1994, omicidio Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Mogadiscio, 20 marzo 1994. È domenica, sono passate da poco le 14.30. Una Toyota attraversa la capitale somala, diretta verso l’Hotel Amana. A bordo la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin, in Somalia per seguire la missione Restore Hope, dove sono impegnati militari italiani. Sono appena tornati dal nord del Paese, dove hanno incontrato il sultano del Bosaso. A poca distanza dall’albergo, da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, e fanno fuoco, uccidendo i due italiani; indenni l’autista (che non è quello che solitamente li accompagna) e l’uomo armato che li scorta. Gli aggressori scappano subito. Cominciano venticinque anni di inchieste e duri scontri, nella procura romana e non solo.

Sulla scena del crimine arrivano immediatamente gli unici altri due giornalisti italiani presenti a Mogadiscio, Giovanni Porzio e Gabriella Simoni. Un freelance che lavora per il network americano ABC riprende l’imprenditore italiano Giancarlo Marocchino, che a caldo dichiara:

“Non è stata una rapina. Si vede che sono andati in certi posti che non dovevano andare”.

Una troupe della Svizzera italiana filma le stanze di Miran e Ilaria, dando adito ai primi dubbi circa una precedente manomissione degli effetti personali dei due.

Tre giorni dopo, in Italia, al momento della sepoltura l’autorità giudiziaria non si è ancora attivata. Sul corpo di Ilaria Alpi non viene disposta autopsia ma solo un esame medico esterno. Spariscono alcune delle cassette girate da Miran Hrovatin e i taccuini con gli appunti della giornalista, l’intervista con il sultano del Bosaso è monca, i bagagli giungono con i sigilli violati. Emerge che i due erano stati richiamati fuori dall’hotel in fretta e furia da una misteriosa telefonata e sono stati uccisi facendovi ritorno.

Nei due anni successivi, dopo colpevoli ritardi nell’acquisizione di documenti e referti, si susseguono perizie balistiche contraddittorie, che avvalorano ora la tesi dell’esecuzione, ora quella del colpo sparato da lontano. Le indagini finiscono poi per incentrarsi su Hashi Omar Hassan, arrivato a Roma nel ’98 per testimoniare sulle presunte violenze di militari italiani ai danni della popolazione somala. Identificato dall’autista di Ilaria Alpi e da un ambiguo personaggio detto “Gelle”, arrestato e rinviato a giudizio per concorso nel duplice omicidio, Hassan viene assolto in primo grado, condannato all’ergastolo in appello e quindi a 26 anni definitivamente in Cassazione. Nel 2010, “Gelle” viene indagato per calunnia. Nel 2016, a seguito della revisione del processo, la Corte di Appello di Perugia assolve Hassan per non avere commesso il fatto, corroborando la tesi da più parti sostenuta che il somalo non fosse che un capro espiatorio; la madre di Ilaria, che fino alla morte si è battuta per ottenere verità e giustizia sostenendo l’innocenza di Hassan, non trattiene l’amarezza:

è come se mia figlia l’avesse uccisa il caldo di Mogadiscio”.

Nelle more del processo Hassan, scatta l’inchiesta bis per identificare gli altri componenti del commando e chiarire i motivi dell’omicidio, senza risultati. Il gip Emanuele Cersosimo respinge la richiesta di archiviazione del pm Franco Ionta e sostiene la tesi dell’omicidio su commissione con l’intento di far tacere i due reporter.

Accanto alla vicenda giudiziaria, quella della Commissione parlamentare d’inchiesta, avviata nel 2003 e chiusa nel 2006 con tre relazioni divergenti. Il presidente Carlo Taormina si fa portavoce della tesi del rapimento fallito:

“Ilaria Alpi era lì in vacanza” e le voci di un’esecuzione sono state messe in giro ad arte, sostiene, affermando di essere in possesso di documenti segreti che lo proverebbero.

Nel 2013, la Presidenza della Camera avvia la procedura di desecretazione degli atti acquisiti dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso: sono più di 600 dossier, alcuni dei quali prodotti dalle agenzie dei servizi segreti Aise e Aisi (ex Sismi e Sisde).

Nonostante il muro di omertà, false testimonianze, indagini arenate o chiuse senza plausibili motivi, destituzioni improvvise di magistrati particolarmente attivi, nel corso degli anni si dipana faticosamente una trama complessa, che a tutt’oggi attende un avallo ufficiale dalla magistratura, e che Luciana Ricciardi Alpi, madre di Ilaria, ha riassunto così:

Ilaria aveva toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia: lo scarico di rifiuti tossici pagato con soldi e armi. La verità è che c’è un filo invisibile che lega la morte di mia figlia alle navi dei veleni, ai rifiuti tossici partiti dall’Italia e arrivati in Somalia. Ci sono documenti che lo provano. Ci sono le testimonianze dei pentiti. Eppure nessuno ha avuto il coraggio di processare i colpevoli. In carcere è finito un miliziano somalo che sta scontando 26 anni, ed è innocente.

Dal novembre 1996, il pm Luciano Tarditi della Procura di Asti, assistito da un pool di investigatori specializzati nelle indagini sul traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi, indaga sui traffici e sul contesto degli interessi italiani in Somalia. Ha a disposizione una copiosa documentazione che contiene nomi e fatti, comprese le generalità dei faccendieri che dirigono i traffici nell’ombra, gli intrecci con i mercanti d’armi e la mappatura completa che dimostra come ai tempi dell’omicidio tutti gli interessi convergessero sulla Somalia e su altri Paesi dell’Africa costiera. Questa documentazione non verrà utilizzata nelle indagini.

Vengono invece trasmessi alla Procura di Roma, nel ’99, gli atti dell’inchiesta condotta dalla Procura di Torre Annunziata, in cui diversi testimoni raccontano un articolato sistema di traffici di armi, rifiuti pericolosi e scorie radioattive, i cui proventi alimentavano conti neri o tangenti. Un sistema gestito da faccendieri italiani e stranieri, che chiamano in causa complicità politiche legate in special modo all’area socialista craxiana, nonché uomini dell’intelligence italiana e di altri Paesi. In particolare, gli investigatori di Torre Annunziata, sulla base del materiale raccolto, ritengono che Ilaria Alpi possa essere stata uccisa non tanto per aver raccolto informazioni e prove su presunti trasporti di armi fatti con i pescherecci della società italo-somala Shifco, quanto per aver scoperto a Bosaso depositi di armi trasportate da Hercules C-130 italiani e ancora recanti l’indicazione della loro provenienza dai Paesi dell’Europa orientale.

A indicare questa pista è soprattutto l’imprenditore Francesco Corneli, ritenuto vicino ai servizi segreti siriani, nonché ex collaboratore esterno del Sisde, che parla di “armi provenienti dall’Europa dell’Est veicolate attraverso l’Italia con voli militari” tra il ’90 e il ’91, per sostenere il dittatore somalo Siad Barre nella guerra civile che lo vedeva perdente; altri testimoni menzionano aerei militari non identificati del tipo Hercules che scaricavano armi in Somalia con cadenza settimanale. Il collaboratore di giustizia Francesco Elmo, che ha lavorato nello studio di un avvocato svizzero, dai cui uffici transitavano documenti relativi a questi traffici, precisa che le armi non finivano soltanto alle fazioni somale in lotta tra loro, ma pure ad altri paesi (Eritrea, Yemen del Sud, Sudan) o ai guerriglieri palestinesi, irlandesi (Ira) e baschi (Eta).

Un traffico d’armi dall’Italia alla Somalia, via mare e via cielo, sotto gli occhi della missione Onu. Lo ammette perfino il generale Carmine Fiore, ultimo alto ufficiale a guidare l’operazione Ibis in Somalia, in un interrogatorio a Torre Annunziata nel ’97. Ma c’è anche lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, probabile contropartita somala per le forniture di armamenti e denaro. Secondo le informazioni rese agli investigatori da Marco Zaganelli:

Tra il 1987 e il 1989 mi chiamò una persona che conoscevo, prospettandomi un grosso affare, perché era stato contattato da alcuni italiani, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di container fermi al porto di Castellammare di Stabia o a quello di Gioia Tauro, contenenti rifiuti tossici o radioattivi, e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un’area desertica della Somalia. Successivamente seppi che un carico di materiale radioattivo era stato portato in Somalia e i contenitori sotterrati in un’area desertica nel Nord del Paese.

Guido Garelli, disinvolto ex collaboratore per intelligence italiane e straniere, nonché fonte in una corposa inchiesta di Famiglia Cristiana, annota:

La regìa di tutto questo è appannaggio dei servizi d’informazione coinvolti in quello che è sicuramente il business più redditizio del momento. Non mi riferisco solo al Sismi e al Sisde; vi sono anche gli organismi omologhi dei Paesi che hanno “usato” vari stati dell’Africa per smaltire porcherie.

Lo stesso Garelli, citando un rapporto da lui stilato poco dopo il duplice omicidio, rammenta di aver messo in evidenza il nesso esistente fra il traffico di rifiuti e la fornitura d’armi, ipotizzando da subito l’intervento delle intelligence italiana e somala nella vicenda, perché “era chiaro che Ilaria era capitata su uno dei punti sensibili che la Somalia cercava affannosamente di proteggere e che l’Italia aveva la necessità di coprire.”.

Nel 2012 un’inchiesta per il Fatto Quotidiano mostra documenti inediti inviati dal Sios di La Spezia (il comando del servizio segreto della Marina Militare) a Balad in Somalia, il 14 marzo del ’94, il giorno in cui Ilaria e Miran erano appena arrivati a Bosaso: “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”. I giornalisti riconoscono in Jupiter Giuseppe Cammisa, braccio destro di Francesco Cardella, a sua volta collaboratore del giornalista Mauro Rostagno, ucciso mentre seguiva la pista di un traffico d’armi illecito. Al termine di una complessa ricostruzione concludono:

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L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi.

Il generale Carmine Fiore commenta: “Se questo documento è vero vuol dire che esisteva una struttura occulta, non nota al comando del contingente”. Militari e agenti del Sismi interpellati dai giornalisti non hanno contestato l’autenticità. Qualcuno si è chiuso dietro l’obbligo del segreto al solo sentir parlare di Somalia. Per tutti appariva chiaro che quel linguaggio, quel tipo di comunicazione e le strutture coinvolte hanno un marchio di fabbrica ben noto, Gladio, o meglio Stay Behind.

Nel 2017, la procura di Roma chiede nuovamente di archiviare l’inchiesta, in quanto risulta impossibile accertare l’identità dei killer e il movente del duplice omicidio; la richiesta è respinta dal gip. È notizia della settimana scorsa che l’Agenzia di informazione e sicurezza interna (ex-Sisde) ha riferito in Procura a Roma con nota riservata della irreperibilità della fonte confidenziale che nel 1997 aveva riferito dei collegamenti tra l’omicidio Alpi-Hrovatin e i traffici di armi e rifiuti in Somalia, “con la conseguente impossibilità di interpellarla sull’autorizzazione a rivelarne l’identità”. Se questo nodo non sarà sciolto, sulla vicenda giudiziaria rischia di arrivare la parola fine.

Nel 2018 muore la madre di Ilaria, Luciana; in una recente intervista aveva detto:

Questa vicenda non riguarda solo la nostra famiglia. Riguarda chiunque, nel nostro Paese, creda nella verità e nella giustizia. Sono anni che aspetto e spero che sentenze e giudici facciano emergere la verità, ma è tutto inutile perché dietro le quinte ci sono persone che cercano di occultare e nascondere. Non ricordo neppure le numerosi solenni promesse che ho ricevuto.

 

Silvia Boverini

Fonti:
www.it.wikipedia.org; “Ilaria Alpi, 20 anni fa l’omicidio della giornalista e di Miran Hrovatin in Somalia” e A. Palladino, L. Scalettari, “L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio”, www.ilfattoquotidiano.it; R. Morrione, “In ricordo di Giorgio Alpi”, www.liberainformazione.org; www.ilariaalpi.it; B. Carazzolo, A. Chiara, L. Scalettari, “Ilaria Alpi: ecco perchè è morta”, Famiglia Cristiana del 28/5/2000, in http://ospiti.peacelink.it; M. Cinquepalmi, www.enciclopediadelledonne.it; https://archivioalpihrovatin.camera.it; www.articolo21.org; G. Sartori, “La morte scomoda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: un delitto di stato?”, https://riforma.it

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