3 luglio 1969 scoppia la rivolta di corso Traiano

Fu in corso Traiano, a Torino, il 3 luglio del 1969 che si svolse l’antefatto di quello che sarà lo storico «autunno caldo».

I sindacati avevano organizzato uno sciopero generale per protestare contro gli aumenti degli affitti e contro il sistematico ricorso agli sfratti. Quello dell’abitazione, infatti, era un problema sociale importantissimo.

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Gli immigrati del Sud e del Nord Est d’Italia (un Nord Est dal quale ancora si emigra) popolavano i quartieri dormitorio di Torino, in alcune zone erano il 70 per cento degli abitanti. E, del resto, anche in fabbrica la proporzione era più o meno quella: la metà dei dipendenti era composta da immigrati giunti nell’ultimo decennio. E i treni in arrivo dal Mezzogiorno continuavano a portare ogni giorno altri immigrati. Il che stressava ulteriormente la cronica mancanza di abitazioni. La costruzione di case popolari, infatti, non soddisfava la domanda di alloggi da affittare.

La mattina del 3 luglio i cancelli della Fiat di corso Tazzoli e di via Settembrini era presidiati dalle forze di polizia. Dopo una sassaiola e dure reazioni, il corteo, circa 4 mila persone, dapprima si orientò verso il centro, poi cambiò direzione spingendosi verso corso Traiano.

La polizia tentò di bloccare i manifestanti all’altezza di via Pio VII. Il questore Guida con il megafono disse al corteo di sciogliersi.

Si arrivò di nuovo agli scontri, dapprima davanti alla Standa di via Nizza, poi, verso le 14, in corso Traiano, dove un corteo di giovani, di operai e studenti si diresse verso i cancelli di Mirafiori.

Scattò la reazione della polizia: sassaiole, lacrimogeni, cariche, incendi, ambulanze. Alla fine, vengono ricoverati 70 feriti, fermati 160 e arrestati 28.

La rivolta di corso Traiano aprì un ciclo di lotte che si svilupparono negli anni Settanta, ma quel 3 luglio non era arrivato per caso. Prima vi erano stati cinquanta giorni di lotta in fabbrica (un numero enorme di operai vi aveva aderito, bloccando completamente il ciclo produttivo)

Inoltre vi era il disagio: chi riusciva ad affittare una casa vera pagava un affitto sproporzionato rispetto al salario e non aveva alcuna difesa rispetto all’aumento dell’affitto, potendo essere sfrattato da un momento all’altro; migliaia di emigrati, però, vivevano nelle soffitte e negli scantinati del centro storico; altri finivano tra le grinfie di proprietari-avvoltoi che davano loro solo dei letti in cui riposare a rotazione, secondo la ripartizione turni della fabbrica; altri ancora dormivano in vecchie aule vicino alla stazione o alla fabbrica.

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Chi non aveva una casa, quando non era di turno, pranzava dove e come poteva, presso parenti già più o meno sistemati, se ne aveva e se erano disponibili, oppure perlopiù mangiava pastasciutta riscaldata in trattoria. Ma alcuni andavano un po’ anche nelle mense universitarie, dove il movimento studentesco aveva reso meno effettivi i controlli nell’accesso.

Tutti s’imbattevano nei cartelli razzisti in cui leggevano:

«Non si affitta ai meridionali».

Alberto Quattrocolo

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