La strage nazifascista della Benedicta

Dalle belle città date al nemico fuggimmo via su per le aride montagne cercando libertà tra rupe e rupe contro la schiavitù del suol tradito

Con queste parole si apre “I ribelli della montagna”, uno dei pochi canti originali partigiani, composto collettivamente dai soldati del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi “Liguria”; l’autore del testo, il comandante Emilio Casalini, “Cini”, fu ucciso nel corso degli eventi noti come Strage della Benedicta, avvenuta tra il 6 aprile e l’11 aprile 1944.

Fin dai primi giorni dopo l’8 settembre 1943, la zona compresa tra la Valle Stura e la Valle Scrivia (tra la Liguria e la provincia di Alessandria) ‒ e in particolare le vallate intorno al monte Tobbio ‒ furono meta di soldati sbandati e poi di renitenti alla leva fascista.

Nella primavera ‘44 vi operavano due formazioni partigiane, la III Brigata Garibaldi “Liguria” e la brigata Autonoma “Alessandria”, male armate e ancora impegnate in una delicata fase di addestramento. Anche il territorio, montagnoso e relativamente brullo, non era ottimale per le esigenze della guerriglia, salvo per la presenza di casolari che potevano offrire rifugio, tra cui, appunto, quello detto Benedicta, originariamente un monastero, dove si era insediata l’intendenza della Brigata “Liguria”.

Nonostante le difficoltà logistiche, i partigiani delle due brigate organizzarono svariati attacchi a caserme e presidi fascisti della zona, allo scopo di procurarsi armi e munizioni, e tesero diverse imboscate ad automezzi tedeschi in transito. La presenza nazifascista nella zona era legata alla necessità di controllare il Novese, scelto come quartier generale dal maresciallo Graziani, e i collegamenti stradali e ferroviari tra Liguria, Piemonte e Lombardia e tra La Spezia e Savona, porti fondamentali della zona.

Per quanto forti complessivamente di circa mille uomini, le due formazioni non costituivano per i tedeschi un pericolo immediato, poiché i loro effettivi, scarsamente armati (la maggior parte dell’armamento era costituito da fucili da caccia a pallettoni e cimeli familiari risalenti al Risorgimento), erano suddivisi in molti distaccamenti, dispersi su un territorio vasto e assai accessibile; ma avrebbero potuto diventare pericolose, per l’importanza delle posizioni occupate, nel caso di un paventato sbarco degli Alleati sulle coste liguri.

Il comando della Wehrmacht, infatti, riteneva probabile uno sbarco angloamericano nel Mediterraneo nordoccidentale, nella Francia meridionale oppure sulle coste ligure o toscana settentrionale e, in questa eventualità, i luoghi minacciati sarebbero stati quelli dotati di una buona attrezzatura portuale: Genova o Livorno. L’annientamento delle formazioni partigiane in quella zona non era necessario tanto per la loro pericolosità, quanto per l’esigenza di non avere ostacoli nell’eventualità di dover transitare con la massima celerità attraverso quelle montagne, sulle strade che collegavano il litorale con l’entroterra.

Perciò, tra il 3 e 6 aprile ’44, reparti tedeschi appoggiati da quattro compagnie della Guardia Nazionale Repubblicana italiane (provenienti da Alessandria e Genova) e da un reparto del reggimento di Granatieri di stanza a Bolzaneto accerchiarono la zona del Tobbio. Si calcola che abbiano partecipato non meno di cinquemila uomini, appoggiati da autoblindo, carri armati, pezzi di artiglieria e un aereo “Cicogna”.

Il 6 aprile iniziarono gli scontri armati e, mentre la Brigata Liguria ruppe l’assedio dividendo i propri uomini in piccoli gruppi, la Brigata Autonoma Alessandria cercò una disperata difesa alla Benedicta e a Pian degli Eremiti.

Il monastero della Benedicta, in cui si erano rifugiati gli uomini disarmati o meno esperti, fu minato e fatto esplodere. Circa centocinquanta i partigiani fucilati, sepolti in fosse comuni, e oltre duecento i prigionieri; sbandati e dispersi tutti gli altri, contro quattro morti e ventiquattro feriti lamentati dai rastrellatori.

Dei morti partigiani, trenta morirono in combattimento; gli altri, spogliati di ogni effetto personale, furono fucilati in diverse località dai Granatieri della RSI., in ottemperanza al bando emanato dal maresciallo Graziani che prevedeva per i renitenti alla leva la pena di morte da eseguire “se possibile, nel luogo stesso di cattura del disertore”; alla Benedicta, in particolare, furono fucilati settantacinque partigiani, perlopiù giovani sui 19-20 anni. Dei prigionieri, diciassette furono trasferiti nelle carceri di Genova e poi fucilati al passo del Turchino il 19 maggio successivo, come rappresaglia per un attentato contro alcuni soldati tedeschi; centonovantuno uomini vennero inviati pochi giorni dopo al campo di concentramento di Mauthausen e solo una trentina sopravvisse.

Per quegli eventi, e altri eccidi di cui fu riconosciuto responsabile, fu condannato all’ergastolo l’ufficiale tedesco a capo delle operazioni militari, il comandante delle SS Siegfried Engel, con sentenza pronunciata dal Tribunale Militare di Torino nel 1999, oltre mezzo secolo dopo la strage.

Questa paradossale dilazione temporale, connessa a ragioni di politica internazionale e interna, ha inciso pesantemente sulla possibilità di pervenire a una più chiara disamina dell’occupazione tedesca e dei rapporti tra le sue strutture di comando e la RSI, e ha contribuito alla creazione di meccanismi degenerativi di rimozione o falsificazione della memoria, in gran parte impedendo l’operazione “pedagogica” consistente nell’evidenziazione degli orrori del nazifascismo attraverso le ricostruzioni processuali, e soprattutto mediante le narrazioni, in sede dibattimentale, dei testimoni, vittime di tali orrori.

La mancanza di un processo unitario per le stragi nazifasciste ha comportato la dispersione dell’attenzione processuale nei rivoli rappresentati da vicende giudiziarie slegate fra loro, frammentate nel tempo e nello spazio: mancò una visione d’insieme e uno sforzo interpretativo volto a dar conto in una chiave complessiva dell’intero fenomeno. Eppure, già all’epoca, da parte degli Alleati fu osservato che i vari eccidi perpetrati nella nostra penisola apparivano non già frutto di ideazioni fra loro slegate, né conseguenza di ordini provenienti da comandanti sadici o crudeli, ma erano invece riconducibili entro lo schema unitario della “machinery of reprisals” (rappresaglia), al fine di terrorizzare le popolazioni civili e indurle ad abbandonare ogni collaborazione con il movimento resistenziale.

In tale ottica, venne decisa la “centralizzazione”, presso la Procura generale del Tribunale Supremo militare, di tutto il materiale investigativo raccolto fino a quel momento. Tuttavia, le elezioni amministrative dell’aprile ’46 e ancor più l’esito del referendum istituzionale del 2 giugno avevano palesato la consistenza del cosiddetto “blocco delle sinistre”, accrescendo un sentimento di timore, soprattutto da parte britannica, sull’evoluzione politica del nostro Paese.

Inoltre, si andava sviluppando un generale contrasto tra gli angloamericani, propensi alla celebrazione di processi unitari, gestiti da organi giudiziari internazionali o da Corti militari alleate, e i sovietici, favorevoli invece al riconoscimento del diritto in capo ai vari Stati di processare autonomamente i criminali nazisti responsabili di stragi commesse nell’ambito dei rispettivi territori.

Nella stessa direzione giocò il timore d’incrinare i rapporti tra il nostro Stato e la Germania Federale e di danneggiare l’immagine del popolo tedesco, che si apprestava ad assumere un ruolo di rilievo all’interno dei nuovi assetti del blocco occidentale.

Si aggiunse poi l’indisponibilità a veder processati all’estero tutti i presunti criminali di guerra italiani, tra i quali, oltre a individui che avevano ricoperto cariche significative sotto il passato regime, andavano annoverati pure personaggi che avevano un ruolo di spicco nel nuovo assetto istituzionale del Paese: non poteva apparire credibile una politica di rigore giudiziario a senso unico, concernente solo “gli altri”, i tedeschi, e non i nostri concittadini.

Va inoltre sottolineato che nella magistratura ordinaria o militare mancò qualsiasi segnale di “rottura” al momento del passaggio dal precedente regime al nuovo ordinamento costituzionale, e

l’amministrazione della giustizia si trovò ad affrontare i temi cruciali connessi alle immani e tragiche vicende del conflitto mondiale, della guerra civile […] e del crollo del regime in un contesto di sostanziale continuità con l’ordinamento giudiziario, le prassi di gestione e gli atteggiamenti culturali ereditati dal regime fascista”.

Paradossalmente, i processi celebrati dalla magistratura ordinaria nell’immediato dopoguerra a carico dei criminali nazifascisti risultarono di gran lunga inferiori rispetto a quelli concernenti i presunti illeciti commessi dai partigiani durante la lotta resistenziale.

Nel 1960 la Procura Generale presso il Tribunale Supremo Militare, al fine di dare una parvenza di legalità a una situazione di assoluto stallo investigativo, adottò provvedimenti abnormi di “archiviazione provvisoria.

Tutti gli incartamenti relativi alle stragi naziste perpetrate nel nostro Paese vennero poi rinvenuti nel 1994 nel cosiddetto “armadio della vergogna”, posto in una stanza da anni vuota e inutilizzata, e le cui ante, quasi simbolicamente, erano rivolte contro il muro.

La mancata celebrazione di processi a carico dei criminali nazisti ebbe un ulteriore effetto perverso, in quanto contribuì a determinare nell’opinione pubblica il convincimento che in guerra ogni comportamento posto in essere dal nemico possa considerarsi pienamente legittimo e che le stragi dei civili costituiscano un portato inevitabile del conflitto, sottratto all’area di competenza della giustizia.

D’altro canto i parenti delle vittime, constatando che l’apparato giudiziario non si indirizzava contro gli autori delle stragi, spesso finirono per ritenere che la responsabilità degli eccidi dovesse essere sostanzialmente attribuita a coloro che, con le loro azioni di guerriglia, avevano determinato tali cruenti reazioni. In altre parole, come scrisse lo storico Giovanni Contini,

poiché “quasi mai si erano processati e condannati i colpevoli, i superstiti furono incapaci di dimenticare, obbligati a ripensare ancora e ancora le azioni passate […] per comprendere perché la strage fosse avvenuta; crebbe così un racconto incessante, fatto di lunghe catene causali che venivano reiteratamente raccontate, con il quale si cercava di identificare il senso di quegli eventi terribili e che spesso individuò il colpevole, un capro espiatorio trovato di norma all’interno della comunità stessa. E non c’è dubbio che i partigiani, per colpire i quali spesso le stragi erano state compiute, si prestassero molto bene ad incarnare quel ruolo.”.

Silvia Boverini

Fonti:

www.it.wikipedia.org;

www.benedicta.org;

P. P. Rivello, Il processo Engel, Le Mani;

www.polcevera.net;

G. Adiamoli, “In Liguria ordinò la strage della Benedicta”,

https://ricerca.repubblica.it;

www.memoranea.it;

www.storiaxxisecolo.it

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