Terremoto del Belice, Sicilia, 1968

Uno spettacolo da bomba atomica […] Ho volato su un inferno.
(Pilota di uno degli aerei impegnati nella ricognizione della zona)

L’isola trema, le case crollano, le persone muoiono.

Non si sa con certezza quante, ma il numero sale sicuramente oltre i 300. Sarebbero potute essere molte di più, ma, fortunatamente, la scossa non fu una sola. La prima fu avvertita a metà giornata di quel 14 dicembre, e questo permise a molti di lasciare le proprie abitazioni, che si sarebbero sbriciolate di lì a qualche ora. La terra tremò per altre quindici volte, radendo letteralmente al suolo interi paesi e distruggendo la vita di decine di migliaia di persone, seppur sopravvissute.

Quella valle, che prende il nome dal fiume che l’attraversa, si vide inferta una ferita terribile, che si sta rimarginando ancora oggi. Il 2018 è stato l’anno del 50° anniversario, e i numerosissimi eventi e manifestazioni organizzati testimoniano quanto, a distanza di così tanto tempo, quelle emozioni bruciano ancora nei cuori dei siciliani, e non solo. Non fu, infatti, il solo terremoto a recare dolore a un’inimmaginabile numero di persone.

Gli aiuti e le ricostruzioni estenuarono la popolazione, che, per quella parte che non fuggì dalla propria terra, fu costretta a vivere in baracche di legno o di lamiera e di eternit per quarant’anni. Le istituzioni incoraggiarono infatti a trasferirsi altrove, regalando biglietti ferroviari e concedendo passaporti a vista. Chi rimase, visse in baraccopoli paragonabili ai

[…] più efferati e abietti campi di concentramento.

per dirla con le parole di Leonardo Sciascia.

Negli ultimi cinquant’anni sono stati investiti 13mila miliardi di lire, ma servirebbero ancora, si stima, 300 milioni di euro per completare le ultime opere. Sembra che, però, la valle si sia ripresa dai peggiori momenti di devastazione e abbandono che ha affrontato in passato. Certo è che la memoria di racconti come il seguente non può essere cancellata.

Stavamo operando, il pavimento ci ballava sotto i piedi. Sentivo accanto a me la suora assistente che recitava le sue preghiere mentre mi porgeva i ferri, attenta e precisa come sempre[…] Eravamo in sala chirurgica dalle 8 del mattino. Non c’era un momento di sosta fra un intervento e l’altro[…] Uno solo di tutti quelli che abbiamo operato è morto. Aveva perso le gambe ed ambedue le arterie erano recise[…] Gli altri, senza una gamba, senza un braccio, li abbiamo tutti salvati. L’intervento più difficile fu una trapanazione del cranio: era una bambina di quattro anni che i vigili avevano trovato a Gibellina, fra le braccia della madre morta.
(Primario chirurgo dell’ospedale di Sciacca, prof. Giuseppe Ferrara)

Alessio Gaggero

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