un quotidiano romano, rivendicò il duplice omicidio, attribuendolo all’organizzazione neofascista Ordine nuovo. Gli inquirenti, tuttavia, restarono sulle tracce della matrice mafiosa.

Secondo Leonardo Sciascia, amico di Terranova, il giudice era stato eliminato perché «stava occupandosi di qualcosa per cui qualcuno ha sentito incombente o immediato il pericolo».

Un anno dopo l’agguato, il 25 settembre 1980, era prevista l’apposizione di una targa di ricordo sul davanti al quale erano stati uccisi Lenin Mancuso e Cesare Terranova. Ma i condomini non vollero quella targa.

Nel 1984 Tommaso Buscetta rivelò a Giovanni Falcone che Terranova era diventato un obiettivo fin dal ’75, perché aveva ottenuto la condanna all’ergastolo di Liggio e per l’impegno speso come membro della Commissione Antimafia. Secondo investigatori e giudici, quello di Terranova fu anche un “omicidio preventivo”.

Sul sito dell’Associazione Nazionale Magistrati si legge:

«fu ucciso per stroncare la sua carriera e impedirgli di divenire Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo: Ufficio dal quale avrebbe “perseguito con forza la strategia di recidere le trame tra mafia e politica, obiettivo che contraddistinse sempre il suo operato, sia da magistrato che da politico».

Anche Francesco Di Carlo, uomo di fiducia di Bernardo Brusca, affermò che Liggio era stato il mandante dell’omicidio e indicò come esecutori materiali Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia.

Nel 1997 il procedimento riguardò altri 7 esponenti della cupola palermitana, che avrebbero autorizzato l’omicidio di Terranova: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Totò Riina e Bernardo Provenzano.

 

Antonino e Stefano Saetta

Locandina Master Mediatori familiari
Locandina Master Mediazione penale
Slide background
Slide background
Slide background
Slide background
Slide background

«Erano inquirenti, ossia conducevano le indagini, Terranova, Costa, Chinnici, Ciaccio Montalto e anche il giudice Carlo Palermo, sfuggito per caso a una bomba. Era della giudicante Saetta, presidente della Corte d’appello che di recente aveva dato tre ergastoli ai killer del capitano dei carabinieri Basile. Il messaggio è chiarissimo: stiano attenti anche i magistrati estranei a qualsiasi pool, perché, se fanno il loro dovere, rischiano di finire straziati da 47 colpi di mitra. Un esempio perfetto di azione preventiva, anche questa già messa nel conto».

Così aveva scritto Giampaolo Pansa su Repubblica il 27 settembre del 1988. Erano trascorsi due giorni dal duplice omicidio di Antonino e Stefano Saetta e uno da quello di Mauro Rostagno (che verrà ricordato su questa rubrica domani).

Il primo magistrato giudicante ucciso e il primo figlio di magistrato ucciso con il padre

Parole amare, angoscianti, quelle di Pansa. Ma non troppo distanti da quelle di Roberto Saetta, figlio di Antonino e fratello minore di Stefano il quale fece notare anche che:

«per la prima e sinora unica volta, è stato ucciso un magistrato giudicante» e che «per la prima e unica volta, insieme con il magistrato da uccidere, è stato ucciso anche suo figlio».

Antonino Saetta, classe 1922.

Era coetaneo di Lenin Mancuso, Antonino (Nino) Saetta. Era nato a Canicattì il 25 ottobre del ’22. Anche lui a ridosso della marcia su Roma. Era il terzo di cinque figli. Suo padre, Stefano, era stato un maestro elementare e sua madre, Maddalena Lo Brutto, una casalinga. Dopo la maturità classica, si era iscritto nel 1940 alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Poi era arrivata la chiamata alle armi, che lo aveva portato al corso per allievi ufficiali di complemento dell’esercito. L’8 settembre interruppe, per fortuna, la sua esperienza bellica. Laureatosi in Giurisprudenza nel ‘44, con 110 e lode, come poi molti anni dopo il suo conterraneo Rosario Livatino, vinse il concorso per Uditore Giudiziario e divenne magistrato nel 1948.

Fu mandato ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria, dove, dal matrimonio con Luigia Pantano, farmacista, anch’essa di Canicattì, nacquero i figli Stefano e Gabriella. Trasferito a Caltanissetta nel ‘55, dove nacque il figlio Roberto, poi a Palermo nel 1960, si occupò soprattutto di procedimenti civili. Dopo essere stato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca, consigliere presso la Corte d’Assise d’Appello di Genova, tra l’85 e l’86 fu Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta.

Magistrato giudicante nei processi di mafia

In quest’ultimo ruolo, per la prima volta, si occupò di un importante processo di mafia. Come abbiamo visto, si trattava quello della strage Chinnici. Tra gli imputati figuravano i vertici della mafia di quel momento. Incensurati. Il processo d’appello che egli presiedette si concluse, il 14 agosto dell’85, con una condanna che prevedeva un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto a quanto stabilito dalla sentenza di primo grado.

Saetta tornò, quindi, a Palermo, e nel ruolo di Presidente della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello seguì il processo contro Giuseppe Puccio, Armando Bonanno e Giuseppe Madonia, accusati dell’omicidio del capitano Basile. Costoro sorprendentemente erano stati assolti in primo grado, ma la corte presieduta da Saetta li condannò alla massima pena, a dispetto dei tentativi di condizionamento che vennero compiuti verso i giudici popolari, e, forse, anche su quelli togati.

Il duplice omicidio: padre e figlio

Saetta a quel punto rientrava nella ristretta rosa di coloro ai quali poteva spettare il ruolo di presidente per la corte d’appello del futuro maxi processo a Cosa Nostra. Nonostante ciò e nonostante i processi che aveva seguito, che certamente non lo avevano reso gradito alle cosche, però, Saetta non aveva la scorta.

Pochi giorni dopo il deposito della motivazione di quella sentenza di condanna, la sera di domenica 25 settembre 1988, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino, tornava con suo figlio Stefano di 36 anni, a Palermo, e percorreva a bordo della sua Lancia Thema la strada Agrigento – Caltanissetta. Era quasi mezzanotte quando il giudice sessantaseienne e suo figlio furono attaccati dai killer. Che gli spararono addosso 47 colpi di mitra.

Qualcuno ascoltò la telefonata del giudice al figlio Roberto

Roberto Saetta dichiarò:

«Mio padre mi aveva chiamato domenica sera verso le nove. Mi aveva detto di essere indeciso. Forse voleva restare a Canicattì per quella notte. Un’ora dopo mi richiamò per annunciarmi il cambiamento di programma. Solo chi ascoltò quella telefonata era in condizione di mettere a segno un piano criminale tanto perfetto. Ormai sono quasi sicuro: avevamo il telefono sotto controllo».

L’inchiesta, pur essendo subito chiara agli inquirenti la matrice mafiosa, in un primo tempo, fu archiviata a carico di ignoti. Ma nel 1995, grazie alla legge sui collaboratori di giustizia, si acquisirono nuovi elementi, forniti proprio da alcuni “pentiti”, sicché Antonino Di Matteo e Gilberto Ganassi poterono riaprireil procedimento.

Le condanne di mandanti ed esecutori.

Sono stati condannati con sentenza definitiva Totò Riina e Francesco Madonia, capi della mafia palermitana, come mandanti, e Pietro Ribisi, di una famiglia di Palma Montechiaro, come esecutore. Quindi, l’esecuzione materiale dell’omicidio, fu acclarata, era stata affidata alla mafia dell’agrigentino per ragioni di “efficacia e sicurezza operative” e per consolidare la sua collaborazione con la mafia palermitana e quella agrigentina.

Inoltre, sottolinea Roberto Saetta, per «dare un segnale di compattezza, e di risolutezza, tanto più necessario per il significato dirompente di quell’evento: per la prima volta si uccideva un magistrato “giudicante”, un organo che, per definizione, non è antagonista rispetto al reo, come lo è invece un magistrato inquirente, ma si colloca in una posizione super partes, di terzietà e di garanzia, tra l’accusa e la difesa, e pronunzia il suo verdetto, in nome del Popolo Italiano, sulla base degli elementi processuali forniti dall’una e dall’altra. Con l’uccisione di Antonino Saetta si compiva un tragico salto di qualità: chiunque amministrava giustizia, ledendo interessi mafiosi adesso avrebbe potuto sentirsi in pericolo di vita»[1].

Le parole del figlio Roberto sulle conseguenze dell’omicidio e su suo fratello

Aggiunge ancora, Roberto Saetta, che «l’effetto intimidatorio che ne scaturì negli anni successivi – effetto assolutamente voluto – fu esteso e ben evidente, come espressamente è stato scritto nella relazione finale della commissione parlamentare antimafia, presieduta dal sen. Violante, e si concretizzò in una lunga sequela di ingiustificabili assoluzioni. La gravita di quell’omicidio fu per la verità, sin dall’inizio, chiara agli operatori giuridici e alle autorità istituzionali: ai funerali di Antonino e Stefano Saetta, a Canicattì, volle partecipare, accanto al Capo dello Stato, a Ministri, a Segretari di partito, anche l’intero Consiglio Superiore della Magistratura, fatto questo che mai si era verifìcato prima, in casi analoghi, né mai si verifìcò dopo, neppure dopo le stragi del 1992. 

Ancora più sconosciuta è la figura del figlio Stefano, morto con lui, all’età di 35 anni. Talmente sconosciuta che, in quel mediocre film intitolato “II Giudice Ragazzino”, film che non è piaciuto neanche ai genitori di Rosario Livatino, Stefano viene incomprensibilmente rappresentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, quando invece era un giovane fisicamente sano, e addirittura sportivo: era un ottimo nuotatore, faceva spesso lunghe camminate, e talvolta giocava pure a calcio.

Aveva avuto dei disturbi psichici, dai quali però era sostanzialmente guarito già diversi anni prima della morte.

La conoscenza della vicenda di Antonino e Stefano Saetta è indispensabile per chiunque voglia realmente comprendere cosa sia stata la lotta alla mafia negli ultimi venti anni, e quale sia stato il livello dello scontro».

Un’amara constatazione

Sul Fatto quotidiano del 24 settembre 2018 si fa notare che nel teatro di Canicattì, dove, per ricordare Antonino Saetta e Rosario Livatino, il 22 settembre, è venuto il Procuratore Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, c’erano al massimo una quarantina di persone.

“È preoccupante l’assenza dei cittadini a un incontro come quello di oggi pomeriggio in cui si parla di legalità, giustizia e lotta alla mafia in un territorio in cui sono stati uccisi due magistrati di Canicattì ed è forte la presenza della mafia e della criminalità. Per questo su Canicattì ci sarà un’attenzione particolare del mio ufficio”, sono le parole di De Raho riportate dal Fatto quotidiano.

 

Alberto Quattrocolo

 

Fonti

Giampaolo Pansa, Due delitti annunciati, 27 settembre 1988, la Repubblica (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/09/27/due-delitti-annunciati.html)

Saverio Lodato (2006), Trent’anni di mafia, RCS Libri, Milano

Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF): http://archiviopiolatorre.camera.it/img-repo/DOCUMENTAZIONE/Antimafia/03_rel.pdf

www.associazionemagistrati.it/doc/423/in-ricordo-di-cesare-terranova.htm

http://mafie.blogautore.repubblica.it/2018/05/15/la-storia-di-una-lunga-battaglia/

www.cadutipoliziadistato.it/caduti/mancuso-lenin/

www.cosavostra.it

www.memoria.san.beniculturali.it/

www.narcomafie.it

www.solfano.it/canicatti/antoninosaetta.html

https://it.wikipedia.org/

www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/24/mafia-per-ricordare-i-giudici-livatino-e-saetta-arriva-il-procuratore-de-raho-ma-canicatti-diserta-lincontro/4644580/

[1] Antonino Saetta magistrato scomodo nemico dichiarato dei centri di potere http://www.solfano.it/canicatti/antoninosaetta.html

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.