In Slovenia gli italiani “non ammazzavano troppo poco”

Il 1° marzo del 1942, a meno di un anno dall’invasione nazifascista della Slovenia, il generale Mario Roatta firmò la Circolare C. In applicazione di quelle disposizioni l’esercito italiano portò al parossismo le crudeltà che già avevano macchiato il trattamento riservato al popolo della Slovenia dalle autorità civili e militari italiane. Infatti, dall’estate 1942 fino all’autunno dello stesso anno, quasi 70.000 soldati italiani setacciarono un terreno di 3.000 chilometri quadrati a sud di Lubiana, radendo al suolo centinaia di paesi, massacrando gli ostaggi e imprigionando nei cosiddetti «campi del Duce» circa 30.000 persone, in gran parte donne, vecchi e bambini. La prima vittima del campo di internamento di Rab (Arbe) fu proprio un bambino, Malnar Vilijem, che era nato a Žurge presso Čabar il 22 maggio 1942. Così scrisse nella cronaca del monastero francescano di Sant’ Eufemia di Rab, il frate Odoriko Badurina:

«Ieri, 5 agosto 1942, abbiamo seppellito nel locale cimitero un piccolo angelo di due mesi, Vilijem Malnar, la prima vittima tra questi internati».

Vent’anni di “l’italianizzazione forzata”

In realtà, una parte della Slovenia soffriva da più di vent’anni sotto la dominazione del Regno d’Italia. Infatti, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, con il Trattato di Rapallo del 21 novembre 1920, furono annessi all’Italia, alcuni territori dello sconfitto Impero austro-ungarico con relativi abitanti, inclusi circa 500.000 croati e sloveni, nei cui confronti fu subito attuata una politica di “italianizzazione forzata. Vale a dire, la negazione di non pochi loro diritti fondamentali, a partire dalla limitazione dell’uso della lingua slovena e croata, sia nelle scuole che negli uffici.

L’imposizione della “superiore civiltà italiana”

Alla fine del 1922, con l’avvento del fascismo, il governo italiano assunse una condotta ancora più dura, fondata sul principio della “superiore civiltà italiana”: il divieto dell’uso della lingua serba e croata e lo studio solo dell’italiano nelle scuole, con la chiusura di quelle locali ed il trasferimento ed il licenziamento dei docenti di madrelingua slava; l’obbligo dell’italiano negli uffici pubblici; l’epurazione nei posti di lavoro pubblici; l’italianizzazione delle città, con il trasferimento in esse di migliaia di italiani; l’italianizzazione  della toponomastica e dei cognomi.

La criminale attività delle squadre fasciste e del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato

All’uso della forza, per imporre la “superiore civiltà italiana”, provvidero anche le squadre fasciste, devastando e bruciando le sedi delle associazioni culturali, politiche, sociali, economiche e sportive slave, che si opponevano alla “italianizzazione”. Ma soprattutto ci pensò il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (ne abbiamo ricordato l’istituzione e l’attività qui e qui). Quest’organo, dal 1927 al 1943, celebrò 113 processi con 544 imputati slavi, di cui 476 condannati a complessivi 4.893 anni di carcere, e con ben 33 condanne a morte (su un totale di 42).

L’invasione della Slovenia

Dopo l’invasione della Jugoslavia da parte delle forze dell’Asse nell’aprile 1941, vaste parti di territorio jugoslavo furono attribuite all’amministrazione italiana, consentendo al regime fascista di soddisfare ampiamente l’ambizione di dominare su tutte le coste adriatiche e creare un Mare Nostrum da Trieste fino alle Bocche di Cattaro [1]. Inizialmente la linea politica nei confronti della Slovenia, per usare le parole di Galeazzo Ciano, avrebbe dovuto essere «ispirata a concetti molto liberali». Ma tale ispirazione durò pochissimo. Anzi, era già poco liberale fin dal principio. Visto che, mentre a Roma i ministri pensavano che l’annessione della provincia di Lubiana doveva prevedere una larga autonomia, ma non contemplavano la concessione della cittadinanza italiana ai 330.000 abitanti, bensì la qualifica di «cittadini per annessione», militari e funzionari civili in loco tentavano una fascistizzazione accelerata della Slovenia. In effetti, molti di questi militari e funzionari avevano già mostrato tutto il loro razzismo e la loro crudeltà in Libia e in Etiopia, oltre che nella guerra civile spagnola.

La bonifica etnica nella provincia di Lubiana

La dimostrazione del fatto che nella provincia di Lubiana gli italiani abbiano tentato più che una italianizzazione forzata, un’autentica opera di pulizia etnica, non risiede soltanto nel numero impressionante di uccisi e deportati, ma anche nella Circolare 3 C del 1° marzo del ’42, che fece fare un “salto di qualità” alle crudeltà in corso.

Non “dente per dente”, ma “testa per dente”

Nella Circolare 3 C il generale Roatta dettava le linee affinché fossero spietatamente soffocati quei tentativi di rivolta che iniziavano a palesarsi in Slovenia (come del resto si

Gen. Mario Roatta

manifestavano in Dalmazia, Montenegro e Croazia) contro l’occupazione nazifascista. Per essere certo che non vi fossero dubbi sulla ferocia con cui gli italiani dovevano agire in Slovenia, Roatta ordinò

«il ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”». E specificò che ciò doveva attuarsi mediante la fucilazione degli ostaggi, la deportazione dei civili, l’incendio dei villaggi. Per essere ancora più chiaro, al punto IV della Circolare, scrisse: «il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula “dente per dente”, ma bensì in quella “testa per dente”.»

«Si ammazza troppo poco» (gen. Mario Robotti)

Sulla stessa linea di Roatta si collocavano altri ufficiali italiani, come il maggiore Agueci, secondo il quale «gli sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà».

Gen. Mario Robotti

Non più tenero era il gen. Mario Robotti, dispiaciuto perché, a parer suo, «si ammazza troppo poco». In effetti, entrambi avrebbero potuto dirsi sufficientemente appagati dalle brutalità dei loro uomini. Nella sola provincia di Lubiana furono assassinate durante l’offensiva Primavera 2.500 persone, vennero fucilati 1500 ostaggi, torturati a morte 84 civili, bruciati vivi o comunque massacrati altri 103 civili, giustiziati 900 partigiani, lasciate morire di fame e malattie nei campi di concentramento 7.000 persone. Il totale fu di 12.807 vite tolte in assoluto dispregio di ogni norma di diritto bellico. Inoltre il Tribunale Militare di Guerra condannò a morte 83 sloveni, inflisse ad altri 434 l’ergastolo e ne condannò 2.695 al carcere con pene dai 3 ai 30 anni.

Il razzismo di fondo

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Se quegli alti ufficiali italiani rivelavano una ferocia rara nei confronti degli sloveni, la truppa, quindi, non era da meno. Fra i soldati, il martellamento propagandistico sulla superiorità italiana e il costante incitamento all’odio e al disprezzo avevano generato e diffuso una rappresentazione delle popolazioni slave come barbare e subumane. Eloquente in tal senso è quanto scritto, in via riservata, in due rapporti, il 30 luglio e il 31 agosto del 1942, all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, dal Commissario civile Rosin del distretto di Longatico.

«Si procede ad arresti, ad incendi ed a fucilazioni senza un perché […] Nei paesi avvengono scene veramente orrende e pietose di donne e bambini che si trascinano in ginocchio davanti ai nostri soldati, implorando a mani giunte, seppure invano, di non incendiare le case, di lasciare vivi i loro cari. […]. Le fucilazioni in massa, fatte a casaccio, e gli incendi dei paesi, fatti per il solo gusto di distruggere (e i granatieri si sono conquistati un triste primato in questo campo), hanno incusso, sì, nella gente un sacro timore, ma ci hanno anche tolto molta simpatia e molta fiducia. Tanto più che ognuno si accorge, se non è cieco, che i soldati sfogano sugli inermi la rabbia che non hanno potuto sfogare sui ribelli […]».

«Gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», scrisse il Commissario civile del distretto di Longatico

Emilio Grazioli

Scrivendo a Grazioli, che Mussolini aveva nominato a capo di questa Provincia come Alto Commissario per le questioni civili (mentre il generale Mario Robotti, comandante dell XI armata, lo era per le questioni  militari), Rosin aggiungeva:

«La frase “gli italiani sono diventati peggiori del tedeschi”, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi».

Il Commissario civile di Longatico accusava, inoltre, le autorità militari italiane in Slovenia di vedere «un nemico in ogni sloveno» e di predicare «ai soldati la strage e la distruzione dei beni, ottenendo effetti disastrosi, specialmente a fini politici: mancando i ribelli, i reparti si dedicarono alla epurazione senza badare troppo per il sottile. Poiché il motto insegnato alle truppe è: “Ammazza e porta via tutto, perché dove prendi è ben preso».

Le osservazioni di questo Commissario fascista ricordano da vicino quelle di altri osservatori di altrettanto raccapriccianti manifestazioni di ferocia. Ad esempio, quelle del giornalista Ciro Poggiali sul massacro compiuto dagli italiani ad Adis Abeba, a partire dal 19 febbraio del 1937 (lo abbiamo ricordato qui su questa rubrica). Quelle del tenente colonnello Gherardo Pànatano sulle atrocità commesse dalle truppe italiane in Libia (le abbiamo riportate in chiusura di questo post). Quelle di Otto Bräutigam, il funzionario nazista, vicecapo dell’ufficio politico di Alfred Rosenberg, riguardo alla politica del terrore e dello sterminio svolta dalle armate tedesche nell’invasione dell’U.R.S.S. (abbiamo citato le sue osservazioni qui).

 Alberto Quattrocolo

[1] Con le conquiste effettuate nel primo anno di guerra le dimensioni dell’impero italiano, in effetti, erano considerevoli. Vittorio Emanuele III regnava sull’intero Corno d’Africa, la Libia, l’Egeo, l’Albania, il Kosovo, lo Struga, la provincia slovena di Lubiana, la Dalmazia, parte della provincia di Fiume. Inoltre le truppe italiane presidiavano il Montenegro, parte della Bosnia e della Croazia, la Grecia, una parte del sud della Francia, la Corsica e alcune zone dell’URSS. Dei 1.200.000 soldati italiani, che, alla fine del ’42, quando ormai era andato perso il territorio dell’Africa Orientale Italiana, si trovavano all’estero, più della metà, cioè 650.000, erano nei Balcani. Dopo l’aggressione alla Slovenia (6 aprile 1941) le forze dell’Asse decisero di dividersi il territorio occupato: il Reich tedesco optò per le regioni del nord (lo Stayer e la Carniola superiore), l’Ungheria per le regioni a ridosso del fiume Mura e l’Italia per le regioni che dalla Sava scendevano verso sud, verso la provincia di Fiume e verso la Croazia.

Fonti

Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2005

http://www.circologiustiziaeliberta.it/blog-gl/49-il-giorno-del-ricordo.htm

http://www.kozina.com/premik/porita4.htm

http://www.percorsistorici.it/component/content/article/23-numeri-rivista/numero-3/136-karlo-ruzicic-kessler-il-fronte-interno-l-occupazione-italiana-della-slovenia-1941-1943.html?layout=edit

http://dprs.uniroma1.it/sites/default/files/436.html

http://www.criminidiguerra.it/generaliSloda.shtml

https://it.wikipedia.org

 

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