Il naturale colore della verità

«Il naturale colore della verità»

Nell’Enrico V di William Shakespeare, il giovane re, all’inizio della seconda scena del primo atto, rivolge all’arcivescovo di Canterbury la seguente richiesta:

« (…) vi preghiamo ora di spiegarci, se, secondo giustizia e religione, la legge salica esistente in Francia, potrebbe o no precluderci la via a far valere le nostre pretese. Dio ne guardi, però, vi dico subito, che voi, mio caro e fedele signore, aggiustiate e pieghiate e snaturiate, per compiacenza, le vostre letture, così da caricarvi la coscienza di bei sofismi a difesa di titoli bastardi, la cui pretesa legittimità non sia d’accordo con il naturale colore della verità: perché Dio solo sa quanti che oggi son vivi e in salute dovran versare il sangue per sostenere quelle decisioni alle quali la reverenza vostra potrà spronarci con il suo responso. Perciò pensate ben a quali impegni voi potrete esporre questa nostra persona, e risvegliare la spada della guerra, ora assopita. Vi comandiamo nel nome di Dio, di ponderare bene il vostro avviso: perché questi due regni mai vennero a conflitto tra di loro senza che fosse sparso molto sangue; ed ogni goccia innocente di esso sarebbe come un grido di dolore, una voce d’accusa e di protesta contro chi avesse, senza giusta causa, affilato le spade a cagionar tal massacro di vite già fatte da natura tanto brevi. Con questo avvertimento, monsignore, parlate pure, e noi vi ascolteremo prendendo nota dei vostri consigli, convinti come siamo, in fondo all’animo, che tutto quanto vi uscirà di bocca ha già trovato purificazione nel lavacro della coscienza vostra, come il primo peccato nel battesimo».

Quel 13 dicembre di 15 anni fa era raggiunto lo scopo di una guerra proposta come conforme al naturale colore della verità

Quel 13 dicembre i media diffusero la notizia: la guerra, avviata secondo giustizia e religione e in accordo col naturale colore della verità, aveva conseguito il suo obiettivo.

«Missione compiuta»: era stato preso e messo in prigione il “mostro”, colui che con i suoi crimini passati e presenti e con le sue nefaste intenzioni imbrattava di sangue il naturale colore della verità e sempre di più voleva farlo, colui per eliminarle il quale si era iniziata la guerra, secondo giustizia e religione.

13 dicembre 2003, la cattura di Saddām Hussein

Saddām Hussein fu catturato, a Tikrit, il 13 dicembre 2003. La guerra era iniziata 9 mesi prima, il 20 marzo del 2003. Una guerra lampo fino a quella «missione compiuta» [1].

L’uomo che aveva dominato l’Iraq per quasi 25 anni – dal 1979 –, esercitando un potere assoluto, incluso quello di togliere, oltre che la libertà, la vita a migliaia di persone, era ridotto alla condizione fuggiasco, quando venne arrestato[2].

Venne costituito un tribunale ad hoc – il Supremo tribunale criminale iracheno –  per giudicarlo. Condannato a morte, fu impiccato tre anni dopo, il 30 dicembre 2006.

Non si fa mai la guerra sentendosi dalla parte del torto marcio

A voler ragionare in termini un po’ banali, si potrebbe osservare che, tanto a livello micro quanto a livello macro, le parti in conflitto non si rappresentano mai come se stessero dalla parte del torto. Ciascuna dice a se stessa e si propone agli altri come la parte gloriosamente installata sul versante in cui si trovano la Giustizia, il Bene, la Virtù e la Verità. Dalla parte di Dio o, almeno, laddove riluce in tutta la sua nitida schiettezza il naturale colore della verità.

Come spiega, in The Heart of Conflict, Brian Muldoon: è la convinzione di avere ragione che dà fuoco alle polveri del conflitto.

 

Il conflitto è orfano

Inoltre, e di conseguenza, nessuno degli attori del conflitto è incline a dichiararsi come colui il quale ha dato l’avvio alle ostilità. Vi sono delle scene efficacissime in No Man’s Land (2001, di Danis Tanović) che pongono efficacemente in evidenza come nessuna delle parti contrapposte fosse disposta a dichiararsi responsabile dell’inizio della guerra serbo-bosniaca [3].

Il conflitto è orfano, più prosaicamente e immodestamente, è uno dei primi spunti di riflessione proposti dal sottoscritto nelle fasi iniziali di ogni corso formativo, sulla base di quanto osservato sia nella gestione dei servizi di “Ascolto e Mediazione dei Conflitti” dell’Associazione o nello sviluppo di gran parte dei progetti da essa svolti (siano essi di mediazione familiare o mediazione penale, di gestione dei conflitti in ambito aziendale, sanitario…), sia nell’ambito delle proprie esperienze personali.

Del resto, è esperienza comune che i soggetti – individuali o collettivi – intenti a confliggere si descrivono invariabilmente come coloro la cui presenza nel conflitto non è frutto di una libera scelta, ma di una costrizione o di una scelta grandemente vincolata dalla malvagità e pericolosità della controparte. La propria partecipazione all’evento bellico viene, quindi, proposta come un fatto di natura reattiva. È la reazione all’attacco conflittuale altrui o ad un’altra condotta ingiusta, dannosa o pericolosa, posta in essere dall’altro.

Tornando a Saddām…

Tornando a Saddām Hussein, è noto a tutti che il rais era un dittatore sanguinario e che il suo regime era di una perversità e di una ferocia rare. Tanto che riesce perfino difficile quantificare le vittime irachene degli orrori del suo dispotismo: si stima che siano state all’incirca 250.000. È, a dire il vero, appena un po’ più semplice quantificare la copiosità del sangue che ha fatto versare ad altri popoli: la lunga (8 anni, tra il 1980 e il 1988) guerra contro l’Iran, ad esempio, costò la vita a circa mezzo milione di iraniani – ma vi è chi sostiene che furono quasi un milione -, e altrettanti iracheni [4]. Nell’ambito di tale conflitto, il rais non ebbe remore nel fare ricorso all’uso di armi chimiche sia verso i combattenti iraniani sia nei confronti dei curdi iracheni, i quali subirono nella città di Halabja la morte istantanea di 5.000 civili e la menomazione di altri 10.000, senza che ciò desse luogo alcuna sanzione internazionale verso il governo di Bagdad. Sanzioni che vi furono, invece, allorché Saddām Hussein, nell’agosto del 1990, attaccò il Kuwait, innescando la Prima Guerra del Golfo [5]. Per quanto clamorosamente persa dall’Iraq, neppure quest’altra disperata impresa bellica mise fine alle politiche sanguinarie del dittatore né attenuò le sofferenze del suo popolo[6].

Nonostante tutto ciò, oggi risulta davvero arduo affermare che la coalizione dei volenterosi (coalition of the willing), come la definì George W. Bush, fosse collocata laddove risalta il naturale colore della verità. Infatti, a fondamento dell’invasione dell’Iraq al fine di rovesciarne il regime non venivano posti gli orrori commessi da Saddām sul suo popolo, bensì ulteriori motivi, posti come cause principali dell’intervento, mentre le atrocità sui curdi e le nefandezze della sua guardia repubblicana costituivano elemento di rincalzo nell’opera di persuasione dell’opinione pubblica interna e internazionale.

Il naturale colore della verità è la prima vittima del conflitto

Da sempre, dai tempi della clava, la prima vittima della guerra è la verità. E la Seconda Guerra del Golfo non fece eccezione alla regola. Anzi, ne costituì una formidabile conferma. Pochi altri conflitti di tale portata furono basati su una tale complessa, articolata opera di metodico e insistito offuscamento del naturale colore della verità.

Le ragioni della guerra che, però, avevano un naturale colore della verità assai sbiadito

La guerra fu intrapresa sulla base di due premesse: i fautori della guerra sostenevano che il regime di Saddām Hussein, in violazione delle risoluzioni dell’ONU, era ancora impegnato nella costituzione di un arsenale di armi di distruzione di massa [7]; l’Iraq, secondo costoro, collaborava con vari gruppi terroristici e avrebbe potuto fornire ad essi armi atomiche da impiegare in un attentato. Il vicepresidente Cheney, in particolare, arrivò a sostenere che esistevano indubitabili riscontri su legami fra al-Qāʿida e l’Iraq. E lo stesso Bush, per quanto stesse attento a non essere mai altrettanto esplicito sul punto, fece diversi riferimenti impliciti a questo legame, inducendo ad una costante associazione tra l’11 settembre 2001 e Saddām Hussein [8].

Argomenti non dissimili furono utilizzati all’interno dei rispettivi Paesi dagli alleati degli USA. In Italia furono il governo Berlusconi e la sua maggioranza di centrodestra (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, CCD-CDU/UDC, NPSI, PRI) a proporre tali contenuti al Parlamento e al popolo italiano. Nel Regno Unito, governato dal laburista Tony Blair, che per l’amministrazione Bush rappresentò il più forte e convinto alleato, fu soprattutto il Primo Ministro a perorare con determinazione inesorabile la legittimità dell’intervento bellico in Iraq, ribadendone costantemente il suo accordarsi con il naturale colore della verità.

O con la «coalizione dei volenterosi», o con il sanguinario Saddām Hussein

Quindici anni fa non c’era posto nel dibattito pubblico per le vie di mezzo. Essere pacifisti era un’eresia, dubitare della legittimità delle ragioni della guerra, del loro accordarsi con il naturale colore della verità, significava essere traditori. In particolare, fu davvero radicale e proposta in maniera martellante l’attività di delegittimazione, da parte delle diverse forze politiche di governo negli USA, in Italia e negli altri Paesi schierati con Bush e Blair, sia contro quella parte di opinione pubblica avversa all’invasione, o dubbiosa sulla sua legittimità e preoccupata per le conseguenze,  sia nei riguardi dei movimenti di protesta e dei partiti avversi all’intervento armato [9].

Il conflitto, si sa, non ammette mezze misure e, anche in quel caso, non furono ammesse. Chi protestava – ed erano centinaia di migliaia di persone tanto in Europa che negli altri continenti – veniva tacciato nella migliore delle ipotesi di essere un idealista, ingenuo e involontariamente alleato del sanguinario despota iracheno. A nulla valevano gli argomenti razionali, morali o giuridici di chi riteneva pericolosa e avventata l’avventura irachena e discutibili le ragioni che venivano poste a suo fondamento[10]. Costantemente il dissenziente veniva posto di fronte ad argomenti pesantissimi: da un lato, gli oggettivi orrori di cui aveva dato prova il governo di Bagdad e, con efficacia dialettica ancora più soverchiante, le sataniche intenzioni che lo animavano riguardo agli arsenali proibiti e ai legami con al-Qāʿida; dall’altro, la gratitudine dovuta al popolo e al governo americano che sessant’anni prima aveva liberato l’Europa da Adolf Hitler e da Benito Mussolini e poi l’aveva aiuta a risollevarsi dalla devastazione bellica, difendendola anche dal comunismo. Frequente, infatti, nella narrazione dei sostenitori della guerra era il parallelo tra l’Iraq e la Germania nazista. E non a caso, Bush espressamente e ripetutamente affermava che Saddām Hussein costituiva un attuale pericolo l’intero mondo occidentale [11].

Il tardivo, anche se rapido, ritrovamento del naturale colore della verità

In realtà, in breve tempo, i più importanti argomenti proposti a fondamento della guerra contro il regime di Saddām Hussein si rivelarono di inconsistenza rara: alcuni, i principali, erano del tutto falsi, altri, quelli presentati per persuadere i sostenitori dei diritti umani, si rivelarono ingenui o distorti. Il tempo, invece, confermò la gran parte delle tesi e dei dubbi proposti dagli oppositori, radicali e moderati, dell’invasione.

Le squadre di ricerca americane, infatti, immediatamente dispiegate nel Paese appena conquistato, malgrado le ricerche spasmodiche, non trovarono che quantitativi irrilevanti di armi di distruzione di massa. E, come previsto da molti, i legami del rais con al-Qāʿida e con il terrorismo islamico restarono non dimostrati. L’abbattimento del regime e le successive elezioni irachene non portarono ad una vera democrazia, come invece avrebbe dovuto certamente accadere secondo le previsioni dei sostenitori della guerra, né alla nascita di un governo abbastanza forte e legittimato dal consenso popolare da riuscire a gestire i conflitti interni [12].

Il rapporto Chilcot che ci riavvicina al naturale colore della verità

Per quanto riguarda le menzogne dell’amministrazione Bush una sintesi efficace è costituita da un  video vedibile su Youtube, mentre per quanto riguarda quelle proposte al suo Paese e alla comunità internazionale da Tony Blair si può dare un’occhiata al rapporto proposto al termine dell’inchiesta ufficiale guidata da sir John Chilcot e avviata nel 2009, su disposizione del premier Gordon Brown, succeduto a Blair, nel 2007, sia come leader del partito laburista che come primo ministro. I 12 volumi del rapporto Chilcot, a conclusione di questa inchiesta governativa durata sette anni anziché uno, costituiscono una valutazione, che non concede attenuanti, sull’operato dell’amministrazione britannica rispetto alla guerra in Iraq. Il rapporto Chilcot, infatti, acclarò che Tony Blair aveva «deliberatamente ingigantito» la pericolosità dell’Iraq, poiché, in base agli accordi presi con George W. Bush, doveva garantirgli un sostegno «in qualsiasi modo» [13]. Inoltre, l’invasione, come prevedibile al momento della sua deliberazione, afferma il rapporto Chilcot, non aveva portato al raggiungimento degli obiettivi prefissati di stabilire una condizione di pace e ridurre la minaccia di attacchi terroristici.

Quindici anni dopo il naturale colore della verità continua ad essere quello del sangue continuamente versato

A 15 anni dall’intervento, non soltanto l’Iraq non si è ancora ripreso, la violenza continua a dominare in ampie zone del paese e il terrorismo jihadista è cresciuto fino a svilupparsi in Siria [14].

Il sedicente Stato Islamico

Come spiega Andrea Lanzetta, la caduta del regime, insieme con la decisione americana di sciogliere sia il partito Baath che le formazioni militari e paramilitari, come moltissimi analisti imparziali avevano previsto, determinò la repentina slatentizzazione delle antiche rivalità tra la comunità arabo-sciita (numericamente maggioritaria e insediata nel sud ricco di petrolio) e quella arabo-sunnita (da sempre culla della classe dirigente irachena e numericamente prevalente nelle forze armate e nella Guardia repubblicana), la quale subito si tradusse in una sanguinosa rivolta sunnita contro l’invasione, e generò quell’impressionante sviluppo terroristico che oggi ben conosciamo e che l’invasione, era stato detto, avrebbe stroncato per sempre.

Milioni di sfollati e di profughi

Secondo un rapporto del Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University, dal 2003 al 2007 gli attacchi terroristici in Iraq sono passati da 78 a 204, provocando la morte di 13.000 civili nel 2007. E se tale numero è calato di oltre l’82% tra il 2008 e il 2012, è poi risalito a 10.000 vittime sia nel 2014 che nel 2016, per scendere 4.269 uccisi nel 2017 [15]. Inoltre gli scontri esplosi dal 2014 tra vari gruppi armati e le forze fedeli al governo iracheno hanno prodotto più di 5 milioni di sfollati interni in Iraq (quasi 2 milioni sono ancora nei campi profughi) e ha spinto almeno 360.000 iracheni a rifugiarsi nei paesi vicini e altri 270.000 a chiedere asilo in Occidente. Infine, ricorda Lanzetta, la terribile fragilità dell’Iraq e della Siria «ha favorito l’intervento e l’influenza iraniana, sia sui gruppi armati e politici locali che nei rapporti tra i governi» [16].

Non fu rispettando il naturale colore della verità che venne deciso di cagionar tal massacro di vite già fatte da natura tanto brevi

Parafrasando le ultime parole del passo di Shakespeare citato in apertura, procura un certo disagio il chiedersi se Bush, Blair, Berlusconi, Aznar e gli altri leader possano affermare che tutto quanto gli uscì di bocca allora avesse già trovato purificazione nel lavacro della coscienza loro, come il primo peccato nel battesimo.

Quella di Saddām Hussein era una dittatura spietata, ma non fu per esportare la democrazia in Iraq, né per impedirgli di usare inesistenti armi di distruzione di massa o per impedirgli di sostenere un’organizzazione terroristica jihadista (che non sosteneva), che fu deciso di cagionar tal massacro di vite già fatte da natura tanto brevi [17].

 

Alberto Quattrocolo

Fonti

Andrea Lanzetta, A che punto è la guerra al terrorismo lanciata da Bush, 14 novembre 2018, www.tpi.it

Mitchell C., The structure of International Conflict, MacMillian, 1981, London

Muldoon B., The heart of conflict, G.P. Putnam’s Sons, 1996, New York

Maria Grazia Rutigliano, L’Iraq, l’instabilità e la corruzione, 5 dicembre 2018, www.sicurezzainternazionale.luiss.it

War in Iraq: Not a Humanitarian Intervention, Human Rights Watch, 26 January 2004.

www.documenti.camera.it/Leg14/BancheDati/ResocontiAssemblea/sed283/s030.htm

www.internazionale.it

www.watson.brown.edu

www.wikipedia.org

[1] In realtà già il 1º maggio 2003, il presidente Bush, a bordo della portaerei Abraham Lincoln, avendo alle spalle uno striscione con sopra scritto Missione Compiuta (Mission Accomplished) dichiarò la conclusione delle operazioni militari su larga scala in Iraq.

[2] I suoi figli, di 37 e 39 anni, erano già stati uccisi mesi prima dai soldati statunitensi. Il 22 luglio, infatti, ʿUday e Quṣayy Hussein si trovavano in una casa di Mosul, dove furono sorpresi da paracadutisti della 101ª Divisione Aviotrasportata e membri d Delta Force della Task Force 20. Anche il figlio quattordicenne di Quṣayy fu ucciso. L’incursione non era avvenuta per caso. Gli americani avevano ricevuto una soffiata. Il loro padre, Saddam, fu catturato quasi 5 mesi dopo, a Tikrit, sua città natale, già caduta il 15 aprile.

[3] Quando è il miliziano bosniaco a puntare l’arma sul soldato serbo, toccherà a questi ammettere di essere stati i serbi quelli che hanno iniziato la guerra; quando sarà il bosniaco a trovarsi nella stessa posizione gli toccherà dichiarare che è stata la Bosnia a dare il via alla guerra.

[4] Tale conflitto si inseriva nel quadro di un allontanamento del suo regime dall’iniziale posizione filo-sovietica dei suoi predecessori e di un avvicinamento agli Stati Uniti, inteso a costituire con la Giordania e l’Egitto di Hosni Mubarak un “asse arabo moderato”. La guerra contro l’Iran venne condotta da Saddām Hussein  con un rilevante appoggio di diversi Paesi, tra i quali in prima fila, proprio gli USA.

[5] L’ONU intimò all’Iraq il ritiro delle truppe dal territorio kuwaitiano da esse invaso, entro il 15 gennaio ’91. Ma il rais lasciò scadere l’ultimatum, pur conscio del fatto che gli Stati membri delle Nazioni Unite da quel momento sarebbero stati autorizzati a ricorrere ad ogni mezzo possibile per restituire la sovranità al Kuwait (uno stato verso il quale l’Iraq, fra l’altro, l’Iraq aveva un debito di 10 miliardi di dollari, ottenuti proprio a supporto della guerra contro l’Iran dell’ayatollah Khomeini). La notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991, infatti, una coalizione guidata dagli Stati Uniti e formata da 35 Stati avviò la campagna aerea contro l’Iraq e le truppe irachene nel Kuwait. Il presidente americano aveva dichiarato che con quei bombardamenti l’Iraq sarebbe stato riportato all’età della pietra. Esagerava, ma non troppo. Di fatto, la campagna aerea sortì gli effetti previsti in così breve tempo che l’operazione Desert Storm passò rapidamente alla fase terrestre. Le truppe della coalizione, guidate dal generale Norman Schwarzkopf misero in rotta l’esercito iracheno in meno di quattro giorni. Il 27 febbraio il presidente statunitense George W. Bush annunciò che il Kuwait era stato liberato

[6] Rassicurato dal fatto che la coalizione, guidata dagli USA non intendeva porre fine al suo regime, Saddām Hussein volse la sua attenzione alle rivolte interne dei musulmani sciiti e alle aspirazioni separatiste dei curdi. La repressione verso entrambi i gruppi fu feroce: almeno 60.000 morti. Anche l’embargo proclamato dalle Nazioni Unite provocò sofferenze pesantissime agli iracheni. Tanto che ne l’ONU, visti anche gli studi sul numero di vittime tra la popolazione dovute all’embargo tra la popolazione, il 13 dicembre del 1996 avviò il programma Oil for food (cioè, petrolio in cambio di cibo) per contenere gli esiti infausti delle sanzioni. Oil for food fu chiuso dopo la caduta del regime: si apprese che tanta parte dei fondi era stata distratta dal dittatore per un vasto sistema di tangenti e di sovrapprezzi coinvolgente esteso numero di compagnie internazionali che trafficavano, a dispetto dell’embargo, trafficavano con lo stato iracheno.

[7] Baghdad, dichiarò a più riprese George W. Bush, fin dal 2002, possiede armi chimiche e biologiche ed anche missili di gittata superiore a quella permessa dalle restrizioni imposte dall’ONU ed è probabile che arrivi a possedere armi nucleari entro il 2010.

[8] In questa prospettiva si voleva che venisse interpretato il presunto traffico di materiali nucleari tra il Niger e l’Iraq, poi rivelatosi, però, del tutto infondato.

[9] Impressionanti manifestazioni contro la guerra si svolsero in tutto il mondo, a cominciare dal Nord America e dalla Gran Bretagna nel settembre del 2002, cioè già nella fase in cui gli USA tentavano di persuadere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (vedi nota successiva) ad autorizzare l’invasione dell’Iraq. Nelle piazze si scandiva che quella era una «una guerra per il petrolio» e che non si era disposti a credere che i reali motivi dell’intervento militare fossero quelli comunicati dal governo americano e dagli altri. Nel gennaio 2003 le manifestazioni di protesta si svolsero in moltissime metropoli (Roma, Parigi, Oslo, Rotterdam, Tokyo, Mosca…) e il 20 marzo, nel primo giorno di guerra, milioni di persone manifestarono in tutto il mondo. Per quanto imponenti per diffusione e dimensioni oceaniche tali proteste non ostacolarono in alcun modo i propositi bellici delle amministrazioni statunitense e britannica.

[10] Gli USA avevano ottenuto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’approvazione unanime della risoluzione 1441 dell’8 novembre 2002, con la quale si offriva all’Iraq un’ultima possibilità per rispettare i propri “obblighi in materia di disarmo”, a pena di “serie conseguenze” nel caso cui non fossero state rispettate le scadenze entro le quali il disarmo sarebbe dovuto procedere. L’Iraq aveva accettato la risoluzione e permesso il ritorno degli ispettori, concedendo loro anche quell’accesso illimitato ai “siti presidenziali” precedentemente negato. I capi degli ispettori dell’ONU, Hans Blix e Muḥammad al-Barādeʿī, presentarono un primo rapporto il 30 gennaio 2003, nel quale Blix sostenne che l’Iraq non aveva del tutto accettato i propri obblighi, per quanto non avesse posto ostacoli diretti alle ispezioni, mentre per al-Barādeʿī (il capo dell’AIEA e l’incaricato della distruzione del programma nucleare) era assai verosimile che l’Iraq non avesse un programma atomico degno di nota. Entrambi gli ispettori chiesero più tempo per produrre una valutazione completa e definitiva. I successivi rapporti di Blix e al-Barādeʿī (del 14 febbraio e del 7 marzo) espressero valutazioni più favorevoli all’Iraq, indicando rilevanti progressi nelle ispezioni, anche se secondo Blix, sarebbero stati necessari parecchi mesi di ispezioni per venirne a capo. Tali rapporti, associati all’annuncio della Francia un suo probabile veto presso il Consiglio di Sicurezza, tolsero fiducia agli anglo-americani circa la possibilità di ottenere un’ulteriore risoluzione dell’ONU che autorizzasse in maniera esplicitamente l’invasione. Gli USA, infatti, appurarono, che nonostante le forti pressioni esercitate, solo 4 dei 15 Stati presenti nel Consiglio (USA, Regno Unito, Spagna e Bulgaria) erano intenzionati ad approvare la risoluzione, quindi Bush e Blair decisero di non proporre una nuova risoluzione al voto. Bush giunse a dichiarare che la diplomazia aveva fallito.

[11] L’amministrazione Bush poteva contare su un elettorato (prevalentemente repubblicano) in maggioranza favorevole alla guerra, visto che in termini propagandistici la sua perorazione era dalla propaganda governativa strettamente ricondotta agli attacchi dell’11 settembre 2001; mentre i governi italiano e spagnolo, politicamente, sapevano di potersi permettere di appoggiare l’invasione a dispetto dell’opposizione in Parlamento e nelle piazze. Attraverso i diversi mezzi di comunicazione si erano assicurati, infatti, che la decisione presa fosse approvata più o meno freddamente da una parte rilevante dei loro elettori. In particolare, erano riusciti a far sì che la protesta contro la guerra venisse interpretata come una mossa politica messa in atto da un’opposizione eticamente incapace di rispondere positivamente agli appelli all’unità della nazione e moralmente ingrata oltre che pregiudizialmente ostile, per il proprio lontano passato filosovietico, verso gli americani, cioè verso quel popolo che, versando il proprio sangue dalle spiagge del nostro Meridione e della Normandia fino alla Cecoslovacchia, aveva liberato l’Europa dal nazifascismo.

[12] Il “nuovo” Iraq ha continuato a vivere sull’orlo del baratro, tra l’intensificarsi dei conflitti fra i vari gruppi etnici e religiosi e il ruolo centralissimo svolto nelle vicende del sedicente Stato Islamico; tra il protagonismo di partiti religiosi con esplicite e caratterizzanti tendenze teocratiche e anti-occidentali, appena modulate per ragioni di interesse, e un livello di corruzione tale da renderlo uno dei Paesi più corrotti del Pianeta.

[13] In virtù di ciò, quindi, aveva presentato un rapporto al Parlamento che esasperava le minacce provenienti dall’Iraq, andando ben oltre le informazioni ricevute dall’intelligence. I servizi segreti, infatti, non avevano prove che Saddam Hussein fosse ancora in possesso di armi di distruzione di massa. Anzi, da questo punto di vista, la Libia, la Corea del Nord e l’Iran erano paesi assai più pericolosi in ordine alla proliferazione di armi chimiche, biologiche e nucleari.

[14] Infatti, la rivolta sunnita contro l’invasione fece proliferare il terrorismo soprattutto nella parte ovest dell’Iraq, mentre la decisione di Paul Bremer, a capo dell’amministrazione dell’occupazione, di sciogliere sia il partito Baath che le formazioni militari e paramilitari (quali la Guardia repubblicana) costituite soprattutto da arabo-sunniti, spinse queste truppe addestrate ed esperte ad aderire prima alla rivolta prima e poi al terrorismo. E queste formazioni, spesso finanziate da paesi del Golfo arabo, si accostarono sempre di più al jihadismo. Tanto che a Fallujah, sede di una sanguinosa rivolta del 2004 contro le forze di occupazione, operava Abu Musab al-Zarqawi (quel terrorista giordano, legato ad al-Qāʿida che per primo procedette alla decapitazione degli ostaggi e alla diffusione dei relativi video su internet) dalla cui organizzazione sorse nel 2014 il sedicente Stato Islamico. Il quale, approfittando della guerra civile in corso in Siria, provvide a costituire a cavallo dei due paesi il cosiddetto Califfato, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi. E il Califfato raccolse un vasto consenso proprio tra i sunniti iracheni, decisi a ribellarsi al governo di Baghdad, visto come espressione dell’antico rivale sciita.

[15] Secondo un rapporto pubblicato il 12 novembre dall’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite, almeno 6 città irachene del nord ovest sono state completamente distrutte nel solo conflitto contro l’Isis

[16] Un rapporto pubblicato il 9 ottobre da un gruppo di lavoro sull’Iran del dipartimento di Stato degli Stati Uniti rivela che dal 2012 a oggi, Teheran ha speso oltre 16 miliardi di dollari per finanziare milizie e governi alleati impegnati nelle guerre in Iraq, Siria, Libano, Palestina e Yemen. I fondi destinati alle formazioni siriane e irachene hanno sostenuto in massima parte gruppi nati solo dopo l’intervento occidentale in Iraq.

[17] Tra le vite perdute vanno calcolate naturalmente anche quelle degli occupanti. Gli USA che nel 2003 avevano schierato 150.000 soldati, saliti a 171.000 nel 2007, sono certamente il paese che ha subito le perdite maggiori, cioè 4.520, contro le 180 del Regno Unito. Gli italiani uccisi sono stati 33, mentre 23 sono stati i morti del contingente polacco, 18 di quello ucraino. La Bulgaria e la Spagna hanno avuto rispettivamente 13 e 11 morti.

 

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