Auschwitz: ultimo appello generale

Il 17 gennaio 1945 ebbe luogo l’ultimo appello del famigerato campo di concentramento polacco. I Russi si stavano avvicinando, la guerra era ormai persa e Himmler, che l’aveva intuito già da tempo, diede il suo ordine: lasciare meno tracce possibile.

Come noto, Auschwitz non era uno singolo campo. Il nome, dato alla struttura originaria in ragione della vicinanza alla città presso cui sorgeva, andò più tardi a comprendere anche il campo di sterminio di Birkenau e quello di lavoro di Monowitz, oltre ad altri 45 sotto-campi. Più di quaranta chilometri quadrati di terreno, dove persero la vita almeno un milione di persone.

Dunque, abbandonare e distruggere, questi erano gli ordini del gerarca. E le sue SS, prontamente, risposero. Dal giorno successivo furono organizzate quelle che più avanti saranno conosciute col nome evocativo di “marce della morte”: circa 60 mila prigionieri furono costretti a incamminarsi verso altri campi, evacuando in massa quei luoghi di dolore e disperazione. Purtroppo, il rigido inverno polacco non fu clemente, soprattutto considerando le distanze siderali che le lunghe file di detenuti avrebbero dovuto percorrere. Durante il cammino, le SS spararono a chiunque cedesse e non fosse più in grado di proseguire: è stato calcolato che circa 15 mila prigionieri siano morti durante queste marce. Chi sopravviveva veniva invece caricato su treni merci e portato nei campi di concentramento in Germania.

Nel mentre, chi rimaneva doveva aiutare i propri aguzzini a cancellare ogni traccia di quanto accaduto. Anni di atrocità annullate con un colpo di spugna. Fortunatamente, il piano fallì, ma non perché i nazisti non ci provarono: diversi forni crematori furono smantellati o fatti saltare in aria, così come i depositi degli oggetti requisiti e numerosi altri edifici.

Alla fine, tra i 7 e i 9 mila detenuti ebbero salva la vita, proprio per essere rimasti nei campi fino all’ultimo, fino all’arrivo dei sovietici. Tra questi, Primo Levi, che così descrive quei momenti:

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Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.
Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.

Alessio Gaggero

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