1942, apre la sezione femminile nel lager di Auschwitz

Che cosa prendereste voi dalle vostre case se vi dicessero che avete 10 minuti e poi la vostra casa non la rivedrete più?

Il 26 marzo 1942, presso il campo di concentramento di Auschwitz, fu aperta anche una sezione femminile, in seguito collocata in un settore di Auschwitz-Birkenau denominato BI. Nel  complesso di Auschwitz, dal quale dipendevano circa 50 campi, furono immatricolate ufficialmente circa  405.000 persone, di cui 32.000 donne, ma è noto che molte migliaia di deportati non furono registrati, quindi è molto difficile stabilirne il numero complessivo reale; si stima che il solo campo di Birkenau abbia internato circa sessantamila donne. Le prime detenute furono trasferite dal campo femminile di Ravensbrück: si trattava di un migliaio di criminali comuni e asociali tedesche, che avrebbero assunto e ricoperto incarichi di responsabilità (Kapos).

Con l’inizio della deportazione in massa degli ebrei, crebbe anche il numero delle donne internate, in genere obbligate a lavorare nelle industrie che, in quantità crescente, vennero aperte nei pressi del campo; ma, indipendentemente dall’appartenenza al popolo ebraico, furono recluse anche donne Rom, donne di nazionalità polacca o slave, donne attive nella Resistenza al nazifascismo in ogni paese e donne con disagi fisici o psichici prelevate dagli istituti in cui erano ricoverate.

Arrivavano da tutta l’Europa occupata, ammassate oltre i limiti della sopravvivenza per giorni sui treni speciali, come quelli che partivano dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano: le sopravvissute italiane raccontarono che il tragitto verso la stazione avveniva su camion coperti, di mattina presto, al freddo e al buio, quando

non c’era in giro nessuno, ma anche se fosse stato giorno nessuno ci avrebbe guardato e magari compatito: un gruppo di ebrei trasferito da un posto all’altro non interessava nessuno. C’era la guerra, i bombardamenti su Milano, la fame, il carovita… e poi… eravamo ebrei.

Il treno aspettava nei sotterranei, i nazisti non volevano che i milanesi vedessero il carico di uomini, donne e bambini su vagoni-bestiame, vagoni utilizzati per trasportare merci, cose, animali. Infine l’arrivo a Birkenau, direttamente:

Lì ci hanno sbarcato, eravamo in un altro mondo. Che noi non sapevamo niente, siamo caduti dal cielo. Abbiamo visto gente, questi prigionieri, ma non sapevamo niente.

Primo Levi riconobbe come la condizione delle prigioniere potesse essere peggiore di quella degli uomini, per vari motivi:

Considerate se questa è una donna / senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno”.

Per quanto non sia possibile stilare una classifica dell’orrore, esiste uno specifico femminile nella sofferenza delle deportate, relativo alle offese subite proprio in quanto donne.

Trattando i dati sulla Shoah, emergono molteplici informazioni sul destino degli uomini nei campi; per quanto riguarda le donne le testimonianze sono minori, ma racchiudono percorsi diversi e sfaccettati: le madri separate dai figli; le figlie deportate insieme alle madri con cui condividevano le sofferenze e l’impossibilità di aiutarsi; le articolazioni della solidarietà e la durezza dei rapporti anche fra prigioniere; le donne che divennero madri in lager e videro assassinare o morire di stenti i figli; le vittime degli esperimenti chirurgici; i mille modi per sopravvivere e resistere affermando con ogni strumento culturale la propria dignità di esseri umani, anche in forme apparentemente minime. Essere prigioniere significava dover esporre in pubblico corpi abituati dal costume dell’epoca a un pudore rigoroso e vedere quelli di altre, magari anziane, e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Significava vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivavano incinte e si affannavano per nutrire un figlio che sarebbe stato ucciso poco dopo; scoprire nelle donne e anche in se stesse una distruttività che non si sarebbe mai immaginata.

Riflettere sulla peculiarità delle sofferenze e delle sopraffazioni patite da uomini e donne può aiutare a superare il neutro della testimonianza e comprendere le differenti traiettorie esistenziali di individui segnati da una diversa educazione, da diversi ruoli sociali, da diversi modi di percepire e affrontare la separazione, l’umiliazione, la perdita. “Nel lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Non credo assolutamente che gli uomini provassero la stessa cosa“, dice Liliana Segre, deportata nel lager femminile di Auschwitz-Birkenau all’età di tredici anni. E spiega:

Mettere nudo un uomo davanti a un altro uomo è senz’altro una cosa umiliante e terribile. L’uno è vestito, magari in divisa, con le armi; l’altro è nudo, inerme, in stato di completa debolezza. Eppure mi pare che la donna nuda davanti all’uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancora maggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nuda insieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente di quello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude. Non mi guardavano come una donna, ma come un capo di bestiame di cui andassero esaminati i quarti.

Essere donne in un campo di concentramento era molto più che umiliante: venivano consegnati vestiti maschili, mutande senza elastici, calze che si ripiegavano sulle gambe. Nei primi mesi il ciclo mestruale si riproponeva e non esisteva materiale per tutelare l’igiene; successivamente, a causa della scarsa alimentazione, della qualità del cibo e dell’estenuante lavoro, il flusso si bloccava per la maggior parte delle prigioniere, evento accolto come il minore dei mali ma ulteriore prova di come la femminilità scomparisse. Il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava in uno scheletro di vecchia.

D’un tratto, là dove c’era il seno non c’è più niente o, in certe donne, solo un po’ di pelle cascante. Le ossa delle anche ti bucano la pelle, premendo come spunzoni sul tavolaccio dove sei costretta a dormire senza poterti voltare, incuneata nei corpi delle altre. Ti guardi le gambe e ti sembra impossibile che ti possano sorreggere. Hai la testa rasata, non hai uno specchio, non hai nulla. Sei una persona che non ha più nulla. Non possiedi altro che quei pochi stracci che ti metti addosso. Ricordo che avevo una giacca con la fodera mezzo strappata, e quella fodera l’ho usata tutta per andare in gabinetto. Anche queste cose, giorno dopo giorno, vanno tutte a scapito della tua femminilità, del tuo essere una donna che lotta per non abbrutirsi completamente. Quando non hai un fazzoletto, come fai a soffiarti il naso? Erano tutti passaggi che portavano via un pezzo di te.

Alcune centinaia, forse più di mille internate furono sottoposte agli esperimenti “scientifici” di Clauberg e Schumann: senza anestesia si prelevavano campioni di tessuto dell’utero, si irradiavano le ovaie con raggi X, si asportava l’utero o vi si iniettava un liquido irritante, per sviluppare pratiche da impiegare nel progetto di sterilizzazione delle razze inferiori.

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Dai reparti femminili erano inoltre selezionate le donne destinate ai postriboli dei lager per allietare il personale di guardia, gli internati criminali comuni e in generale gli uomini di razza “ariana”; erano donne tedesche, ucraine, polacche o bielorusse (escluse le italiane e le ebree ritenute contaminanti per il loro sangue non ariano), tutte sotto i 25 anni di età, indotte a prostituirsi dopo un periodo di violenze e stupri, con la promessa, mai mantenuta, della concessione della libertà dopo sei mesi di “lavoro”. Dopo la fine della guerra anche questo aspetto del regime nazista venne tenuto nascosto: le stesse vittime si ritenevano in certo modo colpevoli e i due stati tedeschi si trovarono concordi nel negare alle donne dei bordelli la loro condizione di vittime e il diritto a qualsiasi risarcimento ipotizzando il loro, sia pur giustificato, consenso.

Nonostante la prigionia, i maltrattamenti, la separazione dai propri cari, la fatica, il degrado, il processo di de-umanizzazione, si continuò a tentare di preservare almeno la dignità di persone: molte internate crearono gruppi di mutua assistenza che permisero loro di sopravvivere grazie allo scambio di informazioni, cibo e vestiario; alcune donne furono leader o membri di organizzazioni della Resistenza all’interno dei campi di concentramento; si faceva anche musica, caratterizzata, rispetto all’esperienza analoga nei campi maschili, da forte natura collettiva e comunitaria, dalla composizione all’esecuzione: nella musica delle donne internate “il dolore si fa colore”.

Ma quella del lager rimase un’esperienza indicibile per tutte, incomunicabile, non condivisibile con chi non l’avesse vissuta, il Perturbante freudiano o il Reale lacaniano materializzato sulla terra che lascia smarriti nell’impossibilità di trovarne il senso. È ancora Liliana Segre a testimoniare che

In quello che avveniva non c’era assolutamente mai una logica, anche se all’apparenza tutto era preordinato. Nei giacigli dove dormivamo in cinque o sei, si agitavano gli insetti più schifosi. Erano sui nostri corpi, nelle cuciture dei vestiti. E nel campo passavano dei topi spaventosi, enormi, che si nutrivano di rifiuti, di morti, di tutto. C’era una sporcizia profonda, incredibile, ma noi dovevamo ricoprire questi giacigli a suon di bastonate, con un’unica coperta in ottimo stato, che doveva avere la piega fatta in un certo modo, perfettamente geometrico. Quando ho capito tutto questo, e cioè che sotto la coperta ci poteva essere qualunque schifezza, ma che sopra tutto doveva avere un aspetto perfetto, ho trovato la risposta a un sacco di cose.

Silvia Boverini

Fonti:
www.assemblea.emr.it; https://encyclopedia.ushmm.org; “Le donne deportate raccontano i lager nazisti”, http://www.deportati.it; A. Lotto, “Memorie e ricordi di donne e bambini deportati nei lager nazisti”, www.unive.it; “Considerate se questa è una donna”, www.pinchetti.net; A. Beltrami, “Musica nei lager: quando il canto delle donne era più alto del filo spinato”, www.avvenire.it; www.lageredeportazione.org; http://restellistoria.altervista.org; D. Padoan, “Liliana Segre: noi donne nei lager come rane d’inverno”, www.globalist.it

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