1944, viene ucciso il partigiano Felice Cascione, autore di “Fischia il vento”

È una vera e propria arma contro i fascisti. Li fa impazzire, mi dicono, solo a sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.
(B. Fenoglio, “Il partigiano Johnny”)

Tra i boschi, nel Comune di Stellanello (SV), coperto dalla vegetazione incolta, sorge un vecchio casolare. All’apparenza non è che un rudere, ma sul finire del 1943 il casone di “Passu du Beu” fu il rifugio della banda di partigiani di Felice Cascione e proprio lì fu ideato “Fischia il vento”, inno dapprima della Divisione Garibaldi e poi della Resistenza tutta. A riscoprire il luogo è stata l’associazione “Eppur bisogna andar”, che si propone di recuperare e valorizzare i siti, i sentieri, i manufatti che hanno segnato il difficile cammino di giustizia e dignità dei partigiani della “I Zona Operativa Liguria”.

Teatro di un possibile sbarco alleato, strategica via di transito lungo la dorsale tirrenica e attraverso i valichi appenninici, l’intera regione ligure mantiene, per tutto il periodo della lotta di Liberazione, una posizione centrale e strategica per le forze naziste di occupazione. L’entroterra  montuoso, con  i  contrafforti  delle  Alpi  Liguri, è il naturale scenario della Resistenza armata, resa possibile, per venti mesi, dal sostegno delle popolazioni rurali, che pagano a fianco dei partigiani un alto prezzo in privazioni e ritorsioni nazi-fasciste, con la perdita di numerose vite umane, circa 650 solo tra i civili, oltre a deportazioni e distruzioni di interi paesi.

Nel dicembre del 1943, poco più di venti giovani partigiani della divisione garibaldina al comando di Felice Cascione – per tutti “u Megu” (il medico) – cominciano a percorrere un sentiero che sale da Casanova Lerrone, entroterra di Albenga, verso le prime pendici delle Alpi Marittime. Su quel sentiero, questo gruppo di ventenni alla guerra cammina di notte, si ferma di giorno, nei casoni dove si ripara il bestiame, o dove i contadini tengono gli attrezzi o qualcosa per affrontare la fame della guerra.

Cascione ha solo 25 anni, bello e carismatico come dev’essere un eroe; orfano di padre in tenera età, cresce con la madre, maestra elementare determinata e antifascista, che riesce a farlo studiare. È uno sportivo, campione italiano di nuoto e pallanuoto: capitano della squadra imperiese del Gruppo Universitario Fascista e secondo ai Mondiali con la nazionale universitaria, lascia Genova per la Sapienza a Roma e infine si laurea in Medicina a Bologna nel ’42, in fuga dalla burocrazia fascista che lo ostacolava negli esami e nelle graduatorie per un posto alla Casa dello Studente.

Il giovane Felice era nel mirino per le sue frequentazioni, che lo avevano introdotto nel partito comunista clandestino e presentato a Natta e Pajetta: decide di aderire al partito ancora prima di essere medico, la sua scelta di vita. Appena laureato, diventa subito popolare a Oneglia perché non fa pagare medicine né visite a chi ha bisogno e non ha soldi. Arrestato con la madre durante le manifestazioni successive alla caduta di Mussolini, nell’agosto del ‘43 sconta venti giorni di prigione per adunata sediziosa e, dopo l’armistizio, si rifugia sui monti coi compagni.

Tra loro c’è Giacomo Sibilla detto Ivan, operaio che ha fatto la campagna di Russia e porta una chitarra a tracolla accanto al mitra. È lui che la sera, nei casolari diroccati, strimpella Katjuša, la celebre melodia popolare russa; il testo del poeta Isakovskij parlerebbe di meli e peri in fiore, ma già i soldati italiani nella steppa l’avevano storpiato con riferimenti al vento e alle loro scarpe di cartone. “U Megu” s’ingegna a riadattarlo, per questa nuova guerra.

La canzone viene scritta su un foglietto staccato da un ricettario medico, il suo; nevica, fa freddo, la tramontana scura urla sui costoni. “Soffia il vento, urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna agir / a conquistare la nostra (?) primavera in cui sorge il sol dell’Avvenire”, recitava la prima strofa a matita, in calligrafia ordinata. Cascione la spedisce dai monti liguri alla mamma Maria, che gliela fa riavere corretta e dattiloscritta: soffia è diventato fischia, agir è ardir, e la primavera non ha più punto interrogativo, non è più nostra ma rossa. La prima volta viene intonata dalla brigata di Cascione davanti al portone della chiesa di un borgo isolato in valle Arroscia, dopo la messa della vigilia di Natale, davanti a un pentolone di castagne; la ricanteranno, questa volta completa, davanti alla chiesa di Alto, il giorno dell’Epifania del ‘44.

Pochi giorni più tardi Cascione viene trucidato dai fascisti, dopo solo 141 giorni di lotta partigiana, mentre i suoi versi, cantati di bosco in bosco, diventano l’inno ufficiale della Resistenza, prima ancora della più trasversale “Bella ciao”.

Il partigiano Tonino Simondi, guardia del corpo di “u Megu”, rievoca le circostanze che ne provocarono l’uccisione il 27 gennaio 1944:

Erano circa le 6,30 del mattino e faceva un gran freddo. Eravamo in allerta per possibili attacchi tedeschi perché due giorni prima era scappato uno dei prigionieri fascisti catturati nella battaglia di Montegrazie. Il Battaglione tedesco ci attaccò con mezzi pesanti dal basso, nello scontro a fuoco Cascione fu ferito ad una gamba, rifiutò ogni tipo di soccorso per non mettere a repentaglio le nostre vite e per non pregiudicare la nostra ritirata. Ci ordinò […] di scappare verso Alto per mettere in salvo la banda. Ci siamo diretti per la mulattiera che portava verso Ormea e quando abbiamo saputo che Cascione era stato ucciso, ci siamo messi a piangere come dei bambini.

Qualche settimana prima, dopo un conflitto a fuoco il gruppo di “u Megu” aveva catturato il tenente Luciano Di Paola e il milite Michele Dogliotti, entrambi appartenenti alla Guardia Nazionale Repubblicana. Cascione ne impedisce l’esecuzione, proponendo di avvicinarli alla causa partigiana e portarli in banda, perché studino, capiscano la vita e le scelte dei partigiani:

Ho studiato venti anni per salvare la vita di un uomo, come posso acconsentire a dare la morte a due persone che hanno errato perché non hanno avuto, come noi, la fortuna di essere educati alla libertà, alla bontà, alla giustizia? I due prigionieri hanno salva la vita.

Il reparto di Cascione si sposta in valle Arroscia; in occasione del Natale e del Capodanno, nonostante il parere contrario degli altri partigiani, Cascione vuole che alla cena siano presenti anche Di Paola e Dogliotti. Il 7 gennaio ‘44 i due prigionieri, condotti a una pozza d’acqua, riescono a disarmare il partigiano che li sorveglia e, nella colluttazione che ne segue, Dogliotti fugge e raggiunge a piedi la caserma della Milizia di Albenga. Cascione immediatamente ordina di smobilitare l’accampamento per sfuggire a un eventuale rastrellamento e il gruppo si trasferisce in località Case Fontane di Alto, nel basso Cuneese.

Il 27 gennaio, alle sette del mattino una colonna tedesca cui erano aggregati anche dei fascisti raggiunge e occupa la sede del comando partigiano. Nel tentativo di recuperare i documenti conservati all’interno, Cascione viene ferito gravemente a una gamba; secondo fonti partigiane viene preso prigioniero e immediatamente fucilato dai fascisti aggregati, ma secondo altre versioni potrebbe essere morto in battaglia o suicida per evitare la cattura. Nella motivazione ufficiale per la Medaglia d’oro al Valor Militare, conferitagli postuma, si legge:

Ferito in uno scontro con preponderanti forze nazifasciste rifiutava ogni soccorso e rimaneva sul posto per dirigere il ripiegamento dei suoi uomini. Per salvare un compagno che, catturato durante la mischia, era sottoposto a torture perché indicasse chi era il comandante, si ergeva dal suolo ove giaceva nel sangue e fieramente gridava: «Sono io il capo». Cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione.

La brigata, ampliata da nuove forze e inquadrata nella struttura organizzativa della Resistenza, prenderà poi il nome di II Divisione Garibaldi “Felice Cascione”.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; E. Marrese, “Felice che acchiappò il vento e lo fece poi fischiare”, https://genova.repubblica.it; www.targatocn.it; “Fischia il vento per il comandante Megu”, http://leca.anpi.it; F. Moriani, “La Resistenza nell’imperiese (1943-1945)”, www.provincia.imperia.it; www.isrecim.it; http://eppurbisognaandar.blogspot.com; www.memoranea.it/luoghi/liguria-sv-albenga-museo-della-resistenza

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