Il 2 settembre 2015 Alan Kurdi affoga nell’Egeo insieme alla sua famiglia

Due settembre 2015. Una barca di migranti siriani affonda nell’Egeo. Qualcuno si salva, qualcuno no. Tra quest’ultimi, due bambini, due fratelli. Uno in particolare diventerà famoso nel giro di poche ore. O meglio, una foto scattata al suo corpo senza vita, steso sulla battigia di una spiaggia turca. La foto farà il giro del mondo in tutte le forme, anche incollata all’interno di una riunione ONU, a suggerire la responsabilità politica di quanto accaduto: chi ci governa non è nemmeno in grado di proteggere bambini di 3 anni dall’affogamento in un mare dove dovrebbero semplicemente andare in vacanza.

Alan era un piccolo siriano kurdo di Kobane, partito con padre, madre e fratellino a bordo di un’imbarcazione, invece che di un aereo, poiché la zia, residente in Canada, non è riuscita a porsi come garante della famiglia. Solo il padre è sopravvissuto al naufragio, vedendosi strappare via i figli dalle mani, presi di forza da quel mare che avrebbe dovuto essere la loro via di fuga da un paese martoriato da guerra e politica.

L’immagine di Ayan steso su quella spiaggia ha colpito duramente gli occhi e le menti di milioni di persone in tutto il mondo, come facilmente accade oggi. Un’altra foto ha raggiunto picchi di diffusione paragonabili in quei giorni. È la copertina di Charlie Hebdo, che utilizza l’immagine del piccolo siriano per realizzare una vignetta satirica.

Charlie Hebdo, altro nome che ha fatto il giro del mondo in brevissimo tempo, quando, il sette gennaio 2015, la sua sede parigina fu attaccata a suon di kalashnikov da dei terroristi che vendicavano l’Islam, mortalmente offeso dalle precedenti vignette della rivista.

Charlie Hebdo e Aylan Kurdi. Quattro parole che hanno tempestato i motori di ricerca di milioni di dispositivi in quei giorni. Gli autori della rivista decisero dunque di mettere Alan al centro della propria copertina. Si scatenarono le reazioni più indignate, in difesa del piccolo siriano ingiustamente attaccato: Charlie Hebdo fu accusato di sfruttare la morte di un minore al solo scopo di attirare attenzione; di essere razzista, xenofobo e moralmente abietto; di fomentare i crimini d’odio e le persecuzioni; soprattutto, di prendersi gioco di Alan e della sua morte. A nulla, o poco, sono valse le precisazioni del giornale: l’idea non era sbeffeggiare il bambino, ma puntare il dito contro la società consumistica, rappresentata dal cartellone pubblicitario di McDonald’s.

Satira. Questo è il nome cui risponde la tipologia di arte che crea Charlie Hebdo. Cosa significa satira? Cos’è la satira? Serve a qualcosa? E, se sì, a cosa? È lecita? Lo è sempre?

Facilmente si può trovare in internet una definizione di questa forma d’arte, che a sua volta può assumere molteplici forme: vignette, poesie, canzoni, film, fino ad opere magne, la Divina Commedia su tutte. Satira sono le immagini che scorgiamo tra le pagine dei giornali (web o cartacei che siano). Disegni e testi che cercano di svelare una realtà che a volte conosciamo, altre è subito svoltato l’angolo o scostato il velo che ci caliamo davanti agli occhi, perché ci fa comodo così. Per farlo, ci sono tanti modi e uno di questi è colpire il lettore (ascoltatore, spettatore ecc.) con una sensazione, scatenare in lui un’emozione, profanando ciò che c’è di sacro: se per Dante erano i papi, per la satira odierna sono le morti degli innocenti. Charlie Hebdo sferra pugni dritti nello stomaco delle persone, fa contorcere loro le budella, sperando che quella rabbia, quel disgusto, quella tristezza siano poi utilizzate per accendere neuroni e sinapsi, che dovrebbero collegare i puntini che hanno davanti agli occhi. Prendersela con i vignettisti per la rabbia che quell’immagine induce, è un po’ come prendersela con l’ambasciatore di una cattiva notizia: non dovrebbe portare pena, no?

Alessio Gaggero

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