Dall’Aventino alla dittatura

La decisione dei parlamentari dell’opposizione, ad eccezione dei comunisti, di ritirarsi sull’ Aventino, era stata deliberata il 27 giugno del 1924, per denunciare le diverse e gravissime illegalità e violenze commesse dal governo Mussolini, a partire dal sequestro e dalla probabile uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti. Dieci anni dopo, quella che venne definita la secessione dell’ Aventino, fu criticata da Carlo Rosselli, di lì a poco, anch’egli perseguitato dal regime, inviato al confino, fuggito avventurosamente, rifugiato in Francia e lì assassinato, insieme al fratello Nello, dai sicari fascisti (abbiamo ricordato la sua storia nel post Non mollare e l’assassinio dei fratelli Rosselli in un altro post). Secondo Carlo Rosselli, il ritiro dei deputati dell’opposizione sull’ Aventino fu dovuta al fatto che fino al giugno del 1924 i partiti di opposizione, finiti in minoranza, collocandosi dalla parte della Costituzione, erano rimasti gli unici custodi della legalità di fronte ad un governo, quello di Mussolini, che non sapeva cosa fosse la legalità e se ne infischiava della Costituzione. Si battevano sul terreno del diritto e della morale e contavano, con una specie di autoillusione, sul Re, quale garante del rispetto del diritto, non comprendendo che Vittorio Emanuele III non aveva alcuna intenzione di tutelare la legalità e, avendo lasciato che il fascismo fosse passato dall’opposizione al governo, grazie all’uso della violenza, del raggiro e della corruzione, era anche disposto a lasciargli proseguire la sua opera di instaurazione della dittatura [1].

L’impari lotta tra legalità, moralità e razionalità, da una parte, e illegalità, assenza di scrupoli e violenza, dall’altra.

In effetti, con le elezioni nazionali del 4 aprile 1924, Mussolini, già posto da Vittorio Emanuele III, a capo del governo, all’indomani della marcia su Roma, del 22 ottobre del 1922 (l’abbiamo ricordato qui), grazie alla nuova legge elettorale, alle pressioni, alle intimidazioni e alle violenze commesse dai fascisti ai danni dei partiti di opposizione, ai brogli e alle corruzioni d’ogni genere, realizzate dal partito fascista, aveva ottenuto esattamente ciò che voleva. La lista nazionale del Fascio littorio (il cd. listone) aveva raccolto il 64,9% dei voti e aveva visto eletti tutti i suoi 356 candidati alla Camera dei Deputati [2]. All’insieme delle altre liste era toccato un terzo dei seggi (179). In tal modo Mussolini si era assicurato la possibilità di esercitare un potere tale da procedere verso la fascistizzazione dell’Italia e l’instaurazione della dittatura. Il 1° maggio, infatti, L’Unità, l’Avanti! e La Giustizia, tentarono di denunciare le illegalità fasciste, ma uscirono con larghi spazi bianchi per gli interventi “correttivi” della censura governativa.

Il 30 maggio il deputato socialista unitario Giacomo Matteotti aveva avuto il coraggio di denunciare con un grande discorso alla Camera le violenze e i brogli commessi per carpire la vittoria [3]. Poco dopo veniva sequestrato e assassinato da sicari fascisti (si veda questo post).

La crisi del delitto Matteotti

Il 12 giugno alla Camera, l’opposizione accusò esplicitamente Mussolini di aver fatto scomparire Matteotti. Il giorno dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri, parlando alla Camera dei Deputati, sostenne di non essere coinvolto nella scomparsa di Matteotti, dicendosene anzi addolorato. Poi, lasciò che al termine della seduta, il Presidente della Camera dei Deputati, il nazionalista Alfredo Rocco, comunicasse che i lavori parlamentari era aggiornati sine die. Questo rinvio della prossima riunione della Camera ad una data da definirsi, toglieva di fatto alle opposizioni ogni possibilità di risposta da parte dell’opposizione all’interno del Parlamento. Quel giorno, però, i gruppi parlamentari d’opposizione dichiararono di non voler partecipare alla seduta della Camera, per sfiducia verso il governo. Tra il 14 e il 16 giugno, per placare l’opinione pubblica, Mussolini si dimise dalla carica di Ministro degli Interni, che esercitava insieme a quella di Presidente del Consiglio dei Ministri e fece dimettere Emilio De Bono da Direttore generale della Polizia, nominandolo Comandante generale della Milizia, inoltre venne esonerato il Questore di Roma e si dimisero il Sottosegretario agli Interni, Aldo Finzi e il Capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, Cesare Rossi. In pratica, alcuni degli uomini più direttamente coinvolti nel delitto Matteotti, come mandanti e come autori di un’opera di copertura e depistaggio per sviare le indagini e coprire gli autori materiali. Mussolini era isolato e il suo regime pareva in bilico, barcollante. Ancor più in bilico apparve due giorni dopo con l’arresto dei rapitori di Matteotti, individuati da testimoni oculari e accusati di omicidio volontario. Anche la mossa dei fascisti di accusare gli oppositori di «speculazione scandalistica», parve un’arma spuntata. Le violenze fasciste, cui Mussolini aveva messo la museruola, ripresero con brutalità: il 22 giugno, a Torino gli squadristi devastarono l’abitazione del senatore Alfredo Frassati, direttore de La Stampa. Lo stesso giorno, a Bologna, Farinacci e Grandi radunarono 50.000 camicie nere che urlavano la loro determinazione a difendere il regime, presto imitati dai fascisti di Ferrara, Cremona e Milano. Intanto il 24 giugno il Senato, controllato da membri ultraconservatori o apertamente fascisti votava la fiducia a Mussolini con soli 21 voti contrari e 6 astenuti, mentre vari gerarchi fascisti manifestavano la propria fedeltà al regime.

La decisione del 27 giugno di ritirarsi sull’ Aventino

Il 26 giugno 1924, quindi prima ancora che fosse ritrovato il corpo del deputato socialista, i parlamentari dell’opposizione si riunirono nella sala della Lupa di Montecitorio, oggi chiamata anche sala dell’Aventino. Il 27 giugno i gruppi di opposizione, con l’eccezione dei comunisti, decisero all’unanimità di non prendere più parte ai lavori della Camera finché non fosse stata abolita la milizia, sciolte le organizzazioni segrete incaricate della repressione e ripristinata la legalità e finché il governo Mussolini non avesse chiarito la propria posizione a proposito della scomparsa di Giacomo Matteotti. Spiegarono di avere abbandonato la Camera per costituirsi in unico parlamento legittimo, visto che la composizione della Camera dei Deputati uscita dalle urne era stata compromessa dalla violenza e dai brogli del governo fascista e visito che nel parlamento ufficiale era ormai impossibile esercitare ogni funzione libera per gli eletti del popolo. Quei parlamentari, dunque, votarono un ordine del giorno che costituì la base della secessione dell’Aventino. Tale definizione si collegava ad un episodio della storia dell’antica Roma, quello in cui i rappresentanti della plebe, avevano espresso la loro protesta contro i patrizi riunendosi sul colle Aventino nel 494 a.c.

L’opinione pubblica e i parlamentari dell’ Aventino

«I rappresentanti dei gruppi di Opposizione, riunitisi oggi a Montecitorio, si sono trovati d’accordo nel ritenere impossibile la loro partecipazione ai lavori della Camera, mentre la più grave incertezza regna ancora intorno al sinistro episodio di cui è stato vittima l’on. Matteotti. Pertanto i suddetti rappresentanti deliberano che i rispettivi gruppi si astengano dal partecipare ai lavori parlamentari della Camera, e si riservano di constatare quella che sarà l’azione del governo e di prendere ulteriori deliberazioni».

Con queste parole i parlamentari ritiratisi sull’ Aventino comunicavano la loro decisione [4]. Contestualmente avviavano una risoluta compagna contro le violenze di ogni genere commesse dagli estremisti, arrivando a sostituirsi alla sonnecchiante polizia nel denunciare i crimini, a tentare di stimolare la magistratura ad indagare e a mettere in allarme l’opinione pubblica. Immediatamente si schierò dalla loro parte Piero Gobetti che costituì a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e altre grandi città dei gruppi di “Rivoluzione liberale” per diffondere le idee dell’ Aventino. Anche la stampa palesò la propria disapprovazione al regime in nome della morale politica. Perfino il Giornale d’Italia, dell´ultraconservatore Salandra, abbandonò le sue posizioni filofasciste per esigere che si facesse luce piena sulla vicenda di Matteotti e si tornasse alla legalità. Si trattava di un comportamento che rifletteva i sentimenti delle classi medie, fino a quel momento vicine a Mussolini, considerato il leader capace di restituire la pace sociale, ma che ora ne prendevano le distanze. Così se perfino alcuni miliziani, per l’indignazione crescente, non osavano apparire in pubblico o strappavano la tessera del partito, la folla aveva ritrovato il coraggio di applaudire i più noti deputati dell’ Aventino al loro passaggio. Contestualmente chi aveva sostenuto il fascismo per opportunismo se ne distanziava e analogamente facevano organizzazioni come l’Associazione Nazionale dei Combattenti e l’Associazione dei Mutilati e Invalidi di Guerra.

La solitudine istituzionale dei deputati dell’ Aventino

Fu Vittorio Emanuele III a salvare Mussolini e i fascisti dalla crisi di istituzionale e politica in cui erano finiti. Il 17 giugno, Vittorio Emanuele III aveva già ricevuto Mussolini senza esercitare alcuna delle sue prerogative. E in seguito si limitò ad esortare i parlamentari alla conciliazione, rifiutando di esaminare i documenti presentatigli da Giovanni Amendola e Ivanoe Bonomi, che, a seguito della pubblicazione sul Mondo, del memoriale difensivo di Cesare Rossi, mostravano il coinvolgimento di Mussolini nell’omicidio di Matteotti. Così mentre i deputati dell’ Aventino, attendevano il soccorso del Re, quale garante della legalità e continuavano a produrre articoli e discorsi per tenere desto l’allarme dell’opinione pubblica, il Re abbandonava loro e la libertà e il futuro del popolo italiano nelle mani del fascismo. Carlo Sforza, insignito del Collare dell’Annunziata, onorificenza che lo autorizzava a considerarsi cugino del re, ricordò che:

«Quando Ivanoe Bonomi presentò al re le prove della responsabilità di Mussolini, il sovrano cominciò a sfogliare; ma appena si rese conto di quanto terribili erano le accuse, impallidì, tremò e: “Le posso chiedere un piacere?”. “Dica”. “Non mi faccia leggere, si riprenda questi fogli” e glieli ficcò di forza nelle mani. E Bonomi, alzandosi: “Badi, Lei si prende una grossa responsabilità”. Infatti fu in quel momento preciso che Vittorio Emanuele di Savoia divenne complice».

A seguito del documento di severa condanna del fascismo votato dal congresso dell’Associazione Nazionale Combattenti, una sua delegazione guidata dalla medaglia d’oro Ettore Viola, recatasi nella tenuta di San Rossore per illustralo al Re, fu da questi ostentatamente ignorata.

«…quel giorno noi di loro faremmo strame per gli accampamenti delle camicie nere» (Benito Mussolini)

Legalisti e moderati, i deputati contestatari dell’ Aventino, rifiutarono anche la proposta di Gobetti di costituire con tutti i partiti non appartenenti al “listone” un Parlamento che si autoproclamasse depositario della legittimità costituzionale, vigilasse sul mantenimento dell’ordine e nominasse un nuovo governo (solo i comunisti aderirono alla proposta di Gobetti. Consapevole di questa debolezze delle opposizioni e potendo contare sull’appoggio incondizionato del Re, Mussolini, pur preoccupato e a momenti incerto sul da farsi, appena quindici giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti, rivolgendosi agli operai delle miniere di mercurio del Monte Amiata, il 31 agosto, rispondendo alle accuse dei parlamentari dell’ Aventino, disse che

il loro «clamore era molesto, ma perfettamente innocuo» e che qualora  avessero oltrepassato «la vociferazione molesta, per andare alle cose concrete, quel giorno noi di loro faremmo strame per gli accampamenti delle camicie nere».

 

Non era semplice una minaccia, quella del Presidente del Consiglio dei Ministri, e neppure un’ipotesi o una dichiarazione d’intenti. Era contemporaneamente una descrizione della realtà e un programma. Qualche giorno prima i miliziani fascisti si erano scatenati a Napoli. Il 5 settembre a Torino, su indicazione di Mussolini, gli squadristi picchiarono selvaggiamente davanti al portone di casa sua, Piero Gobetti, e a Roma, ammazzarono a baionettate un cameriere. Due mesi dopo, il 5 dicembre, Mussolini replicò con tracotanza a un discorso di opposizione tenuto al Senato da Luigi Albertini, che era direttore del Corriere della Sera. Mentre a Firenze, un gruppo dei 10.000 squadristi lì riunitisi, incendiavano la sede del Nuovo giornale e quelle del giornale dell’Associazione Combattenti, nonché le sedi della massoneria e del Circolo di cultura, ad Arezzo, Pisa, Siena e  Bologna devastavano le sedi dei giornali e le abitazioni degli uomini dell’ Aventino.

La fine di ogni opposizione e dello stato di diritto liberale

Il 3 gennaio 1925, quando, alla Camera, Mussolini dichiarò che assumeva su di sé ogni responsabilità di tutto quello che era accaduto in Italia, mise la pietra tombale sullo stato di diritto e sul regime liberale. Non c’era più spazio in Italia per nessuna forma di opposizione al fascismo, a partire da quella politica. Di cui, come aveva detto Mussolini, si fece strame. Così, rispetto ai parlamentari che si erano ritirati sull’ Aventino, va ricordato che quando, il 16 gennaio 1926 alcuni popolari e demosociali entrarono a Montecitorio per assistere alle celebrazioni solenni per la morte della regina Margherita di Savoia, i parlamentari fascisti li scacciarono con la violenza dall’aula e lo stesso Mussolini il giorno dopo, li accusò di indelicatezza nei confronti della sovrana defunta. Poi il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati, riaperta da Mussolini solo per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei 123 deputati aventiniani, ai quali furono aggiunti anche il fascista dissidente Massimo Rocca e tutti i comunisti. Gli unici rappresentanti dell’opposizione a Montecitorio rimasti erano 6 deputati appartenenti alla fazione di Giolitti. Peraltro, la sera prima, Antonio Gramsci, in violazione dell’immunità parlamentare ancora vigente, era stato arrestato.

Come si è visto in altri post, anche con l’approvazione delle leggi fascistissime (le abbiamo ricordate nel post Le prime leggi fascistissime) verrà cancellato “legalmente” ogni residuo di libertà, mentre proseguiranno le bastonature, fatali per Giovanni Amendola e Piero Gobetti e per tanti altri meno noti. Inoltre pioveranno fitte le condanne, il carcere, il confino per gli antifascisti, molti dei quali furono costretti alla clandestinità o all’esilio.

Per vent’anni fu soppressa ogni speranza legalitaria, insieme alle più diverse forme di libertà (di stampa, di manifestazione del pensiero, di associazione, di riunione, di insegnamento, a proposito della quale si rinvia ad un altro post), mentre si ripristinava la pena di morte, veniva introdotto un Tribunale Speciale per reati politici, si istituiva l’O.V.R.A., la polizia politica segreta (si veda questo post) per garantire l’effettiva persecuzione di ogni oppositore, data la formale messa fuori legge di tutti i partiti e tutte le organizzazioni politiche, tranne il partito fascista, e l’irrogazione delle lunghe pene detentive previste per chi ricostituiva le organizzazioni disciolte o si affiliava ad esse. Del resto nel 1928 si riducevano le elezioni a semplici plebisciti di approvazione di una “lista unica” di deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo. Nel 1939 le elezioni, rese di fatto inutili, furono del tutto abolite nel 1939 con la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, la quale era composta solo da fascisti nominati dal Governo, mentre il Senato rimaneva di nomina regia.

Non a caso, proponendo il proprio disegno di fascistizzazione dello Stato e della società (rispetto alla quale rinviamo al post Verso uno Stato etico, religioso e sociale), nel discorso dell’Ascensione, del 26 maggio 1927, pronunciato davanti ad una Camera dei Deputati ormai tutta fascistizzata, nel corso del quale Mussolini disse:

«…nessuno speri che, dopo questo discorso, si vedranno dei giornalisti antifascisti, no: o che si permetterà la resurrezione di gruppi antifascisti: neppure. Si ritorna al mio discorso tenuto prima della rivoluzione in un piccolo circolo rionale di Milano, l’ “Antonio Sciesa” […] L’opposizione non è necessaria al funzionamento di un sano regime politico. L’opposizione è stolta, superflua in un regime totalitario, com’è il regime fascista […] In Italia non c’è posto per gli antifascisti; c’è posto solo per i fascisti e per gli a-fascisti, quando siano dei cittadini probi ed esemplari».

 

Alberto Quattrocolo

 

[1] Il partito di Mussolini, per citare ancora Rosselli, «messosi con un colpo di mano al centro della vecchia legalità, la scomponeva a pezzo a pezzo. Quella legalità non era che un residuo sospeso ad un filo, al filo della continuità costituzionale che il sovrano aveva voluto che si rispettasse (violare, ma con le forme). L’opposizione si attaccò disperatamente a quel filo».

[2] Osservava ancora, nel 1934, Carlo Rosselli, che «le opposizioni non si preoccupavano di rovesciare il rapporto di forze che aveva permesso al fascismo di spazzare il movimento operaio e non si preparavano in nessun modo a resistere e a contrattaccare nelle piazze. E come avrebbero potuto farlo? Per condurre la lotta con stile offensivo nel Paese, avrebbero dovuto essere in posizione di minoranza e di illegalità: ora l’opposizione era la legalità, la vecchia legalità, mentre il governo era l’illegalità. Il governo, non l’opposizione, era rivoluzionario». Un governo rivoluzionario per modo di dire, quello di Mussolini, dato che non aveva conquistato il potere grazie ad una rivoluzione (come abbiamo visto in numerosi post, tra cui 3 dicembre: la violenza fascista ottiene i pieni poteriIrruzione in casa di un Presidente del Consiglio), ma al sostegno, alla complicità e all’acquiescenza di quello che oggi si chiamerebbe l’establishment.

[3] Tra le violenze commesse dai fascisti, nei primi mesi del 1924, durante la campagna elettorale, si possono ricordare le seguenti: il 7 febbraio, a Brescia, era stato aggredito dai fascisti il deputato socialista Nino Mazzoni, mentre i deputati massimalisti Giuseppe Di Vittorio e Arturo Vella venivano “banditi” da Bari; il 27 febbraio, a Torino, era stato bastonato dai fascisti il segretario nazionale della FIOM, Bruno Buozzi; il giorno dopo, a Reggio Emilia, era stato rapito dalla sua abitazione e ucciso da due fascisti il candidato massimalista Antonio Piccinini; il 14 marzo, a Roma, era stato aggredito Alberto Giannini, direttore del “Becco Giallo” e il 16 dello stesso mese, a Milano, i fascisti assaltando la sede degli Arditi d’Italia, ammazzavano l’ardito Antonio Corgiola, mentre, a Spilimbergo (Udine), si compiva un’aggressione ai danni del deputato di opposizione Marco Ciriani; il 23 marzo, a Savona, era stato percosso dai fascisti il deputato del partito popolare Paolo Cappa.

[4] I 123 parlamentari ritiratisi aderenti alla secessione dell’ Aventino erano i seguenti: Gregorio Agnini, Giuseppe Albanese, Salvatore Aldisio, Gino Alfani, Filippo Amedeo, Giovanni Bacci, Gino Baldesi, Arturo Baranzini, Pietro Bellotti, Roberto Bencivenga, Arturo Bendini, Guido Bergamo, Mario Bergamo, Mario Berlinguer, Alessandro Bocconi, Antonio Boggiano Pico, Igino Borin, Giambattista Bosco Lucarelli, Roberto Bracco, Giovanni Braschi, Alessandro Brenci, Carlo Bresciani, Bruno Buozzi, Vittorio Buratti, Emilio Caldara, Romeo Campanini, Giuseppe Canepa, Russardo Capocchi, Paolo Cappa, Luigi Capra, Luigi Carbonari, Giulio Cavina, Eugenio Chiesa, Mario Cingolani, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, Paolo Conca, Giovanni Conti, Felice Corini, Giovanni Cosattini, Mariano Costa, Onorato Damen, Raffaele De Caro, Alcide De Gasperi, Diego Del Bello, Palmerio Delitala, Marziale Ducos, Luigi Fabbri, Cipriano Facchinetti, Luciano Fantoni, Giuseppe Faranda, Enrico Ferrari, Bruno Fortichiari, Luigi Fulci, Angelo Galeno, Tito Galla, Dante Gallani, Egidio Gennari, Annibale Gilardoni, Vincenzo Giuffrida, Enrico Gonzales, Antonio Gramsci, Achille Grandi, Antonio Graziadei, Ruggero Grieco, Giovanni Gronchi, Leonello Grossi, Ugo Guarienti, Giovanni Guarino Amella, Ferdinando Innamorati, Stefano Jacini, Arturo Labriola, Costantino Lazzari, Nicola Lombardi, Ettore Lombardo Pellegrino, Giovanni Maria Longinotti, Francesco Lo Sardo, Arnaldo Lucci, Emilio Lussu, Luigi Macchi, Cino Macrelli, Fabrizio Maffi, Pietro Mancini, Federico Marconcini, Mario Augusto Martini, Pietro Mastino, Angelo Mauri, Nino Mazzoni, Giovanni Merizzi, Umberto Merlin, Giuseppe Micheli, Fulvio Milani, Giuseppe Emanuele Modigliani, Enrico Molè, Guido Molinelli, Riccardo Momigliano, Giorgio Montini, Alfredo Morea, Oddino Morgari, Elia Musatti, Nunzio Nasi, Tito Oro Nobili, Angelo Noseda, Giovanni Persico, Guido Picelli, Camillo Prampolini, Enrico Presutti, Antonio Priolo, Luigi Repossi, Ezio Riboldi, Giulio Rodinò, Giuseppe Romita, Francesco Rossi, Giuseppe Srebrnic, Mario Todeschini, Claudio Treves, Domenico Tripepi, Filippo Turati, Umberto Tupini, Giovanni Uberti, Arturo Vella, Domenico Viotto, Giulio Volpi.

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