13.10.1943, l’Italia dichiara guerra alla Germania

ITALIANI! – Con la dichiarazione fatta l’8 settembre u.s., il Governo da me presieduto, mentre annunciava la accettazione da parte del Comandante in Capo delle Armate angloamericane in Mediterraneo dell’armistizio da noi richiesto, ordinava alle truppe italiane di rimanere con le armi al piede, pronte a respingere qualsiasi tentativo di violenza da qualsiasi parte venisse loro fatta.
Con una simultaneità d’azione che evidentemente palesò un ordine superiore da tempo impartito, le truppe tedesche imposero ad alcuni reparti il disarmo, mentre nella maggior parte dei casi passarono decisamente all’attacco. […]
ITALIANI! Non vi sarà pace in Italia finché un solo tedesco calcherà il vostro suolo. Noi dobbiamo, tutti compatti, marciare avanti con i nostri amici degli Stati Uniti di America, della Gran Bretagna, della Russia e delle altre Nazioni Unite. Nei Balcani, in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, ovunque si trovino truppe italiane che sono state testimoni di uguali atti di aggressione e di crudeltà, esse devono combattere fino all’ultimo contro i tedeschi. […]
ITALIANI! Vi informo che S.M. il Re mi ha dato l’incarico di notificare oggi 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania.
(P. Badoglio, 13 ottobre 1943)

Dopo l’8 settembre e la “fuga di Pescara” della famiglia reale con i vertici politici e militari del regno, ebbe inizio il periodo forse più difficile della storia dell’Italia unita; il territorio fu spezzato in due entità statali, una delle quali – il Regno del Sud – legittima e legittimata anche dalla continuità istituzionale, e l’altra – la Repubblica Sociale Italiana – illegittima e sottoposta al dominio straniero dei tedeschi che, tra l’altro, si erano direttamente appropriati di parte del territorio nazionale (le province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana).

Il primo atto politico del governo del Sud fu, appunto, la dichiarazione di guerra alla Germania. In realtà, fra il Regno del Sud e la Germania la guerra già esisteva di fatto, e anche in molte località del Centro-Nord soldati italiani fedeli alla monarchia combattevano contro i tedeschi. La dichiarazione ufficiale era tuttavia indispensabile per poter inviare al fronte, al fianco degli Alleati, i primi raggruppamenti dell’esercito regolare, nonché per consentire all’aeronautica e alla marina di battersi sotto le insegne nazionali. Come disse Eisenhower a Badoglio:

dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com’è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l’Italia dichiarare la guerra.

Il re aveva cercato in un primo momento di evitare una dichiarazione ufficiale, limitandosi al  riconoscimento dell’alleanza con gli anglo-americani e offrendo una più decisa partecipazione italiana al conflitto. Di fronte però al rigido rifiuto opposto dagli Alleati, i responsabili italiani  avevano dovuto fare marcia indietro e presentare la dichiarazione di guerra alla Germania, come peraltro convenuto nella riunione di Malta, che il 29 settembre aveva specificato le “Condizioni aggiuntive di armistizio con l’Italia” (c.d. “armistizio lungo”).

Il re e Badoglio speravano che con tale gesto l’Italia avrebbe potuto evitare le clausole severe della resa incondizionata e magari ottenere la qualifica di alleata; viceversa gli Alleati, pur mantenendo i diritti acquisiti alla firma dell’armistizio, accettarono l’intervento italiano nel conflitto, ma come semplice cobelligerante, ossia riconoscendola come partecipe alla guerra comune ma senza la posizione di eguaglianza giuridica di un alleato: il Regno d’Italia veniva quindi a essere in certo modo subordinato alla volontà e agli interessi degli altri Stati, sia per la condotta della guerra sia per la conclusione della pace.

Con tali premesse, il 13 ottobre 1943 l’Italia dichiarò ufficialmente guerra alla Germania nazista. Le modalità furono alquanto irrituali: l’ambasciatore italiano a Madrid ricevette telegraficamente l’ordine da Badoglio di comunicare all’omologo tedesco che l’Italia si considerava in stato di guerra contro la Germania dalle ore 15 (ora di Greenwich); vedendosi negare un incontro diretto, affidò a un segretario d’ambasciata il compito di recapitare la missiva, e questi la consegnò nelle mani del primo membro della legazione tedesca che aprì la porta, scappando via; rincorso per strada, l’italiano fu costretto a riprendersi la nota; tuttavia, l’ambasciatore italiano concluse che “se i tedeschi hanno ritenuto di dover respingere la nostra nota, vuol dire che l’hanno letta e secondo il diritto internazionale tanto basta perché la dichiarazione di guerra abbia da credersi avvenuta”.

Secondo alcune interpretazioni, peraltro, la dichiarazione di guerra alla Germania non sarebbe stata giuridicamente valida, poiché il governo italiano era “prigioniero” di un esercito (l’anglo-americano) che giuridicamente era considerato, fino all’8 settembre, un nemico-occupante.

Il problema della dichiarazione di guerra non era solo formale, in quanto a questa notifica era legato un sostanziale cambiamento per i membri delle forze armate italiane che si fossero in futuro opposti in armi ai tedeschi, e che fino a quel momento venivano considerati franchi tiratori; altrettanto importante era per gli oltre 600000 militari italiani deportati in Germania, che avrebbero potuto così ottenere lo status di prigionieri di guerra: in realtà ciò non avvenne, poiché coloro che rifiutarono di aderire alla RSI furono definiti Internati Militari (per non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra) e, dall’autunno del ‘44, “lavoratori civili”, in modo da essere impiegati per lavori pesanti senza godere delle tutele della Croce Rossa.

Sul fronte bellico in Italia, la Marina già collaborava con gli alleati e l’Aviazione si stava riorganizzando negli aeroporti del Sud; delle tre Armi, l’esercito era stato il più colpito dall’armistizio. C’erano nel Sud circa 450.000 uomini che bisognava inquadrare di nuovo se si voleva collaborare attivamente con gli Alleati, inizialmente piuttosto diffidenti nei confronti delle capacità operative dei militari italiani, al punto da suggerirne l’impiego soltanto nelle retrovie.

La prima unità dell’Esercito Cobelligerante Italiano venne formata in un campo di riorganizzazione presso Lecce, con soldati volontari, in parte liberati da campi di raccolta tedeschi. Si costituì il Primo Raggruppamento Motorizzato, che prese parte alle operazioni della Campagna d’Italia accanto alle forze alleate con 295 ufficiali e 5.387 uomini di truppa. Il nuovo esercito ebbe il battesimo del fuoco nella battaglia di Montelungo (dicembre ’43), subendo gravi perdite e un alto numero di dispersi, ma guadagnandosi il rispetto degli Alleati.

Progressivamente ingrandito, fu in seguito inquadrato come Corpo Italiano di Liberazione e alla fine del 1944, a seguito del parziale sfondamento della Linea Gotica, fu ricomposto sotto forma di sei Gruppi di combattimento, otto divisioni ausiliarie e tre divisioni di sicurezza interna. Nel corso dei mesi di guerra, da poche migliaia di persone l’esercito italiano arrivò a contare più di mezzo milione di soldati (400.000 dell’Esercito, 80.000 della Marina, 35.000 dell’Aeronautica); i soldati italiani combatterono al fianco degli Alleati in Abruzzo, Lazio, Marche, Toscana, fino alla grande offensiva dell’aprile ’45 in Emilia Romagna.

Ma in quell’ottobre 1943, la dichiarazione di guerra alla Germania non fu accolta bene in Italia: né dalla popolazione, stremata dal tributo di sangue già versato nel conflitto; né dalle forze antifasciste, che non riconobbero autorità decisionale al “re fellone con la camarilla regia” fuggiti al sud; né dal Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, in clandestinità a Roma, che approvò all’unanimità un documento, con il quale veniva rifiutata ogni possibile collaborazione con il Governo Badoglio, esigendo la sospensione dei poteri della monarchia.

Quanto allo spirito dei militari in quello scorcio di tempo, così lo descrisse il generale Luigi Vismara, capo di Stato Maggiore del generale Dapino, comandante il I Raggruppamento Motorizzato:

Per comprendere lo stato d’animo di questi soldati bisogna pensare che essi erano stati testimoni del disastro in cui l’Italia era stata trascinata dalla guerra. Erano incerti sull’avvenire riservato al proprio Paese, erano guardati con diffidenza e con punte di malanimo, comprensibili, del resto, da parte dei soldati alleati. Anche la popolazione certe volte li considerava con un sorriso di benevolo compatimento. Quelli, ed erano molti, che avevano le loro famiglie al Nord, pensavano che prima di vederle libere, queste, dovevano subire ancora tutte le conseguenze della guerra. In tali condizioni non si può dire che i soldati fossero animati da entusiasmo. I loro sentimenti erano diversi; capivano tutti che bisognava fare qualche cosa qualunque fosse il destino che ci era riservato, che le popolazioni che man mano sarebbero state raggiunte dalla linea di combattimento che si spostava verso il nord, dovevano vedere anche qualche soldato italiano. Essi in un momento oscuro e triste, certo forse il più oscuro e più triste della storia recente del nostro Paese, hanno compiuto il loro dovere quando il non compierlo era facile e senza pericolo.

 

Silvia Boverini

Fonti:
“11 settembre 1943: il regno del Sud cominciava a vivere”, www.anpi-lissone.over-blog.com;
“L’esercito italiano nella guerra di liberazione: appunti e ipotesi per la ricerca”, www.italia-resistenza.it;
G. Magnoni,  “Il tramonto di un regno”, www.ilpostalista.it;
www.storiaxxisecolo.it;
www.wikipedia.org;
www.anpi.it

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