Esattamente otto mesi prima della fase culminante della liberazione della nostra penisola, oltralpe le forze alleate espugnavano la capitale francese.

L’operazione Overlord era iniziata il 6 giugno precedente, con l’invasione da parte delle forze anglo-americane della Francia occupata dalle truppe naziste, muovendo dalle spiagge della Normandia, nel celeberrimo D-Day (su questa rubrica, Corsi e Ricorsi, abbiamo ricordato lo sbarco in Normandia nel post Gli amici del 6 giugno): le richieste di Stalin furono esaudite e gli Alleati decisero finalmente di liberare l’Europa del nord-ovest. Lo sbarco e le successive operazioni alleate (denominate complessivamente battaglia di Normandia) comportarono il progressivo ritiro delle forze naziste, che, contemporaneamente, dovevano sostenere l’offensiva della Russia sul fronte orientale. La Sacca di Falaise (12-21 agosto) fu uno degli ultimi combattimenti prima dell’arrivo alla Ville Lumière, durante il quale i tedeschi furono circondati e sconfitti, riportando ingenti perdite.

La lentezza con cui gli Alleati misero in atto la manovra conclusiva diede, tuttavia, il tempo di fuggire a centinaia di migliaia di nemici, i quali, però, non rientrarono a Parigi. La capitale fu, infatti, lasciata con un piccolo contingente di 20.000 uomini, male armato e organizzato, di cui faceva parte anche la Milice française del Governo di Vichy, vale a dire quel governo francese che collaborava con l’invasore germanico. Analizzata la situazione, il Führer ordinò di distruggere le infrastrutture e i monumenti della città, di reprimere definitivamente ogni resistenza, di deportare in Germania tutti i prigionieri politici che era possibile trasportare, fucilando i rimanenti. In altre parole, ordinò di commettere dei crimini di guerra.

Il console e il generale

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Il generale Von Choltitz, nominato da Hitler in persona comandante militare dell’intera Parigi il 7 agosto, non seguì le disposizioni del proprio superiore, grazie anche alla fine opera diplomatica svolta dall’allora console generale di Svezia Raoul Nordling. L’attività di negoziazione che costui mise in atto in quei giorni di tensione permise la relativa stabilità della tregua patteggiata: da un lato, i resti dell’esercito tedesco, dall’altro, la resistenza francese. Tregua che, tuttavia, ebbe uno sviluppo molto altalenante, con frequenti interruzioni, sanate poi dallo stesso Nordling.

Pur osteggiati da Gestapo ed SS, il console e il generale riuscirono a liberare numerosi dei prigionieri condannati a deportazione o morte, facendo circolare ordini di liberazione tra carceri e campi sotto il dominio nazista. Inoltre, la tregua, per quanto incostante, permise di salvare innumerevoli vite da una parte e dall’altra, che sarebbero state strappate dal conflitto, oltre a evitare la probabile distruzione della città.

 

La liberazione

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Grazie alla pressione esercitata da De Gaulle sul comando alleato, guidato dal futuro presidente statunitense Eisenhower, le forze francesi furono le prime a varcare le soglie della propria capitale, dando un forte segnale simbolico di riappropriazione della terra sottratta dal nemico. La stessa marcia su Parigi fu oggetto di forti dispute tra i generali, poiché alcuni la ritenevano militarmente inutile, oltre che politicamente interessata. In effetti, tale era la valenza attribuita ad essa da Charles De Gaulle, che, sottrattosi ai nazisti riparando in Inghilterra, era presidente del Governo provvisorio della Repubblica francese.

Ad ogni modo, il 25 agosto Von Choltitz accettò le condizioni della resa alla presenza del generale Leclerc, comandante di una delle divisioni francesi, presso il municipio della città. Di conseguenza, i tedeschi rimasti deposero ufficialmente le armi. Parigi era di nuovo libera e nelle mani dei francesi.

Alessio Gaggero

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