La guerra in casa dei cambogiani e degli americani

Il 4 maggio del 1970, improvvisamente, la Guerra del Vietnam deflagrò all’interno degli Stati Uniti, assumendo le sembianze di una sorta di guerra in casa. Da anni il popolo americano vedeva sugli schermi televisivi i reportage del conflitto in corso in Vietnam, ma quel maggio di 49 anni fa, dal Sud Est Asiatico il conflitto esplose sul suolo statunitense. Quel 4 maggio, per gli statunitensi quella divenne assai simile ad una guerra in casa loro. Divenne, cioè, una realtà incontrovertibile, e ineludibile, l’esistenza di un fronte interno, lontano migliaia di chilometri da quello in cui si fronteggiavano, da un lato, l’esercito del Nord Vietnam e le forze comuniste del Sud Vietnam sue alleate, che aspiravano all’unione del Vietnam intero in unico Stato, sotto un regime comunista, e, dall’altro, le forze armate sud-vietnamite e quelle americane. La dimostrazione drammatica, per gli americani, della tangibile esistenza di una guerra in casa loro, il 4 maggio del ’70 fu rappresentata da 13 giovani studenti colpiti da circa 65 proiettili, sparati, in 13 secondi, da 28 soldati della Guardia Nazionale, alla Kent State University dell’Ohio. Dei 4 studenti che persero la vita, uno, William Schroeder, non era coinvolto nella dimostrazione che la Guardia Nazionale era andata a reprimere. Schroeder era membro del capitolo del servizio militare universitario.

Quel lunedì 4 maggio del 1970 gli oltre mille soldati della Guardia Nazionale erano stati inviati a reprimere l’occupazione dell’università statale della città di Kent da parte di circa 3.000 studenti contrari all’invasione della Cambogia da parte delle forze armate statunitensi, avviata pochi giorni prima, il 29 aprile, dal presidente degli Stati Uniti Richard M. Nixon [1]. Anche per i cambogiani, quel conflitto combattuto al di là dei loro confini, rispetto al quale erano stati fin lì neutrali, diventava una guerra in casa loro. Le vittime cambogiane nel giro di pochi anni diventarono milioni e gli orrori crebbero fino a rivaleggiare con quelli del nazifascismo.

«La teoria del pazzo» di Richard Nixon

Quella in Vietnam per gli americani era diventata una vera e propria guerra fin dal 1965 e poco alla volta aveva iniziato a dividere il popolo americano [2]. Nixon, eletto presidente nel novembre del ’68, proprio grazie alle frustrazioni e al dissenso sul conflitto in Vietnam svoltosi sotto l’amministrazione del democratico Lyndon Johnson, su una cosa era irremovibile: non aveva nessuna intenzione di diventare «il primo presidente degli Stati Uniti che perde una guerra». E pensava che gli USA avrebbero potuto battere il Nord Vietnam non sul campo di battaglia, ma su quello psicologico. Si trattava di terrorizzare i comunisti, per indurli a sottomettersi alle sue proposte di accordo [3]. Così, in seguito, Nixon disse al Capo di gabinetto della Casa Bianca, H. R. Haldeman:

«La chiamo la “teoria del pazzo”. Voglio che i nordvietnamiti credano che ho raggiunto il punto in cui farei qualsiasi cosa pur di porre fine alla guerra. Faremo giungere alla loro orecchie, che “per Dio, sapete che Nixon è ossessionato dai comunisti. Non riusciamo a fermarlo quando è arrabbiato. E ricordatevi che tiene il dito sul bottone nucleare”, Vedrai che Ho Chi Min in persona in due giorni sarà a Parigi a chiedere la pace».

L’ambigua politica del principe cambogiano Nordom Sihanouk

Coerentemente con questa impostazione, dopo il giuramento come presidente (20 gennaio 1969), Richard Nixon decise che il suo primo obiettivo era la Cambogia. Qui, il principe Nordom Sihanouk, ottenuta l’indipendenza dalla Francia nel 1954, aveva condotto una politica alquanto ambigua e ondivaga. Confinante con la Tailandia e con il Vietnam, nemici tradizionali che più volte avevano tentato di invaderla nel corso dei secoli, la Cambogia aveva chiesto dapprima la protezione agli USA, ma quando, dalla primavera del ’65, le forze armate americane si impegnarono a difesa del Vietnam del Sud, il principe Sihanouk si avvicinò alla Cina, arrivando a rompere i rapporti con gli americani. Prevedendo la vittoria dei comunisti vietnamiti rispose positivamente alla richiesta di questi di poter usare il territorio cambogiano vicino alla frontiera con il Sud Vietnam per farvi passare armi e rifornimenti e installarvi proprie basi.

Il «diritto di caccia illimitata» a vietcong e nordvietnamiti in Cambogia e 14 mesi dii bombardamenti «di breve durata»

Il 29 dicembre del ’67, però, in un’intervista a Stanely Karnow, pubblicata sul Washington Post, Sihanouk disse che avrebbe concesso agli Stati Uniti un «diritto di caccia illimitata» a vietcong e nordvietnamiti in Cambogia, purché non venisse colpito alcun cittadino cambogiano [4]. Il presidente Lyndon Johnson, però, in quel momento era indisponibile ad estendere la guerra.

Era disponibile, invece, il suo successore, Nixon [5]. Il 17 marzo 1969, un paio di mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Nixon ordinò il bombardamento sulla Cambogia, come rappresaglia contro una rinnovata offensiva dei comunisti vietnamiti nel Sud Vietnam.

Quest’operazione, che era stata definita di “breve durata”, durò di fatto per 14 mesi ininterrotti [6]. L’efficacia dei bombardamenti americani sulla Cambogia si rivelò da subito alquanto dubbia. I nordvietnamiti parevano tutt’altro che scoraggiati. Ma questa tattica rientrava tra le ambiguità e le oscillazioni dell’amministrazione Nixon rispetto al Sud Est Asiatico: Nixon, infatti, ripeteva che, come già per la guerra in Corea, voleva raggiungere «con il Nord Vietnam una pace, sì, ma con onore»[7]. Era uno slogan che politicamente gli giovava. Il popolo americano, secondo i sondaggi, nella primavera del ’69 aveva un’elevata fiducia nelle capacità del presidente di fronteggiare la questione vietnamita [8].

L’operazione Phoenix e la crescita del dissenso interno, preludio alla successiva guerra in casa

Il 15 ottobre del 1969, però, un movimento di protesta si legò alle voci critiche sollevatesi al Senato e al Congresso da parte di membri del Partito Democratico e da repubblicani indipendenti [9]. Era un movimento moderato, portato avanti da appartenenti alla classe media e non solo da studenti e hippies [10]. Circa 250.000 persone marciarono su Washington, al seguito di diverse personalità, tra cui la vedova di Martin Luther King [11]. A motivare quelle persone era anche la rivelazione di una discutibilissima operazione della CIA, l’operazione Phoenix: funzionari, collaboratori e sostenitori dei comunisti nel Vietnam del Sud erano stati uccisi in quest’attività segreta, per un totale di 6.187. Ma tra le vittime vi erano anche semplici contadini, denunciati da vicini invidiosi. Frequente poi era stato il ricorso alla tortura.

Il discorso di Nixon sulla «maggioranza silenziosa»

Nixon reagì con un discorso, il 3 novembre, in cui, lanciò un appello al popolo americano [12].

«Questa sera, a voi, grande maggioranza silenziosa dei miei compatrioti americani, chiedo il vostro sostegno. Uniamoci per la pace. Uniamoci contro la sconfitta. Dobbiamo capire questo: i nordvietnamiti non possono sconfiggere o umiliare gli Stati Uniti. Solo gli americani lo possono fare».

Il successo del discorso di Nixon fu impressionante. Gli indici di gradimento del presidente salirono notevolmente e migliaia di lettere e telegrammi di sostegno giunsero alla Casa Bianca.

«Abbiamo cominciato a prendere a calci nel culo quei bastardi di progressisti e continueremo a farlo» (Richard M. Nixon)

Per Nixon era più di una vittoria politica. Era una vittoria personale all’interno del suo antico conflitto contro intellettuali, liberal e progressisti. Con i suoi collaboratori esultò dicendo: «Abbiamo cominciato a prendere a calci nel culo quei bastardi di progressisti e continueremo a farlo». Poi incaricò il vicepresidente Spiro Agnew di somministrare quei calci. Costui attaccò subito la stampa e i telegiornali.

Li definì «un’élite ristretta e non eletta», che «non rappresenta, ripeto, non rappresenta il punto di vista dell’America». I democratici reagirono qualificando tali affermazioni come un sollecitare «gli istinti più bassi del pubblico» [13].

Le fatali oscillazioni, e la deposizione, del principe Sihanouk e il linciaggio dei vietnamiti in Cambogia

Come reazione ai bombardamenti sulle loro basi in Cambogia, i nordvietnamiti decisero si infiltrare 12.000 guerriglieri del movimento comunista cambogiano, che avevano addestrato nel Nord Vietnam. Erano i khmer-rossi. Ciononostante, nel gennaio del 1970, Sihanouk decise di non rinunciare all’annuale cura dimagrante in una clinica della Costa Azzurra [14]. Così il suo primo ministro, il generale Lon Nol e il vice di questi, principe Sosowath Sirik Matak  – poiché le bustarelle intascate per consentire il traffico di armi verso le basi nordvietnamite cambogiane gli sembravano poca cosa rispetto a quanto avrebbero potuto lucrare da un massiccio sostegno americano -, ai primi di marzo, esortarono i giovani cambogiani a saccheggiare le delegazioni vietnamite e vietcong presenti in Cambogia. Mentre una folla di cambogiani assetati di sangue, in un’esplosione di antico odio etnico, massacrava innocenti vietnamiti residenti in Cambogia, Lon Nol e Sirik Matak, che Nixon in via riservata aveva deciso di appoggiare, fornendo loro personale della CIA e soldati cambogiani addestrati segretamente in Sud Vietnam, ordinarono ai comunisti vietnamiti di andarsene dalle loro basi cambogiane lungo il confine con il Vietnam e programmarono di deporre il principe Sihanouk. Lo fecero il 18 marzo 1970, mentre costui, dopo aver cercato vanamente un appoggio presso i sovietici, ripartendo da Mosca, stava per recarsi a Pechino.

Il sanguinoso caos cambogiano e l’invasione americana

Nel giro di dieci giorni la Cambogia era nel caos. Bande rivali cambogiane si ammazzavano tra loro, arrivando a mangiare il fegato e il cuore degli avversari assassinati. Vigilantes cambogiani, organizzati dalla polizia e da funzionari governativi, davano la caccia ai residenti vietnamiti, bambini e donne inclusi. Unità sudvietnamite, accompagnate da istruttori e consiglieri americani, penetravano segretamente in Cambogia, mentre i nordvietnamiti e i khmer-rossi nelle loro basi lungo il confine vietnamita combattevano con successo contro l’esercito cambogiano. Sihanouk, a Pechino cercò l’appoggio della Francia, ma subito dopo annunciò che avrebbe appoggiato i comunisti, cambogiani e nordvietnamiti, «per liberare la patria». Nixon, il 26 aprile superò ogni indugio e decise di procedere con l’invasione della Cambogia. Annunciò tale mossa la sera del 30 aprile in un discorso televisivo. Presentò l’operazione come una mossa tattica di secondaria importanza, tesa solo a colpire le basi comuniste in Cambogia, così da poter più velocemente concludere vittoriosamente il conflitto con i nordvietnamiti. Lo stava allargando, invece, portando la guerra in casa dei cambogiani. Mentre parlava, infatti, 20.000 militari sudvietnamiti e americani stavano attaccando le basi nordvietnamite e vietcong in Cambogia.

La sparatoria del 4 maggio alla Kent State Univerity fa dilagare la guerra in casa negli USA

Se la maggioranza degli americani continuava ad appoggiare il presidente, i politici democratici, la stampa, gli insegnanti, molti dipendenti dell’amministrazione federale, parecchi imprenditori e liberi professionisti erano angosciati e nettamente contrarsi all’estensione della guerra in casa cambogiana. L’invasione della Cambogia avrebbe dovuto essere deliberata dal Congresso, inoltre contraddiceva l’impegno di Nixon di porre fine alla guerra in Vietnam. Alla Kent State University gli studenti pacifisti tentarono di occupare l’edificio in cui venivano addestrati gli ufficiali della riserva. Il governatore James Rhodes, un nixoniano di ferro, promise ai dimostranti che li avrebbe «fatti fuori» e inviò la Guardia Nazionale per imporre l’ordine. Come abbiamo visto, persero la vita quattro giovani, di cui uno che non era un dimostrante pacifista. Quelle morti fecero esplodere la protesta in tutti gli Stati Uniti. Più di 400 università e scuole superiori furono chiuse per gli scioperi di insegnanti e studenti. Oltre 100.000 persone marciarono su Washington, circondando la Casa Bianca e altri uffici governativi. La polizia e le forze armate tornarono a sparare in altre manifestazioni, uccidendo di nuovo. Una sera, Nixon, accompagnato dal suo valletto andò al Lincoln Memorial, dove i giovani dissidenti tenevano una veglia notturna. Fece uno strano monologo, nel tentativo di esprimere loro la sua comprensione e vicinanza. Pochi giorni dopo, però, ordinò la formazione di un gruppo segreto per spiare gli oppositori, sia i politici democratici che quelli esterni al partito Democratico. Quando gli fu fatto notare che lo spionaggio interno era illegale, rispose:

«Quando lo fa il presidente, allora è legale».

Alberto Quattrocolo

 

[1] Sulla rubrica Corsi e Ricorsi abbiamo fatto riferimento alla figura di Richard Nixon nell’ambito della caccia alle streghe anticomunista, avviata nella seconda metà degli anni Quaranta e divenuta “maccartismo” dal 1950, nel post sull’elezione di John Kennedy alla carica di presidente, di cui egli era l’avversario del partito Repubblicano, nel post dedicato alla fallita invasione di Cuba, nel post sui bombardamenti nel Nord Vietnam, in quello sull’eccidio di My Lai e in quello sullo scandalo Watergate

[2] Abbiamo parlato qui, sulla rubrica, Corsi e Ricorsi, dell’incidente del golfo del Tonchino, verificatosi sotto la presidenza di Lyndon Johnson, già vicepresidente di John F. Kennedy e subentrato a questi al momento del suo assassinio il 22 novembre del 1963 (lo abbiamo ricordato qui). Johnson aveva vinto poi le elezioni del 1964, con un successo travolgente grazie al suo programma di estensione e rafforzamento del Welfare State (il programma della Great Society), ma alla fine del suo mandato lui e il suo partito, quello democratico, erano in una grave crisi di consensi. Nel marzo del 1968, a circa 9 mesi dalle nuove elezioni presidenziali, il candidato repubblicano Richard M. Nixon affermò che aveva «un piano segreto per il Vietnam». Era una balla. Non aveva alcun piano. Però, aveva compreso che l’escalation militare che Lyndon Johnson stava portando avanti era inutile, poiché la vittoria sul campo di battaglia era impossibile.

[3] Come aveva fatto con la Corea del Nord il presidente Dwight Eisenhower, di cui Nixon era stato vicepresidente. Eisenhower durante i negoziati con i nordcoreani, all’inizio del 1953, per superare lo stallo, aveva fatto sapere loro di essere disposto ad impiegare la bomba atomica se non si ammorbidivano, ottenendo un concreto progresso. Quindici anni dopo Nixon intendeva emulare il suo precedente capo.

[4] Poi nel gennaio del 1968, ripeté la stessa proposta all’ambasciatore americano in Cina, Chester Bowles, in visita ufficiale nella capitale cambogiana Phnompenh. Infatti, nel 1967, la Cina, sprofondata com’era nell’isolamento della “rivoluzione culturale” di Mao Zedong, non rappresentava più una solida protezione per il principe Nordom Sihanouk, il quale osservava con apprensione la concentrazione di forze nordvietnamite vietcong (i comunisti del Sud Vietnam che conducevano la guerriglia contro il governo filoamericano di Saigon).

[5] Costui, una settimana dopo il giuramento, ascoltò la proposta del nuovo capo delle forze armate americane in Vietnam, il generale Creighton Abrams, succeduto al gen. Westomerland. Abrams raccomandò un bombardamento aereo di breve durata sulle basi cambogiane dei vietcong, sostenendo che vi fosse il quartiere generale comunista e che nessun cambogiano abitava nei paraggi. Si seppe poi che Abrams mentiva consapevolmente: quelle aree erano popolate di civili. I cambogiani cominciavano a vivere il conflitto del Vietnam come una guerra in casa loro. Da lì a poco, la conta delle vittime sarebbe salita a livello di centinaia di migliaia

[6] Non potendo continuare a bombardare il Nord Vietnam, come aveva fatto Lyndon Johnson, per non pregiudicare i tentativi di dialogo in corso a Parigi con il Vietnam del Nord, Nixon aveva deciso di mostrare la sua faccia feroce sulla formalmente neutrale Cambogia. Naturalmente era indispensabile che i bombardamenti restassero segreti, sia per evitare una crisi internazionale che per non risvegliare il sentimento pacifista negli USA. In maggio, però, il New York Times, con uno scoop, rivelò i bombardamenti. La notizia negli USA non sollevò la reazione pubblica temuta da Nixon. Costui e il suo consigliere per la sicurezza, Henry Kissinger, però, s’infuriarono e chiesero al direttore dell’FBI, Edgar J. Hoover, di aiutarli a soffocare queste manifestazioni giornalistiche antipatriottiche. L’FBI mise sotto controllo i telefoni di 14 giornalisti e di 13 funzionari del governo. Erano i primi abusi di autorità da parte di Nixon e dei suoi collaboratori che sarebbero emersi nel corso dell’inchiesta sul Watergate.

[7] Nixon cercò di influenzare l’URSS, proponendo anche a costoro di far pervenire al Vietnam del Nord, la “teoria del pazzo”, ma i sovietici, sapendo che, senza l’appoggio sovietico, Ho Chi Min e i suoi si sarebbero immediatamente spostati verso la Cina, risposero che ad essi interessava migliorare le relazioni con gli USA «a prescindere dal Vietnam». Nixon, allora, contemplò l’alternativa della «vietnamizzazione del conflitto»: un ritiro delle truppe combattenti da Vietnam del Sud, per lasciare a questo la responsabilità della guerra in casa loro. Il che, però avrebbe inevitabilmente determinato la vittoria delle forze comuniste del Vietnam del Nord. Per scongiurare tale eventualità, il presidente aveva in programma di riempire l’esercito del Sud Vietnam di consiglieri, attrezzature, bombardieri B-52, ecc. Contemporaneamente, però, Nixon intendeva negoziare direttamente con i nordvietnamiti, escludendo dalle trattative il governo sudvietnamita, per proteggere il quale le truppe americane erano lì almeno dalla primavera del ’65A luglio di quell’anno scrisse una lettera a Ho Chi Min in cui auspicava che una conferenza tra di essi posse fine al sanguinoso conflitto, facendogli anche pervenire un ultimatum: se entro il 1° novembre non si verificava una svolta diplomatica avrebbe fatto ricorso a misure di «grande efficacia e potenza». Il 2 settembre, però, il settantanovenne leader nordvietnamita morì. E la risposta di Ho Chi Min, già malato, probabilmente non realmente sua, alla lettera di Nixon fu un freddo rifiuto. La sconfitta del Vietnam del Sud e dei loro alleati americani era per essi un dovere sacro.

[8] Il presidente, però, frustrato dall’immutabilità del conflitto, decise infine di riprendere i bombardamenti sul Vietnam del Nord, che erano stati interrotti da Johnson nel novembre del ’68.

[9] Costoro avevano proposto risoluzioni per impegnare il governo a ritirare tutti i soldati americani dal Vietnam entro la fine del ’70.

[10] Era un movimento promosso da un ex studente di teologia, il venticinquenne Sam Brown, intenzionato a radicare la protesta, declinata in termini non violenti, nelle comunità, quindi al di fuori dalle università.

[11] Vi aderirono anche diverse star hollywoodiane (Warren Beatty, Jane Fonda, Joanne Woodward, Paul Newman e Marlon Brando, tra le altre, come abbiamo visto nei post Paul Newman, un uomo oggiQuando Marlon Brando rifiutò l’Oscar perché «non siamo umani»).

[12] In quel discorso confermò la sua intenzione di negoziare la cessazione delle ostilità con il governo del Nord Vietnam, a condizione che riconoscesse quello del Sud, e contestualmente ricordò di  essere disposto ad assumere «misure forte ed efficaci» di tipo bellico

[13] Ma la reazione più significativa fu quella del movimento di protesta. Dodici giorni dopo, il 15 novembre 1969, la manifestazione ebbe un’adesione superiore a quella del mese prima. Infatti, il 12 novembre erano emersi i fatti relativi all’eccidio di civili sudvietnamiti My Lai da parte di soldati americani (l’abbiamo ricordato nel post 12 novembre 1969: il giornalista freelance Seymour Hersh scopre l’eccidio di My Lai). Da quel momento in poi, la guerra del Vietnam per una corposa minoranza degli americani diventò «la guerra di Nixon». Pochi mesi dopo divenne anche una guerra in casa, combattuta con fucili a baionette innestate nel campus di un’università statale.

[14] Sihanouk a quel tempo poteva ancora contare sulla lealtà dei contadini, agli occhi dei quali era un dio-re, per quanto s’impoverissero ogni anno di più per le sue forsennate politiche economiche, ma non più sulle classi medie di Phnompenh.

Fonti

AA.VV., NAM – cronaca della guerra in Vietnam 1965-1975, Novara, De Agostini, 1988,

Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985,

Neil Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, Milano, Edizioni Piemme, 2003

www.it.wikipedia.org

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