Nell’ambito delle mire espansionistiche tedesche, giustificate dall’obiettivo di realizzare quello spazio vitale tanto caro al Fuhrer e ai suoi piani esposti nel Mein Kampf, la Germania nazista, dopo aver annesso l’allora Cecoslovacchia, si apprestò, all’inizio del settembre 1939, ad attaccare la Polonia.

Generalplan Ost e Lebensraum sono i due lemmi tedeschi a fondamento delle attività belliche naziste. Il primo, Piano generale per l’oriente, prevedeva il sovvertimento dell’ordine costituito nell’est Europa: i Tedeschi avrebbero dovuto colonizzare i territori interessati, sterminando e cacciando gli slavi. Il secondo, termine nato sul finire del XIX secolo in ambito geografico, fu rivitalizzato da Hitler con l’accezione di spazio vitale per il popolo tedesco, allora in forte crescita demografica, ma ristretto dalle conseguenze del Trattato di Versailles: i vincitori della Prima guerra mondiale avevano, infatti, limitato notevolmente il territorio sotto il controllo tedesco. Un concetto similare fu ripreso dal fascismo italiano per giustificare le campagne volte alla colonizzazione dei territori esteri.

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L’abilità strategica dei Tedeschi li rese, tuttavia, cauti nei confronti dell’avversario russo, anch’esso rientrante nei piani espansionistici. È qui che fonda le sue radici il Patto Molotov-Ribbentrop (dai nomi dei rispettivi Ministri degli esteri dei due paesi): Germania e Russia non si sarebbero reciprocamente aggredite. I due politici misero sostanzialmente la firma sulla spartizione dell’ignara Polonia.

Il primo settembre, il primo sconfinamento diede il via alla guerra lampo. Mentre le unità terrestri avanzavano in più direzioni, e una corazzata della Grande Guerra distruggeva la fortezza polacca di Westerplatte, la Luftwaffe si occupò della capitale, ma non prima di aver reciso le arterie di trasporto dei militari. Tutto questo non fu sufficiente, ancora una volta, a smuovere gli Alleati, che si limitarono alle dichiarazioni di guerra da parte di Francia e Inghilterra.

Il 5 settembre iniziò la difesa antiaerea di Varsavia, che si batté strenuamente per i propri civili, massimamente esposti ai bombardamenti tedeschi: la cosiddetta Domenica di sangue fu flagellata da 17 attacchi consecutivi. Dieci giorni dopo, la città era circondata, ma non caduta. Soldati e civili combattevano fino all’ultimo uomo, nella speranza che l’aiuto alleato arrivasse prima della resa. Resa che fu concessa il giorno stesso, ma, essendo stata respinta, portò Hitler ad ordinare il dispiegamento di tutte le forze disponibili per la conquista della città, nonostante il parere contrario dei generali: il blocco a oltranza non fu considerato dal Fuhrer.

Ad aggravare la situazione contribuì il già citato patto tra Tedeschi e Russi: questi ultimi invasero il paese sul lato orientale, costringendo alla fuga il Presidente Mościcki. Dopo una rapida avanzata, incontrarono i Nazisti il 20 settembre a Brest-Litovsk: la spartizione della Polonia era quasi cosa fatta.

Furono necessari altri sette giorni per costringere la capitale alla resa incondizionata. I continui bombardamenti, le violente sparatorie terrestri, la mancanza di cibo, acqua e medicinali, la distruzione delle reti elettrica e telefonica, nonché l’elevatissimo numero di feriti, sia militari che civili, indussero il comandante polacco a chiedere una negoziazione. A quel punto, però, i Tedeschi non potevano accettare condizioni, e così fecero. Il giorno successivo, il 28 settembre 1939, il generale Kutrzeba firmò la conclusione della campagna di Polonia.

Alessio Gaggero

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