16/09/1982. Massacri di Sabra e Chatila

Quand’è che un assassinio diventa un’atrocità? Quand’è che un’atrocità diventa massacro? O, per dirla in altre parole, quanti morti ci devono essere perché si possa considerare un massacro? Trenta? Cento? Trecento? Quand’è che un massacro non è ancora un massacro? Quando le vittime sono troppo poche? O quando il massacro è opera degli amici di Israele piuttosto che dei loro nemici?
R. Fisk, “Il martirio di una nazione”

Ci sono ricorrenze, nel ciclo dei corsi e ricorsi storici, che fanno pensare che Hegel aveva torto, che non è vero che tutto ciò che è reale è razionale, e che esistono eventi che, semplicemente, non dovevano accadere.

Tra il 16 e il 18 settembre 1982, per circa 40 ore ininterrotte, si consuma una mattanza di civili alla periferia ovest di Beirut, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila.

La strage è uno dei tanti, tragici atti della guerra civile libanese, che dal 1975 insanguina l’ex “Svizzera del Medio Oriente”, opponendo la componente cristiana del paese, un tempo maggioritaria, a quella musulmana, in continua crescita dal 1948 a causa dell’arrivo dei profughi palestinesi in fuga da Israele; ad alimentare la guerra contribuisce anche l’intervento della Siria, intenzionata a porre sotto tutela il Libano secondo il progetto di una “grande Siria”, e di Israele, che intende contrastare i miliziani dell’OLP riparati in loco creando una fascia di sicurezza sotto il proprio controllo. La presenza dei combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che da lì compiono atti di guerriglia contro Israele, acuisce i contrasti tra i libanesi musulmani, simpatizzanti della causa palestinese, e quelli cristiani, di culto maronita e filo-occidentali, organizzati nella milizia armata delle Falangi, che li ritengono una minaccia per il paese.

Nell’ambito di tale conflitto, nel giugno 1982 l’esercito israeliano dà il via all’assedio di Beirut, accerchiando 15.000 combattenti, tra palestinesi dell’OLP, libanesi e siriani; dopo estenuanti trattative, il mediatore Philip Habib inviato dagli USA ottiene dal Primo Ministro israeliano Begin l’assicurazione che i suoi soldati non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i palestinesi nei campi profughi; ottiene inoltre l’assicurazione del futuro presidente libanese Bashir Gemayel che i falangisti non si sarebbero mossi. Su insistenza di Yasser Arafat, preoccupato per la sorte dei profughi palestinesi, una forza multinazionale di 800 soldati statunitensi, 800 francesi e 400 italiani, viene inviata per garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut, con un mandato di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre.

Il primo giorno di settembre si dichiara terminata l’evacuazione. Due giorni dopo, le armate israeliane circondano i campi profughi palestinesi, venendo meno al patto siglato con gli eserciti cosiddetti “supervisori”, che però non si attivano per fermarle. Il segretario alla difesa americana ordina ai marines di abbandonare Beirut il 3 settembre, determinando la conseguente partenza dei contingenti francese e italiano: il 10 settembre, gli ultimi soldati partono da Beirut, undici giorni prima del previsto.

In quegli stessi giorni, le milizie cristiano-falangiste, alleate degli israeliani, prendono posizione ai margini dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, mentre l’allora Ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon contesta la permanenza di 2000 guerriglieri dell’OLP in territorio libanese, fatto negato dai palestinesi.

Il 14 settembre, il neo presidente libanese Gemayel muore in un attentato organizzato dai servizi segreti siriani con l’aiuto dei palestinesi; il giorno seguente, infrangendo ogni accordo, le truppe israeliane occupano Beirut Ovest e Sharon dispone la chiusura dei campi profughi, piazzando cecchini sui tetti circostanti: niente e nessuno poteva entrare o uscire. Coordinandosi con le forze israeliane, alle 18:00 del 16 settembre le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika entrano nei campi.

Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa entrano nei campi, due giorni dopo, si trovano di fronte l’Orrore irriferibile evocato dal conradiano colonnello Kurtz in “Cuore di tenebra”.

Elaine Carey, giornalista del Daily Mail:

Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore.

Robert Fisk, scafato corrispondente di guerra statunitense:

Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. […] Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. In ogni vicolo c’erano cadaveri – donne, giovani, nonni e neonati – stesi uno accanto all’altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell’odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità […]. Era stato un crimine di guerra.

Il tenente israeliano Avi Grabowski dirà, davanti alla commissione d’inchiesta: “Ho visto falangisti uccidere civili. Uno di loro mi ha detto: ‘dalle donne incinte nasceranno dei terroristi’”. Ma i soldati israeliani hanno l’ordine di non intervenire, il loro compito rimane quello di sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e illuminare l’area, al calar della notte.

Più di 1500 persone spariscono, caricate sui camion. I riconoscimenti dei cadaveri straziati avverranno solo in parte, poiché molti erano stati gettati in fosse comuni, e a tutt’oggi il numero esatto dei morti non è chiaro: il procuratore capo dell’esercito libanese parla di 460 morti, i servizi segreti israeliani ne stimano 7-800, ma chi è entrato in Sabra e Chatila prima e dopo il 16 settembre calcola, tra morti e dispersi, almeno 3000 vittime.

Tra la popolazione israeliana l’indignazione è profonda: un corteo di 400mila persone invade Tel Aviv con slogan contro il governo e Sharon. Il 20 settembre Amos Kennan, sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot, scrive:

In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza utile.

Il 16 dicembre 1982, una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna il massacro, definendolo un atto di genocidio.

Il consiglio dei ministri israeliano, a seguito della forte pressione internazionale e della massiccia protesta dei cittadini, istituisce una commissione d’inchiesta: il 9 febbraio 1983 essa conclude che l’unico gruppo direttamente responsabile delle atrocità è il partito paramilitare delle Falangi Libanesi, con il capo della divisione intelligence Elie Hobeika e il comandante falangista Fadi Frem, mentre le alte autorità israeliane, tra cui il Primo Ministro Begin e il capo di stato maggiore Eitan, sono da ritenersi indirettamente responsabili del massacro. Sharon deve dimettersi da ministro della difesa, ma rimane ministro senza portafoglio. Il generale delle forze di difesa israeliane Yaron viene interdetto per tre anni. In Libano nessuno dei responsabili verrà mai punito, a seguito di un’amnistia per i crimini commessi durante il conflitto civile.

Il report sottolinea la relazione di appoggio politico e militare tra le forze falangiste, il governo israeliano e l’intelligence israeliana Mossad, per realizzare l’obiettivo falangista di rimuovere dal suo territorio i rifugiati palestinesi, sia attraverso politiche diplomatiche sia con l’uso della violenza.

Analisti israeliani e stranieri ritengono plausibile che Begin e il generale Sharon non avessero previsto una strage di tali proporzioni. Scrive Kapeliouk:

Dalle discussioni tra giornalisti viene fuori che la tesi sostenuta all’inizio, secondo la quale il massacro e le distruzioni sarebbero state il frutto di un’esplosione di collera e di vendetta spontanea dovuta all’assassinio di Gemayel, è falsa. Questo massacro sembra proprio essere stato premeditato. Il suo scopo: provocare un esodo massiccio dei Palestinesi da Beirut e dal Libano. La crudeltà del crimine – corpi lacerati, membra tranciate, bambini squartati, teste di bambini schiacciate contro il muro – può trovare così una spiegazione nella volontà di terrorizzare.

Trentasette anni dopo l’eccidio, la quarta generazione di profughi vive ancora nello stesso campo, in condizioni indegne per uomini e bestie, aggravate nel corso del tempo dal progressivo sopraggiungere di nuove ondate di sfollati palestinesi e libanesi, siriani e iracheni, sudanesi ed etiopi, indiani e curdi, in fuga da tutte le tragedie del mondo.

Silvia Boverini

Fonti:
G. Quercini, “I massacri di Sabra e Chatila. Cosa successe in quei giorni”, www.left.it;
Robert Fisk, “Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra”, ed. it. Il Saggiatore;
www.wikipedia.org;
V. Perniciaro, “Diario di un massacro”, Liberazione, 16/09/2008;
K. Aina, “Sabra e Shatila, benvenuti al campo”, www.ilmanifesto.it;
A. Kapeliouk, “Sabra e Chatila. Inchiesta su un Massacro”, ed. it. CRT;
G. D. Baù, “Il massacro di Sabra e Chatila”, www.dirittointernazionaleincivica.wordpress.com

 

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