1942, Himmler emana il decreto per internare gli zingari ad Auschwitz

Saper leggere il
libro del mondo

con parole cangianti e
nessuna scrittura

nei sentieri costretti
in un palmo di mano

i segreti che fanno
paura

finché un uomo ti
incontra e non si riconosce

e ogni terra si
accende e si arrende la pace.

I figli cadevano dal
calendario

Jugoslavia, Polonia,
Ungheria

i soldati prendevano
tutti

e tutti buttavano via

(F. de André, Khorakhané – A forza di essere vento)

Il 16 dicembre 1942, Heinrich Himmler, comandante della polizia tedesca dal 1936 e delle forze di sicurezza del Terzo Reich dal 1939, firmò l’ordine di internare gli individui appartenenti al popolo Rom ad Auschwitz. Tutti avrebbero avuto sul petto un triangolo nero e una Z per Zigeuner (Zingari), cucita sul vestito.

In realtà, ben prima dell’ascesa al potere del nazismo, e non solo in Germania, ma in tutta Europa, esisteva una legislazione sugli zingari orientata prima al controllo e all’identificazione dei presenti sul territorio, poi alla loro omologazione e assimilazione. Fin dal XIV e XV secolo, nel continente europeo attraversato da una generale trasformazione economica, sociale e politica, varando il nuovo concetto della “inutilità sociale” molte categorie di individui furono emarginate e rifiutate in quanto elementi di disturbo per lo sviluppo e il progresso della società, e una tra le più bersagliate fu proprio la comunità zingara.

La persecuzione nazista degli zigani si inserì quindi in una storia di discriminazioni lunga secoli, che però solo nell’ambito della teoria e della conseguente prassi del potere nazionalsocialista poté trovare espressione tanto radicale e violenta.

La persecuzione degli zingari in epoca nazista risulta essere l’unica, con quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto “razza inferiore” destinata non alla sudditanza e alla servitú al Terzo Reich, ma alla morte. Si trattò di una manovra di annientamento totale, indirizzata a spazzar via un intero popolo mediante l’annullamento fisico ma anche di tutto quel complesso sistema di valori culturali legati al linguaggio, alla religione, alle arti e ai costumi. Il genocidio dei Rom non si può configurare esclusivamente come culturale, né politico o religioso, ma può essere considerato un atto di sterminio per negare in maniera definitiva l’essenza stessa di quel popolo.

Va inoltre sottolineata la perdurante carenza di dati e informazioni in proposito. Per molto tempo dopo la guerra, lo sterminio nazista degli zigani non fu riconosciuto come razziale ma lo si considerò conseguenza – in un certo senso anche ovvia – di quelle misure di prevenzione della criminalità che, naturalmente, si acuiscono in tempo di guerra. Una tesi che trovò fondamento nella definizione di “asociali” con la quale, almeno nei primi anni del potere hitleriano, gli zingari vennero indicati nei vari ordini e decreti che li riguardavano; in realtà, il termine “asociale” venne usato per indicare coloro che, per diverse ragioni, non erano integrabili o omologabili col nuovo ordine nazionalsocialista. Gli stessi ebrei nei primi tempi venivano deportati e registrati come “asociali”.

Di fatto, gli zingari furono perseguitati, imprigionati, seviziati, sterilizzati, utilizzati per esperimenti medici, gasati nelle camere a gas dei campi di sterminio, perché zingari e, secondo l’ideologia nazista, “razza inferiore” , indegna di esistere. La pericolosità – o asocialità – zigana non era, infatti, assimilabile a quella degli altri individui perseguitati per ragioni di ordine pubblico, poiché gli zingari erano “geneticamente ladri, truffatori, nomadi”: la causa della loro pericolosità era nel loro sangue, che precede sempre i comportamenti.

Dal 1933, data dell’ascesa al potere del nazismo, il regime sviluppò una politica repressiva contro gli zingari in tre direzioni: 1933–1937, si intensificarono le misure vessatorie e di controllo; 1937–1940, si svilupparono rigorosi controlli contro la delinquenza, il vagabondaggio e l’asocialità; infine, 1940–1943, si estesero le leggi razziali anche verso gli zingari.

 

 

 

 

 

 

Il decreto di Himmler del ’42 e le successive istruzioni per la sua esecuzione riassunsero l’intera storia della persecuzione del popolo Rom: vi ritroviamo tutte le elucubrazioni sulla razza zingara, dalla questione, sollevata da Himmler, della purezza di certi gruppi, alla identificazione di tutti gli altri come razza impura e indegna di vivere. Inoltre si affidò l’intera operazione alle autorità di polizia e si stabilì non solo che gli zingari dovessero essere tutti internati ma che il luogo del loro trasferimento fosse Auschwitz, il più noto campo di sterminio.

I rastrellamenti iniziarono nel mese di febbraio 1943. La vasta operazione proseguì rapidamente, persino ospedali e orfanotrofi furono perquisiti. Sulla presenza degli zingari nei campi di concentramento esiste una documentazione frammentata, ma sufficiente a testimoniare della loro prigionia un po’ ovunque.

Pořajmos, traducibile come “grande divoramento” o “devastazione”, è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Oltre 500mila morti, secondo recenti statistiche. Samudaripen, tutti morti. A questi vanno aggiunti quanti non si fecero riconoscere come zingari, quanti ai campi non arrivarono mai perché uccisi durante le incursioni della milizia nei campi nomadi e coloro che trovarono la morte nelle esecuzioni di massa che precedevano ogni registrazione.

Nello Zigeunerlager di Auschwitz i prigionieri vivevano in condizioni particolari: separati dagli altri internati, non erano sottoposti alla selezione iniziale – anche se si sa di alcuni convogli neanche registrati e mandati immediatamente nelle camere a gas – ma, tatuati e rasati a zero, subito destinati alle loro baracche dove rimanevano con le famiglie. Poi nessuno si preoccupava di loro: non avevano l’appello mattutino, non facevano parte dei gruppi di lavoro, le donne potevano addirittura partorire. Una condizione che potrebbe persino sembrare di privilegio, se non fosse che l’abbandono e il disinteresse sottintendevano, in realtà, condizioni di vita agghiaccianti: la mancanza di cibo, il freddo, le malattie rendevano difficilissima la sopravvivenza.

Il 31 luglio 1944 gli zingari vennero caricati su camion e trasportati nelle camere a gas. Raccontò un medico ebreo prigioniero ad Auschwitz: “L’ora dell’annientamento è suonata anche per i 4.500 detenuti del campo zingaro. […] Hanno detto loro che li portavano in un altro campo […] Il blocco degli zingari sempre così rumoroso, s’è fatto muto e deserto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo.”. Molti dei sopravvissuti ad Auschwitz si soffermarono sulla ribellione degli zingari e un comandante nazista del campo affermò: “Non fu facile mandarli alle camere a gas. Personalmente non vi assistetti, ma Schwarzhuber mi disse che, fino ad allora, nessuna operazione di sterminio era stata così difficile”. Nel gennaio del 1945 gli zingari rimasti ad Auschwitz erano pochissimi: all’appello del 17 gennaio risposero solo 4 uomini.

Le cifre e l’estensione geografica della deportazione e persecuzione zingara sono impressionanti: Romania 300.000; Russia 200.000; Ungheria 100.000; Slovacchia  80.000; Serbia 60.000; Polonia 50.000; Francia 40.000; Croazia 28.500; Germania  20.000; Boemia 13.000; Austria 6.500; Lettonia  5.000; Estonia e Lituania 1.000 1.000; Belgio e Olanda 500; Lussemburgo 200.

In Italia le leggi razziali del 1938 colpirono anche la comunità zingara e i rom internati furono circa 25.000 (gli ebrei 7.000). Le prime disposizioni furono emanate l’11 settembre 1940; una circolare firmata dal capo della polizia Arturo Bocchini e indirizzata a tutte le prefetture del Paese conteneva un chiaro riferimento all’internamento di tutti gli zingari italiani a causa dei loro comportamenti antinazionali e alle loro implicazioni in reati gravi, ordinandone il rastrellamento, nel minor tempo possibile, provincia dopo provincia.

Negli anni è stato possibile ricostruire una lista abbastanza completa dei luoghi di detenzione per zingari: ad Agnone nel convento di San Bernardino, in Sardegna a Perdasdefogu, nelle province di Teramo a Tossicia, a Campobasso, a Montopoli di Sabina, Viterbo, Colle Fiorito nella provincia di Roma e nelle isole Tremiti; molti campi dell’Italia centrale e meridionale furono smantellati in vista dell’arrivo degli alleati e pertanto esistono pochissime prove della loro esistenza.

Nelle sentenze del processo di Norimberga, gli zingari furono nominati soltanto sporadicamente in poche righe della sentenza finale, pur considerando l’elevato numero di testimonianze chiare e inequivocabili delle atrocità subite nei lager dalla comunità Rom. Un oblio destinato a durare a lungo e che s’interruppe soltanto nell’aprile del 1980 quando, di fronte a un’esauriente documentazione stilata da diverse organizzazioni zingare, storici e giuristi, il governo tedesco si vide costretto a riconoscere ufficialmente l’esistenza di un olocausto zingaro e di una persecuzione razziale sotto il regime nazista.

Arrivarono così i primi indennizzi, i primi risarcimenti e le prime restituzioni. Il governo tedesco s’impegnò nella distribuzione di riparazioni e concessioni badando bene, però, di non perdere mai di vista il carattere singolo ed individuale di ciascun risarcimento. Nessun tributo, morale o materiale, è stato, infatti, conferito alla comunità Rom nella sua totalità se non una serie di monumenti eretti nei principali campi di concentramento del Terzo Reich.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.contropiano.org; www.assemblea.emr.it; M. Tomasone, “Il genocidio nazista dei rom”, www.akra.it; www.globalist.it; G. Boursier, “Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale”, www.storiaxxisecolo.it; www.it.wikipedia.it

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