Il massacro fascista dei cristiani etiopici a Debra Libanos

Il monastero cristiano copto di Debra Libanos, fondato nel XIII secolo, a circa 80 km da Adis Abeba, la capitale dell’Etiopia, divenne tristemente noto per via delle efferatezze della violenza fascista degli occupanti italiani. Il villaggio conventuale di Debra Libanos, infatti, tra il 21 e il 29 maggio 1937, entrò nella storia, nelle pagine più nere del colonialismo europeo in Africa, ma una storia che noi italiani non volemmo – e non vogliamo – conoscere né ricordare e ancor meno vogliamo (e ci fanno) studiare a scuola. Applicando un programma di sterminio, infatti, le truppe coloniali italiane, comandate dal generale Piero Maletti, per ordine del viceré, di Etiopia Rodolfo Graziani, massacrarono gli appartenenti alla chiesa copta etiopica presenti nella città conventuale di Debra Libanos. L’obiettivo della strage non era soltanto il conseguimento della sottomissione definitiva della chiesa cristiano copta e di quei pochi membri non trucidati e non ancora deportati della classe dirigente etiopica.

«Passi pertanto per le armi tutti monaci indistintamente, compreso vice-priore»

Il 19 maggio 1937, le truppe coloniali italiane avevano circondato la città-convento di Debra Libanos. Alle sette di sera, il generale Maletti ricevette da Rodolfo Graziani, nominato, un anno prima, il 20 maggio 1936, dal Capo del Governo, Benito Mussolini, viceré, governatore generale e comandante superiore delle truppe di occupazione, un telegramma. A Maletti veniva ordinato di uccidere «tutti [i] monaci indistintamente, compreso [il] vice-priore».

Il telegramma si chiudeva con la richiesta del viceré al generale di dargli conferma dell’esecuzione dell’ordine e di comunicargli il numero delle persone trucidate. Contemporaneamente, il viceré Graziani assicurò l‘ex ministro delle Colonie, diventato Ministro dell’Africa Italiana, Alessandro Lessona, che le esecuzioni sarebbero state

«effettuate in luoghi isolati e che nessuno – ribadisco: nessuno – può esserne testimone».

L’esecuzione fascista di 320 etiopici colpevoli di essere cristiani

Il generale Maletti, quindi, cercò un luogo adatto, in prossimità della città conventuale di Debra Libanos, che si prestasse alla comoda realizzabilità del massacro e alla sua segretezza. Maletti trovò quanto faceva al suo caso nella località di Laga Wolde, una spianata disabitata e raggiungibile dai camion, chiusa ad ovest da cinque colline e ad est dal fiume Finche Wenz. Separati sommariamente i religiosi dagli occasionali pellegrini, il 21 maggio, Maletti alle 13,00 in punto comunicò di aver fatto fucilare 320 persone. Due ore e mezza dopo il viceré Graziani fece arrivare a Roma un telegramma in cui assicurava che il plotone d’esecuzione aveva tolto la vita a «297 monaci, incluso il vice-priore, e 23 laici sospetti di connivenza».

 Un plotone d’esecuzione di religione musulmana

Per il massacro Maletti non si era servito degli eritrei arruolati nelle truppe coloniali italiane, essendo questi di religione cristiana. Il governo fascista aveva usato le truppe eritree, cristiano copte nella repressione della resistenza in Libia, approfittando, esaltando e strumentalizzando il loro odio religioso nei confronti dei resistenti libici (lo abbiamo ricordato nel post L’uso fascista dell’ odio religioso in Africa). Campione assoluto di questa operazione spregiudicata e criminale era stato Graziani, stimolato ed entusiasticamente sostenuto da Mussolini [1].

Nell’aprile del ’37, Graziani aveva scritto al generale Pietro Maletti:

«I mussulmani in tutto Impero debbono rappresentare nostra riserva di fronte qualsiasi movimento insurrezionale dello elemento copto. (…) Occorre perciò fin da ora curare l’elemento mussulmano et poi, se proprio occorra, impiegarlo anche in situazione attuale costituendo bande et battaglioni di sicuro rendimento».

Così, Maletti, per la realizzazione del bagno di sangue di Debra Libanos, impiegò gli ascari libici e somali, di fede musulmana, e, come scrisse, «i feroci eviratori galla della banda Mohammed Sultan: 1.500 uomini armati di pugnale, di lance e di vecchi fucili, agili come scimmie, liberi da ogni vincolo formale tattico e guidati dal loro istinto infallibile».

Furono pertanto gli ascari islamici a scaricare dai camion 320 esseri umani, a farli sedere lungo l’argine del fiume in secca, allineati, con la schiena rivolta verso il plotone di esecuzione. Poi facevano fuoco, e un ufficiale italiano sparava un colpo di grazia, vicino all’orecchio, a quelli che erano rimasti in vita.

Nessuno fu risparmiato

Qualcuno di coloro che si trovavano a Debra Libanos, però, era stato risparmiato fino a quel pomeriggio del 21 maggio 1937. Come relazionò Graziani al ministro Lessona, erano stati «risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine». Costoro erano stati rinchiusi nelle chiese di Debra Berhàn, mentre il convento di Debra Libanos era stato chiuso. Tre giorni dopo, però, il viceré Graziani ordinava a Maletti di procedere alla «liquidazione completa». Maletti, allora, fece scavare due fosse in località Engecha, a pochi km da Debra Berhàn e il 26 maggio faceva a pezzi con le mitragliatrici 129 diaconi. Come scrisse Angelo Del Boca, «martiri giovanetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani».

Le vittime furono di più, molte di più.

In realtà, però, non furono ammazzate soltanto le persone indicate nei rapporti ufficiali. Uno studio dei professori Ian l. Campbell e Degife Gabre-Tsadik, condotto tra il 1991 e il 1994 provò che il 21 maggio erano state ammazzate tra le 1.000 e le 1.600 persone. Inoltre, un successivo studio, completato nel ’98, evidenziava che il 24 maggio a Engecha oltre ai diaconi di Debra Libanos, inizialmente risparmiati, erano state ammazzate altre 276 persone, fra insegnanti, studenti di teologia, monaci e sacerdoti appartenenti ad altri monasteri cristiani. Sicché il totale del massacro del 24 maggio sarebbe di 400 e quello complessivo ammonterebbe ad una cifra oscillante tra 1.423 e 2.033 vittime. Questa macabra contabilità va, poi, integrata, con i massacri compiuti nei giorni immediatamente precedenti da Maletti nella sua marcia su Debra Libanos. Infatti, ricevuto l’ordine di Graziani, egli era partito, il 16 maggio, da Debra Berhàn, con le sue truppe, alla volta della città conventuale, seminando la morte lungo il percorso. Nei suoi rapporti riferì di aver fatto incendiare 115.422 abitazioni (tucul), 3 chiese, un convento, dei cui monaci aveva ordinato la fucilazione e sterminato 2.523 partigiani etiopici.

Le premesse e le conseguenze dei massacri di Debra Libanos

Perché ammazzare preti, insegnanti e studenti, rei soltanto di predicare e studiare il cristianesimo? Cosa avevano fatto di male a Mussolini e al suo pupillo Graziani?

Abbiamo ricordato su questa rubrica, Corsi e Ricorsi, che Benito Mussolini aveva voluto l’invasione dell’Etiopia, senza farla precedere da una dichiarazione di guerra, per potersi pavoneggiare come l’uomo della provvidenza che aveva riportato l’Italia ai fasti dell’Impero romano. Nonostante l’uso di un’immensa quantità di uomini e mezzi, nonostante l’uso dei gas sulle truppe etiopi, sui ribelli e su pacifici pastori e contadini (si veda il post 27 ottobre ’35: l’Italia va a tutto gas… in Etiopia), dopo un anno e mezzo di combattimenti e stragi di civili, gli etiopici non si erano rassegnati alla dominazione italiana. E, il 19 febbraio del 1937, due giovani studenti di origine eritrea avevano compiuto un attentato ai danni del viceré d’Etiopia, Rodolfo Graziani. Come rammentato nel post La strage di Adis Abeba: una vergogna tutta italiana, la reazione disposta da Mussolini era stata di una ferocia rara. Non soltanto gli italiani residenti ad Adis Abeba, le camicie nere in prima fila, si erano lanciati in efferati linciaggi per le strade della città, ammazzando donne, vecchi e bambini, ma poi, in conformità, all’ordine del duce («tutti i civili e i religiosi etiopi sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi»), erano stati fucilati un altro migliaio di civili. Inoltre, sempre, con l’autorizzazione di Mussolini, erano stati deportati in campi di concentramento e, addirittura, in strutture penali italiane, tutti gli appartenenti, attuali o potenziali, alla classe dirigente etiopica che era stato possibile catturare (notabili, giovani cadetti, studenti, laureati nelle università europee e statunitensi…). Inoltre, si erano massacrati anche i poveri cantastorie e gli eremiti (abbiamo rievocato questo orrore nel post Il massacro, tutto italiano, dei cantastorie etiopi). Ma l’idea di Graziani e Mussolini era che, per sottomettere del tutto l’indomita popolazione etiope, occorresse eliminare anche ciò che spiritualmente la sorreggeva. Non potendo ammazzare la religione, pensarono di ammazzare i religiosi, cioè il clero cristiano-copto [2].

Neppure questo disegno criminale, però, raggiunse l‘obiettivo. Come ammise, indirettamente, lo stesso Graziani in uno dei suoi tanti rapporti al governo di Roma, le continue violenze avevano ingrossato lo schieramento degli insorti [3].

Alberto Quattrocolo

[1] Il 18 marzo di quel ’37, cioè circa due mesi prima, Benito Mussolini, in visita in Libia, ricevuta la Spada dell’Islam, in qualità di Protettore dell’Islam, dalle mani di un capo berbero, sostenitore dell’alleanza con gli italiani, disse solennemente:

«L’Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell’Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all’Islam e ai Musulmani del mondo intero».

[2] Fu mostrando come prova un documento redatto in modo vago dal magistrato militare, che aveva investigato sull’attentato, il maggiore Franceschini, che avrebbe provato la correità dell’intera comunità di Debra Libanos, che Graziani impartì a Maletti l’ordine di andare a Debra Libanos e fucilare tutti i monaci del convento.

[3] Deluso per la mancata sottomissione dell’Etiopia, Mussolini, l’11 novembre del 1937, richiamò Graziani in Italia, sostituendolo con Amedeo di Savoia, duca di Aosta. Poi nel 1940. Quando fece entrare l’Italia in guerra accanto alla Germania nazista, il duce affidò a Graziani il compito della difesa della Libia dalle truppe inglesi, quindi, nell’autunno del 1943, lo nominò Ministro per la Guerra nell’orrenda Repubblica di Salò. Il 25 aprile del 1945, Graziani non seguì il duce in fuga verso la Svizzera e non finì a piazzale Loreto (che abbiamo ricordato in questo post). Si arrese agli americani. «Al processo», ricorda Del Boca, «fra le imputazioni mancava ogni riferimento ai crimini commessi in Africa. Inutilmente il governo etiopico avrebbe chiesto la sua estradizione. Oggi, a Filettino, suo paese natale, è venerato come un santo».

Fonti

Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale – 3. La caduta dell’Impero, Mondadori, Milano, 1996
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza, Vicenza, 2014
Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Editori Laterza, Roma-Bari, 2008
Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Milano, 2015
Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari Editore, Udine, 2009.

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