29 aprile 1945: il bagno di sangue continua

Il 29 aprile 1945 viene ricordato per l’esposizione dei corpi di Benito Mussolini e della sua amante Claretta Petacci in piazzale Loreto a Milano. Il 29 aprile 1945 viene anche ricordato perché quel giorno, nella Reggia di Caserta, veniva firmata la resa delle armate tedesche presenti Italia e delle truppe fasciste della Repubblica Sociale Italiana (RSI), che sarebbe entrata in vigore il 2 maggio.

Questi due fatti, nel ricordo, si collegano al 25 aprile, la data nella quale si celebra ogni anno l’anniversario della Liberazione. Ma gli orrori non cessarono in quel giorno del ‘45. E il 29 aprile 1945, oltre al Comunicato del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) relativo alla fucilazione di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi della RSI, fu una giornata in cui il sangue continuò a scorrere. Infatti, tra il 25 aprile e il 1° maggio perdevano la vita, tra gli altri, 4.000 partigiani, vale a dire il 10% delle perdite dell’intera guerra di liberazione.

Vediamo alcuni dei fatti di quel tormentato 29 aprile 1945 (per una sintesi rapidissima del “come ci si era arrivati”, si veda la nota [1]).

La fuga di Mussolini verso la Svizzera che finì a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945

Sperando di scampare alla disfatta definitiva della Repubblica Sociale Italiana, trattando un accordo di resa condizionata, Mussolini aveva abbandonato il 18 aprile 1945 Palazzo Feltrinelli a Gargnano, sulla sponda occidentale del lago di Garda, e si era trasferito presso il palazzo della prefettura di Milano. Qui il 22 aprile aveva pronunciato un discorso a beneficio di un centinaio di ufficiali della Guardia Repubblicana.

Si concludeva così:

«Se la Patria è perduta è inutile vivere».

Un’ora senza fine

Il pomeriggio del 25 aprile (i cui fatti abbiamo ricordato qui, su questa rubrica, Corsi e Ricorsi) con l’intermediazione del cardinale-arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, si era svolto nell’arcivescovado, una delegazione fascista, composta da Mussolini, il sottosegretario Barracu, e dai ministri della RSI, Zerbino e Graziani, aveva incontrato una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale. Durante l’incontro Mussolini aveva appreso che i tedeschi avevano già avviato trattative separate con il CLN, ricevendo da questo solo la possibilità di una “resa incondizionata”, accompagnata, però, da alcune garanzie per la tutela dell’incolumità dei fascisti e dei loro familiari. Mussolini e i suoi si erano presi un’ora per riflettere e avevano lasciato l’arcivescovado per tornare in prefettura. In Arcivescovado non si era più fatti vedere. Verso le 20, i capi della resistenza, davano l’ordine dell’insurrezione generale e Mussolini lasciava Milano e partiva con l’amante Claretta Petacci in direzione di Como, protetto da una corta tedesca [2]. A Como alle 10 del mattino del 26 aprile erano affluiti 10 carrarmati, 4 autoblindo, 228 automezzi 6.694 uomini della RSI.

L’arresto e l’uccisione di Benito Mussolini e Claretta Petacci

Il progetto era quello di combattere un’ultima disperata battaglia nel ridotto della Valtellina. Ma Mussolini aveva respinto tale progetto e aveva lasciato la città per cercare scampo in Svizzera.

La battaglia della Valtellina non si svolse mai. La maggior parte dei fascisti in fuga si disperse in poche ore. Una quindicina di loro cadde a Dongo in cuna scaramuccia con i partigiani che bloccarono la colonna. Mussolini, che, per non essere riconosciuto dai partigiani, aveva indossato il cappotto e l’elmetto di un soldato tedesco, fu arrestato alle 16,30 del 27 aprile. Il 28 aprile Mussolini e Claretta Petacci venivano abbattuti da una raffica di mitra a Giulino di Mezzegra. A Dongo alle 17 erano stati fucilati dai partigiani 16 degli alti gerarchi fascisti catturati.

L’esposizione di Mussolini, della Petacci e degli altri in Piazzale Loreto

Caricati su un camion, che recuperò anche i corpi di Mussolini e della Petacci, i cadaveri vennero scaricati in piazzale Loreto a Milano il 29 aprile alle 3,40 del mattino. Era domenica quel 29 aprile del 1945.

La strage di 15 partigiani in piazzale Loreto del 10 agosto del ’44.

Meno di un anno prima, il 10 agosto del 1944, alle 6,10 del mattino, quindici partigiani erano stati fucilati da militi del gruppo Oberdan della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti della RSI, eseguendo l’ordine del comando di sicurezza nazista. I 15 cadaveri, sorvegliati dai militi della Muti, che avevano impedito anche ai parenti di prendersene cura, erano stati esposti al pubblico fino alle 8 di sera, venendo vilipesi e oltraggiati in tutti i modi dai fascisti e dalle ausiliarie della RSI. Costoro avevano obbligato i cittadini tutti coloro che passavano da lì (fossero a piedi, in bicicletta o sul tram) a guardare quei corpi sotto il sole.

L’oltraggio ai cadaveri del 29 aprile 1945

Nelle prime ore del mattino di quel 29 aprile del 1945 una folla notevole cominciò ad accalcarsi davanti ai corpi dei fascisti. Che vengono calpestati, e sfigurati, insultati, presi a calci e coperti di sputi. Il corpo di Mussolini venne crivellato perfino da cinque colpi di pistola, da una donna che aveva perso cinque figli in guerra e qualcuno orinò sul cadavere della Petacci. Alle 11 i Vigili del Fuoco lavarono i cadaveri imbrattati di sangue, sputi, orina e ortaggi, poi tolsero dal centro della piazza i corpi di Mussolini, Claretta Petacci, Alessandro Pavolini, Paolo Zerbino, Ferdinando Mezzasoma, Marcello Petacci, Francesco Maria Barracu, issandoli per i piedi alla pensilina del distributore di carburante Standard Oil , sita all’angolo tra la piazza e corso Buenos Aires e lasciandoli lì appesi a testa in giù.

La resa tedesca di Caserta e le stragi naziste di quel 29 aprile

Mentre venivano compiuti quegli oltraggi in Piazzale Loreto, i tedeschi firmavano una resa incondizionata agli Alleati a Caserta, mentre altrove non lesinavano atrocità e massacri.

L’operazione Sunrise

Alle 14 di quel 29 aprile del 1945, intanto nella Reggia di Caserta si compiva l’Operazione Sunrise, ossia le lunghe e difficili trattative segrete tra l’OSS ( i servizi segreti americani guidati da Allen Dulles, futuro creatore della CIA) e il Comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. A Caserta, infatti, le forze alleate ottenevano la resa di un esercito, ancora forte di 23 divisioni. Ovviamente, degli sviluppi positivi dell’operazione “Sunrise” era stato tenuto costantemente informato il CLNAI. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, infatti, non solo coordinava militarmente la lotta al nazifascismo dei suoi circa 60.000 partigiani, ma aveva assunto anche un ruolo d’interlocuzione politica. Quindi i partigiani resero possibile a Wolff di circolare liberamente per concludere la trattativa. Infatti, tra le altre cose, gli Alleati avevano preteso che l’atto di resa riguardasse anche le forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana. Così il Maresciallo Rodolfo Graziani, Ministro delle Forze Armate della R.S.I., a Cernobbio, rilasciò al Generale Wolff la seguente delega:

«Con la presente io, Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani, nella mia qualità di Ministro delle Forse Armate, do pieni poteri al Generale Karl Wolff, Capo supremo delle SS e della Polizia e Plenipotenziario delle Forze Armate germaniche in Italia, a condurre, per mio conto, trattative alle stesse condizioni praticate per le Forze Armate Germaniche in Italia con intese impegnative riguardo alle truppe regolari dell’Esercito Italiano, dell’Arma Aerea e della Marina, come pure Reparti militari fascisti».

Quell’atto di resa, che fissava a Rovereto la linea d’armistizio, prevedeva il cessate il fuoco in tutta Italia a partire dalle ore 18 del 2 maggio 1945, la data ufficiale della fine della guerra in Italia.

Le battaglie partigiane e le stragi nazifasciste del 29 aprile 1945

Il 29 aprile, quindi, i tedeschi e i fascisti continuavano non soltanto a combattere ma anche a massacrare.

La liberazione di Piacenza e Schio e la soppressione di oltre 40 internati in provincia di Bolzano

Quel giorno, infatti, i partigiani liberarono Piacenza dalle forze fasciste, impedendo ai tedeschi di entrarvi ed ebbe fine la battaglia per la liberazione di Schio dagli occupanti tedeschi, nella quale 42 partigiani persero la vita [3]. Ma nel frattempo, le SS fecero sparire in provincia di Bolzano il professor Mario Padoa, ordinario di chimica organica e inorganica dell’università di Modena e altri quaranta internati.

I massacri nazisti di Mondovì, Vicoforte e Grugliasco.

A Mondovì una pattuglia della 34^ divisione tedesca Brandenburg prima eliminò a raffiche di mitra il comunista Francesco Prato, la moglie Giovanna, la figlia, ventiduenne, Marcella e il figlio Franco di quattordici anni, poi fucilò altre sei persone, vicino al santuario di Vicoforte. A Casalmoro (MN) i tedeschi in fuga uccisero due donne e due partigiani loro parenti. In provincia di Torino una grossa colonna tedesca comprendente mezzi corazzati saccheggiava e incendiava paesi e villaggi, ,mentre nel capoluogo i partigiani cercavano di snidare gli ultimi irriducibili cecchini fascisti e temevano l’arrivo delle due divisioni tedesche (la 34^ e la 5^) del generale Schlemmer, per scongiurare il quale il colonnello Stevens, comandante della missione alleata, avrebbe voluto far saltare i ponti sul Po. Ma il comando partigiano si oppose sia a Stevens sia a Schlemmer, che aveva chiesto il via libera. Il generale tedesco verso le 21,30, si attestò nei pressi di Grugliasco, a pochi chilometri dal capoluogo piemontese. A Grugliasco, liberata dai partigiani, si decise far passare la colonna. I partigiani mandarono a parlamentare il parroco, ma i tedeschi, disarmati i partigiani, dopo averli fucilati e aver staccato le loro teste con calci alla nuca, saccheggiarono negozi e case. Poi verso la mezzanotte catturarono una trentina di persone, tra cui parecchi civili, sfuggite al rastrellamento e altre ancora verso le sei del mattino. Furono fatte passare per le vie del paese, ma esse, incluso il parroco, cantavano. I tedeschi, dopo averli suddivisi in tre gruppi e li fucilarono tutti e sessantasei.

I bagni di sangue in provincia di Treviso e la clemenza di una madre

A Castel di Godego e nella frazione di Cazzadora, i tedeschi in ritirata uccisero 80 civili, tutti maschi. Il più giovane aveva 15 anni. Mentre a Nervesa della Battaglia due tedeschi ammazzavano un altro civile Egidio De Sordi mentre si dirigeva alla casa di un amico per vegliarne la salma. Catturati dai partigiani, i due tedeschi furono portati alla madre dell’ucciso, che chiese di non fare vendetta, sicché i due furono poi consegnati agli americani. A Galliera Veneta alcuni tedeschi in ritirata assassinarono don Fausto Calegari, cappellano della parrocchia di San Niccolò, mentre andava a confortare due partigiani moribondi.

Battaglie e fucilazioni di civili in provincia di Udine e Vicenza

A Cervignano del Friuli una colonna di SS, dopo uno scontro con i partigiani lungo la strada da Grado, catturò ventidue civili e li eliminò a raffiche di mitra. In provincia di Vicenza, a Pedescala alle 5 del mattino, i paracadutisti tedeschi delle SS a bordo di un carro armato, aiutati da fascisti italiani con indosso la divisa delle SS, incendiarono le case e uccisero chiunque trovassero dentro poi, a pochi passi dalla chiesa, trucidarono ventisei uomini, tra cui il parroco don Fortunato Carlassare e suo padre. Quella soldataglia continuò ad assassinare, stuprare e a saccheggiare fino all’alba del 2 maggio, quando lascerà il paese, dopo aver 55 uomini e 9 donne.

Il comunicato del CLNAI del 29 aprile 1945

La sera del 29 aprile 1945 il CLNAI emanò un comunicato con il quale si assumeva la responsabilità dell’esecuzione di Mussolini. Questo era il testo del comunicato.

Il CLNAI dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali, è la conclusione di una lotta insurrezionale che segna per la Patria la premessa della rinascita e della ricostruzione. Il popolo italiano non potrebbe iniziare una vita libera e normale – che il fascismo per venti anni gli ha negato – se il CLNAI non avesse tempestivamente dimostrato la sua ferrea decisione di saper fare suo un giudizio già pronunciato dalla storia.

Solo a prezzo di questo taglio netto con un passato di vergogna e di delitti, il popolo italiano poteva avere l’assicurazione che il CLNAI è deciso a proseguire con fermezza il rinnovamento democratico del Paese. Solo a questo prezzo la necessaria epurazione dei residui fascisti può e deve avvenire, con la conclusione della fase insurrezionale, nelle forme della più stretta legalità.

Dell’esplosione di odio popolare che è trascesa in quest’unica occasione a eccessi comprensibili soltanto nel clima voluto e creato da Mussolini, il fascismo stesso è l’unico responsabile.

Il CLNAI, come ha saputo condurre l’insurrezione, mirabile per disciplina democratica, trasfondendo in tutti gli insorti il senso della responsabilità di questa grande ora storica, e come ha saputo fare, senza esitazioni, giustizia dei responsabili della rovina della Patria, intende che nella nuova epoca che si apre al libero popolo italiano, tali eccessi non abbiano più a ripetersi. Nulla potrebbe giustificarli nel nuovo clima di libertà e di stretta legalità democratica, che il CLNAI è deciso a ristabilire, conclusa ormai la lotta insurrezionale.

Il comunicato era firmato dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e in particolare da:

Achille Marazza e Augusto De Gasperi per la Democrazia Cristiana, Ferruccio Parri e Leo Valiani per il Partito d’Azione, Luigi Longo e Emilio Sereni per il Partito Comunista Italiano, Giustino Arpesani e Filippo Jacini per il Partito Liberale Italiano, Rodolfo Morandi e Sandro Pertini per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.

 

Alberto Quattrocolo

[1] Il 10 giugno del 1940, Mussolini, capo del Governo da 18 anni, impressionato dai successi bellici di Hitler le cui forze armate dilagavano in Europa, riuscendo a battere anche potenze quali la Gran Bretagna e la Francia, invadendo quest’ultima, aveva rinunciato alla posizione formalmente neutrale, schierandosi al fianco della Germania nazista. Ma presto diventava evidente la folle megalomania di quella decisione. Dopo i disastri subiti dalle truppe italo-tedesche in Russia e nell’Africa Settentrionale e Orientale, le forze anglo-americane sbarcavano in Sicilia, il 9 luglio del 1943, inducendo il Gran Consiglio del Fascismo, che aveva preso il posto della Camera dei Deputati, a sfiduciare Mussolini, che, per ordine del Re, Vittorio Emanuele III, veniva arrestato. Il regime fascista era finito e il governo veniva affidato al Maresciallo Pietro Badoglio, a giudizio del Re non troppo compromesso con il fascismo. L’Italia, però, restava alleata della Germania e continuava a combattere contro gli Alleati. Due mesi dopo, tuttavia, l’8 settembre, Badoglio informava il popolo italiano dell’avvenuto firma dell’armistizio con gli Alleati. Ciò significava voltare le spalle a Hitler, le cui truppe, però, erano già presenti in Italia. Alla violenta reazione tedesca, con l’occupazione di gran parte del paese e le brutali repressioni sulla popolazione, mentre il re, il governo e il Comando supremo lasciavano Roma, abbandonando il popolo italiano e l’esercito a se stessi, per andarsi a rifugiare nel Sud, dove, nel frattempo, a Salerno,  il 9 settembre erano sbarcati gli anglo-americani. Il 12 settembre, intanto, un commando di paracadutisti tedeschi liberava Mussolini dalla sua prigionia sul Gran Sasso e lo portava in Germania. Sei giorni dopo, Benito Mussolini annunciava su Radio Monaco la costituzione della Repubblica Sociale Italiana (RSI). L’Italia si ritrovava spaccata in due. Il Sud era presidiato dagli Alleati, il Centro e il Nord sono occupati dai tedeschi che spadroneggiano con il loro “nuovo” alleato la RSI, detta anche Repubblica di Salò. I soldati tedeschi sono impiegati per lo più per arrestare la risalita delle truppe alleate lungo la penisola, mentre i soldati e i militi della RSI sono destinati prevalentemente a reprimere le forze partigiane costituitesi in questa parte d’Italia. Qui le truppe nazifasciste scatenavano una violenza feroce sia sui resistenti che sulla popolazione civile, che trovandosi in territorio nemico continuava a subire, oltre alla miseria generata dalla guerra, anche i bombardamenti angloamericani. Finalmente, all’inizio di aprile del 1945, mentre sui vari fronti, le forze armate tedesche si ritaravano progressivamente dai Paesi e dai territori che all’inizio del conflitto avevano fulmineamente occupato, ricacciate indietro a Est, dalle truppe sovietiche, dell’Armata Rossa, ormai in grado di minacciare direttamente il cuore della Germania e a Ovest dalle truppe americane e inglesi, sbarcate il 6 giugno del 1944 in Normandia, anche in Italia iniziava l’offensiva degli Alleati, che in pochi giorni, sfondavano la Linea Gotica, dietro la quale erano state bloccate dai nazifascisti. Liberavano Massa Carrara, Bologna, Ferrara e superavano il Po. I partigiani tra il 22 e il 25 aprile abbandonava le loro basi in montagna e attaccavano le località ancora in mano ai tedeschi e ai fascisti. Ma a discesa in pianura delle forze della Resistenza non era priva di ostacoli. C’erano ancora 135.000 soldati della Repubblica di Salò e 90.000 tedeschi, cui si aggiungevano quelli che si ritaravano dalla Linea Gotica. Il 23 aprile le truppe alleate erano entrate a Parma, il giorno dopo era stata liberata Genova. Il 25 aprile mattina gli operai, iniziarono a occupare le fabbriche di Sesto San Giovanni alla periferia di Milano. Qui su radio “Milano Libera”, alle 8 del mattino, Sandro Pertini, a nome del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), comunicava la proclamazione dello sciopero generale e l’insurrezione contro tedeschi e repubblichini.

[2] In tutto si trattava di trenta automobili, tre delle quali occupati da militari della gendarmeria tedesca, aperta da quattro motociclisti e scortata da un carro tedesco e da alcune autoblindo della famigerata Legione Muti. Sulle automobili i membri del governo quasi al completo, funzionari e personalità fasciste.

[3] Insieme a Genova, Schio è l’unico caso di resa incondizionata della Wehrmacht ai partigiani.

Fonti

Pierre Milza, Gli ultimi giorni di Mussolini, , Longanesi, Milano 2011

P. Milza, Mussolini, Carocci, Roma, 2000

G. Pisanò, Storia del Fascismo, Pizeta, Milano, 1990

http://anpi-lissone.over-blog.com

http://www.ilpostalista.it/tramonto_013003.htm

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