Sakharov, un portavoce della coscienza per l’umanità, oggi come ieri

Andrei Sakharov fu arrestato il 22 gennaio del 1980. Le sue idee, le sue parole e le sue iniziative erano state ritenute dai vertici del Cremlino così scomode da farlo arrestare. Eppure, Sakharov, era stato riconosciuto come Eroe socialista del lavoro e aveva ottenuto il premio Stalin. In Unione Sovietica era uno che contava, “un pezzo grosso”. Non faceva parte dei servizi segreti, non era un militare, né un politico. Era uno scienziato. E, in questa veste, tra il 1948 e il 1953 aveva fornito un contributo tale alla progettazione e alla sperimentazione delle prime bombe termonucleari che venne considerato il padre della bomba all’idrogeno sovietica. Forse nessun singolo individuo aveva dato un contributo maggiore del suo allo sviluppo della potenza militare dell’URSS.

Nel 1975, però, gli era stato assegnato il “Nobel per la Pace“. Era stato il primo russo a ricevere quel riconoscimento. E altri ancora ne ricevette in seguito [1]. Perciò, oggi, a quasi trent’anni dalla sua morte (si spense a Mosca, dov’era nato, il 14 dicembre del 1989, a sessantotto anni, a causa di una cardiomiopatia) e a trentanove anni esatti dal suo arresto, vale la pena ricordare quali furono i valori e i principi che lo guidarono e per cosa lottò. La ragioni della sua lotta, infatti, sono ancora attuali, come lo sono, purtroppo, le reazioni di chi considera quei principi come delle eresie e la loro realizzazione come qualcosa da evitare e stroncare con qualsiasi mezzo e senza alcuno scrupolo.

Andrei Sakharov, il padre della bomba all’idrogeno sovietica

Nel 1938 si era iscritto all’Università di Stato di Mosca, quando le “purghe staliniste” falcidiavano i migliori docenti del mondo accademico [2]. Dopo il 22 giugno del 1941 Andrei Sakharov, con altri studenti, trasferito con altri studenti in Asia centrale su un treno merci (il viaggio durò un mese) [3]. All’inizio del ’45 tornò a Mosca per riprendere gli studi di fisica.

Qualcosa di nuovo e terribile era entrato nelle nostre vite, ed era venuto dalla parte della Grande Scienza, quella che avevo strettamente abbracciato.

La mattina del 7 agosto lesse su un giornale che il giorno prima il presidente degli Stati Uniti Harry Truman aveva comunicato l’esplosione a Hiroshima di una bomba atomica americana dal potere distruttivo pari a 20mila tonnellate di tritolo.

«Le mie ginocchia si sono allentate. Mi resi conto che la mia vita e la vita di moltissime persone, forse tutte, erano improvvisamente cambiate. Qualcosa di nuovo e terribile era entrato nelle nostre vite, ed era venuto dalla parte della Grande Scienza, quella che avevo strettamente abbracciato».

Stava iniziando la Guerra Fredda, come per circa 45 anni venne definita la contrapposizione tra il bocco capitalista e quello comunista [4]. Già nel ’46 al venticinquenne Sakharov fu chiesto di partecipare al progetto per la costruzione di una bomba atomica sovietica, ma egli declinò l’invito sia quell’anno che quello successivo, ma nel ‘8 vi aderì [5]. E fu trasferito in una città segreta dell’URSS (chiamata Installazione), nella regione centrale del Volga, nella primavera del ’50 [6].

La bomba H

Nel ’53 il gruppo di cui faceva parte Sakharov realizzò con successo il test termonucleare [7]. Non era stato soltanto “la sfida tecnico-scientifica” ad appassionare Sakharov:

«Non potevo ignorare quanto fosse orribile e disumano il nostro lavoro. Ma anche la guerra che era appena finita era stata disumana. Non ero stato un soldato in quella guerra, ma mi sentivo tale in questa nuova guerra scientifica e tecnologica».

Pur deprecando la violenza dello stalinismo, pianse quando quell’anno Stalin morì. Il patriottismo e la convinzione che il comunismo fosse la salvezza dell’umanità mettevano in secondo piano la ferocia del regime. Aveva assimilato «l’idea, indotta dalla propaganda, secondo cui le brutalità sono inevitabili durante i grandi sconvolgimenti storici». Subentrato a Igor Tamm nella direzione del gruppo di lavoro, apportò un contributo chiave anche alla realizzazione della prima bomba H a piena potenza dell’Unione Sovietica, che fu testata nel 1955.

L’opposizione di Sakharov agli esperimenti nucleari per fini bellici

Nel 1957 Sakharov, incaricato di smentire gli scienziati americani riguardo alla bomba atomica “pulita”, entrò a capofitto nel dibattito internazionale sulle conseguenze radioattive di qualsiasi esplosione nucleare [8]. Usando i dati biologici disponibili, Sakharov calcolò gli effetti duraturi, derivanti in tutto il mondo, della detonazione di una bomba H “pulita” da un solo megatone. Le sue conclusioni erano nettamente meno ottimistiche sia di quelle dell’americano Edward Teller, sia di quelle della maggior parte degli scienziati sovietici, più o meno concordi con l’americano nel sostenere che i test delle armi nucleari erano sicuri, non creavano pericoli. Sakharov non solo contestava quelle convinzioni ma aggiungeva che anche la dannosità dei test nucleari compiuti nell’atmosfera era un fatto provato dalla scienza. Ed era un fatto che aveva inevitabili implicazioni morali [9].

Il suo studio non fu pubblicato che nel 1958, cioè poco dopo che l’Unione Sovietica aveva annunciato una moratoria temporanea sugli esperimenti nucleari. Sakharov ne fu lieto, ma molto meno lieto fu nel luglio del 1961, quando il leader sovietico Nikita Khrushchev decise di revocare la moratoria sui test [10].

La bomba dello Zar

Tuttavia, Sakharov avendo fiducia in Khrushchev, obbedì [11]. Sotto la sua direzione, quindi, fu fabbricata la cosiddetta bomba dello Zar, il dispositivo più potente mai esploso sulla Terra, che fu testato il 30 ottobre 1961 [12]. Era ancora convinto che la pace, cioè la mancata esplosione di una guerra nucleare, fosse assicurata da questa infinita gara tra le due super-potenze, costantemente tese a raggiungere e superare il potenziale bellico avversario. Si trattava di ciò che venne chiamato “Mutual Assured Destruction“.

La svolta del settembre ’62 e l’impegno per la messa al bando dei test nucleari

Nel settembre del ’62 il Cremlino, però, decise un altro test. Inutile sul piano tecnico e nocivo quanto gli altri, secondo Sakharov. Fu, per lui, una delusione terribile [13]. Decise allora di impegnarsi al massimo per spingere l’Unione Sovietica a sottoscrivere un accordo per la messa al bando dei test nucleari (vi abbiamo riferimento nel post del 22 novembre 2018 sul cinquantacinquesimo anniversario della morte di John Kennedy). Il Trattato, che fu firmato, nel 1963, a Mosca, dagli Stati Uniti, dall’URSS e dal Regno Unito, vietò tutti i test nucleari nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, permettendoli “soltanto” sottoterra [14].

“Riflessioni su progresso, coesistenza pacifica e libertà intellettuale”.

Dall’autunno del 1963 riprese a dedicarsi seriamente anche sulla scienza pura [15]. Continuava ancora a lavorare nell’ambito della progettazione militare, ma iniziò anche ad offrire un sostegno alle vittime della discriminazione e dell’oppressione politica [16]. Inoltre, lavorando a nuove armi e scrivendo le sue riflessioni, tentava di incidere sulle decisioni politiche e strategiche [17]. Il Cremlino, però, definì il frutto dei suoi studi “inadatto alla pubblicazione“. Sconfitto ma non domato, Sakharov scrisse un saggio dal titolo “Riflessioni su progresso, coesistenza pacifica e libertà intellettuale“, facendolo circolare con copie dattiloscritte [18]. Il saggio riuscì a giungere fuori dall’Unione Sovietica e venne pubblicato prima sul giornale olandese Het Porool poi dal New York Times, nel luglio 1968. Ai capi di Sakharov la cosa non andò giù e lo estromisero da tutte le ricerche in ambito bellico.  L’anno dopo, nel mese di marzo, sua moglie Klavdia morì di cancro, lasciandolo con i tre figli di 24, 19 e 11 anni. A maggio tornò all’Università di Mosca per dedicarsi alla fisica teorica pura.

La difesa dei diritti umani

Con il saggio pubblicato dal New York Times, Sakharov aveva voluto denunciare «i gravi pericoli che minacciano la razza umanaestinzione termonucleare, catastrofe ecologica, carestia, un’esplosione incontrollata della popolazione, alienazione e distorsione dogmatica della nostra concezione della realtà». Inoltre sosteneva la necessità «di un riavvicinamento dei sistemi socialista e capitalista che potrebbero eliminare o ridurre sostanzialmente questi pericoli […] e portare a una società democraticamente governata, democratica e pluralista, priva di intolleranza e dogmatismo, una società umanitaria che si preoccupi della Terra e del suo futuro» [19].

Con queste premesse era quasi naturale che Sakharov entrasse sempre di più in rapporto con l’emergente movimento per i diritti umani: nel ’70, insieme ai dissidenti sovietici Valery Chalidze e Andrei Tverdokhlebov, infatti, fondò il Comitato per i diritti umani di Mosca. E nel movimento incontrò Elena Bonner, la quale prestò divenne sua compagna non solo di lotta, visto che si sposarono nel 1971 [20].

La campagna anti-Sakharov

Sakharov era al centro dell’attenzione. Di un’attenzione non benevola da parte dei vertici del Partito. Furono pubblicate lettere aperte che lo denunciavano in termini politici, alcune delle quali firmate dai membri dell’Accademia Sovietica delle Scienze, mentre sui giornali comparivano lettere fasulle di “persone semplici” che lo attaccavano come “traditore”. Come Alexander Solzhenitsyn, in quel 1973, Sakharov era diventato troppo scomodo per il Politburo sovietico, per quanto egli fosse lontanissimo, anzi avverso, alle idee di Solzenitsyn sulla resurrezione nazionale russa, pur rispettando profondamente il coraggio dell’autore di Una giornata di Ivan Denisovich e di Arcipelago Gulag. E la stima era reciproca, visto che fu Solzhenitsyn, premiato con il Nobel per la letteratura nel 1970, a proporre la nomina di Sakharov per il Premio Nobel per la Pace [21].

Il Nobel per la pace

Le autorità sovietiche non permisero a Sakharov di andare a ricevere il premio [22]. Fu Elena Bonner, che era già all’estero, a ritirarlo per lui, partecipando alla cerimonia di premiazione a Oslo. Quel giorno Sakharov si trovava a Vilnius per assistere ad un processo contro Sergei Kovalev, un attivista per i diritti umani, ma aveva fatto avere ad Elena il testo del discorso di accettazione.

La libertà di movimento

Tra i tanti passaggi sulla libertà come condizione per una pace vera ce n’è un paio, riguardanti la libertà di movimento, che suonano ancora attuali – tragicamente attuali.

«Chiunque desideri emigrare dall’Unione Sovietica deve ricevere un invito formale da un parente stretto. Per molte persone questo è un problema insolubile, ad esempio per 300.000 tedesco-orientali che desiderano recarsi nella Repubblica Federale Tedesca. La quota di emigrazione per i tedeschi è di 5.000 l’anno, il che significa che i propri piani dovrebbero coprire un sessantennio!». 

La libertà di coscienza

Non meno esplicita fu un’altra denuncia di Sakharov. «Nell’Unione Sovietica oggi molte migliaia di persone sono perseguitate a causa delle loro convinzioni, sia da parte degli organi giudiziari sia da parte di organi non giudiziari, per il loro credo religioso e per il loro desiderio di allevare i loro figli nello spirito della religione, per il fatto di leggere e divulgare – spesso solo a pochi conoscenti – una letteratura che non è gradita allo Stato, ma che secondo la normale pratica democratica è assolutamente legittima, ad esempio la letteratura religiosa, e per i tentativi di lasciare il paese». 

Sakharov non usò giri di parole anche nell’accusare l’assurda disumanità dei campi di prigionia sovietici, dove i detenuti, affamati, ammalati ma senza medicine, e stremati dal freddo e dal lavoro forzato, erano costretti «ad una lotta incessante» per difendere «la loro dignità umana e le loro convinzioni contro la “macchina dell’indottrinamento”, in realtà contro la stessa distruzione delle loro anime» [23].

La tutela dei diritti umani attraverso accordi internazionali e non con l’ingerenza negli affari interni di un singolo paese

La sua idea era che la persecuzione delle persone con opinioni diverse da quelle dei loro governanti dovesse essere risolta con accordi internazionali, che portassero alla «liberazione di tutti i prigionieri politici, di tutti i prigionieri di coscienza nelle prigioni, nei campi di internamento e nelle cliniche psichiatriche», se necessario «sulla base di una risoluzione approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite»Precisava che la sua proposta non implicava alcun intervento esterno «negli affari interni di nessun paese», poiché un simile accordo sarebbe stato vincolante e applicabile in tutti i paesi con gli stessi criteri. Essendo consapevole che la sistematica violazione dei diritti umani non era una prerogativa esclusiva del mondo comunista, visto che era non meno tragica in paesi rientranti nel sistema capitalista, specificò:

«Dopotutto, si applicherebbe a tutti i paesi sulla stessa base: per l’Unione Sovietica, per l’Indonesia, per il Cile, per la Repubblica del Sud Africa, per la Spagna, il Brasile e per ogni altro paese. Dal momento che la protezione dei diritti umani è stata proclamata nella Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite, non si può dire che questo sia un problema di interesse puramente interno».

Meglio avere dei colpevoli in libertà che degli innocenti rinchiusi

Conscio anche del fatto che un’amnistia generalizzata per i detenuti politici e per quelli di coscienza, poteva essere boicottata o circoscritta fino ad essere vanificata nei singoli stati, escludendone coloro che erano stati (giustamente o ingiustamente) incarcerati per altri crimini, aggiunse: «Sono profondamente convinto che sarebbe meglio liberare un certo numero di persone – anche se potrebbero essere colpevoli di qualche reato o altro – che tenere migliaia di persone innocenti rinchiuse ed esposte alla tortura».

La via delle riforme e non della rivoluzione

A suo modo di vedere la tutela per i diritti umani doveva essere intesa e sviluppata innanzitutto proteggendo le attuali e potenziali vittime innocenti dei diversi regimi, senza che ciò implicasse «chiedere la distruzione o la condanna totale di questi regimiAbbiamo bisogno di riforme, non di rivoluzioni».

L’arresto e l’esilio

Continuando a sviluppare le sue riflessioni su scienza e società – arrivò anche a prevedere in un articolo del 1974 la creazione di un sistema di informazione globale pubblicamente disponibile (18 anni prima della prima apparizione del World Wide Web) -, finì col principale difensore dei diritti umani del suo paese.

La repressione dei diritti umani porta alla guerra

Ma a porlo all’avanguardia nel campo internazionale fu un aspetto peculiare del suo impegno sul fronte dei diritti umani: aveva stabilito una stretta relazione tra la violazione dei diritti umani e la violenza internazionale, in virtù della quale le nazioni con diffusi e realmente tutelati diritti politici (cioè le democrazie) hanno raramente, se non mai, una guerra l’una con l’altra. Mentre in quei paesi in cui vi è una repressione interna di quei diritti, sono più propensi a sviluppare dei conflitti all’estero [24]. L’imminente invasione sovietica dell’Afghanistan confermò la validità della sua tesi.

L’esilio a Gorky

Sakharov protestò pubblicamente contro l’intervento sovietico del 1979 in Afghanistan. E, questa volta, il Politburo sovietico non ebbe riguardi. Il 22 gennaio 1980 fu fermato per strada e condotto nell’ufficio del Procuratore dell’URSS. Un decreto del Praesidium del Soviet Supremo dell’URSS gli aveva levato il titolo di Eroe socialista del lavoro e tutti gli altri riconoscimenti e stabiliva che quello stesso giorno fosse imbarcato su di un volo speciale per Gorky, una città sul Volga, insieme a, Elena Bonner, cui era stato concesso di accompagnarlo. Il suo esilio prevedeva una sorveglianza esasperata, il divieto di uscire dalla città, la proibizione di incontrare degli stranieri, di avere una corrispondenza di qualsiasi tipo con degli stranieri, inclusi gli scienziati, nonché delle comunicazioni personali, anche con i figli e i nipoti.

Le “bufale” contro di lui pubblicate su Izvestiia, gli scioperi della fame e la persecuzione della moglie

L’esilio durò quasi sette anni, ma pur soffrendo per l’isolamento, Sakharov non smise di difendere i suoi e altrui diritti e la dignità umana e scrisse un’autobiografia di oltre 1.000 pagine, che per tre volte il KGB gli sottrasse e per tre volte egli riscrisse [25]. L’establishment sovietico fece uscire un articolo sul quotidiano Izvestiia, firmato da quattro membri dell’Accademia delle scienze, in cui Sakharov veniva accusato di invocare una guerra termonucleare contro l’Unione Sovietica. Sakharov fece anche degli scioperi della fame e nei più di 200 giorni in cui fu totalmente isolato neanche a sua moglie fu permesso vederlo. Anzi, fu minacciata di essere perseguita penalmente. E, soprattutto, si cercò di far passare l’idea che egli in realtà fosse stato traviato proprio da lei.

La vera democrazia attraverso la riforma costituzionale

Per i cittadini sovietici comuni Sakharov era semplicemente un traditore, ma nell’élite comunista, dove la verità era nota, sulla scorta dell’esempio di Sakharov, si cominciò a mettere in discussione il sistema sovietico. Eletto Segretario Generale del Partito Comunista nel 1985, Mikhail Gorbaciov diede il via ad un processo di riforme noto come Perestroika. E nel dicembre ‘86 Sakharov tornò a Mosca e riprese le sue attività pubbliche, diventando una delle figure più rilevanti dell’opposizione politica, la quale chiedeva dei cambiamenti democratici più radicali rispetto a quelli previsti dalle riforme avviate dal Partito Comunista. Nell’aprile dell’89 Sakharov venne eletto nel nuovo parlamento dell’Unione Sovietica e in tale ruolo si fece interprete della proposta di abolizione dell’articolo 6 della Costituzione sovietica, che assicurava al Partito Comunista l’esclusiva funzione di direzione della società. Sakharov iniziò a scrivere una nuova Costituzione, essendo convinto che soltanto una riforma rapida e radicale potesse assicurare una trasformazione pacifica del paese.

Il 14 dicembre 1989, dopo una faticosa giornata di discussioni politiche, Sakharov morì per un improvviso attacco di cuore. Pochi mesi dopo, grazie ad imponenti manifestazioni popolari, il Partito Comunista rinunciò al suo monopolio costituzionale sul potere politico.

Alberto Quattrocolo

[1] Il Norwegian Helsinki Committee nel 1980 istituì il “Sakharov Freedom Award“, seguito otto anni più tardi dal Parlamento Europeo con il “Premio Sakharov per la libertà di pensiero“, attribuito a personalità e organizzazioni distintesi per le attività svolte a favore dei diritti umani e per la lotta contro l’intolleranza, il fanatismo e l’oppressione. Quello stesso anno l’International Humanist and Ethical Union attribuì a Sakharov l’ International Humanist Award“.

[2] Figlio di un insegnante di fisica, proveniva da una famiglia che, al tempo della Russia zarista, era collocata ad un livello piuttosto alto della gerarchia sociale. Ne avevano fatto parte sia militari di ragno che sacerdoti ortodossi. Ma Andrei, nato nel 1921, era tra quelli venuti al mondo dopo la Rivoluzione d’Ottobre. La prima generazione sovietica, educata ai principi del comunismo. Il suo incontro con l’istituzione scolastica, però, avvenne soltanto a sette anni. Fino ad allora il suo maestro era stato il papà. A scuola Andrei Sakharov non si sentiva esattamente a suo agio. Alto per la sua età e magro. Goffo nei movimenti, più interessato alla lettura che all’attività fisica, suscitava negli altri atteggiamenti di distratta, sporadica tenerezza o di scherno. Veniva notato, però, per la sua capacità di scrivere con entrambe le mani contemporaneamente. Disse di sé: «Ho ereditato l’aspetto fisico da mia madre e da mia nonna, in particolare il taglio mongolo dei miei occhi, e qualcosa del mio carattere: una certa ostinazione e un imbarazzo nel trattare con le persone, che mi hanno turbato per gran parte della mia vita».

[3] A dispetto del patto Ribbentrop-Molotov (cioè, il Trattato di non aggressione fra il Terzo Reich e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), Hitler fece scattare l’operazione Barbarossa, cioè l’invasione dell’Unione Sovietica. Prima di essere trasferito all’est, Sakharov fu chiamato a prestare servizio durante le incursioni aeree. Proprio a quel periodo risalgono le sue prime invenzioni scientifiche, in tal caso relative ad un dispositivo magnetico per rilevare le schegge nei cavalli feriti. Dopo essersi laureato nel ’42, andò a lavorare in uno stabilimento di produzione di cartucce a Ulyanovsk sul fiume Volga.

[4] Con le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki la Seconda Guerra Mondiale, che già si era conclusa in Europa con la sconfitta e l’occupazione delle armate alleate e sovietiche della Germania, terminava anche sul fronte del Pacifico. Ma si apriva un altro tipo di conflitto, la contrapposizione tra mondo capitalista e mondo comunista. E i leader sovietici – a partire da Stalin –  non potevano permettere che soltanto gli Stati Uniti fossero capaci di fabbricare e impiegare un ordigno come quelli che avevano polverizzato Hiroshima e Nagasaki, poiché ciò metteva l’Unione Sovietica in una posizione di inferiorità intollerabile rispetto all’Occidente

[5] Non voleva separarsi dagli studi e dalla ricerca, né dal suo maestro e mentore Igor Tamn, con il quale si era formato all’Istituto di Fisica dell’Accademia delle Scienze. Però, dopo aver conseguito un dottorato sulla fisica delle particelle, nel giugno del 1948, si unì a Tamm, che era stato incaricato di collaborare con Yakov Zeldovich e il suo gruppo di ricerca per studiare la realizzabilità di una bomba termonucleare. Così Tamm e alcuni suoi studenti, tra i quali e, in primo luogo, Sakharov, costituirono un gruppo speciale ausiliario dell’Istituto di Fisica dedito allo studio di un’ipotesi di bomba H. Intanto il 29 agosto del ’49 il gruppo di lavoro del fisico Igor Kurchatov esitò nel primo test nucleare sovietico Il lavoro sulla bomba H, in teoria molto più potente (chiamata Super-bomba), però, pareva ancora la ricerca di una chimera. Pochi fisici sovietici se ne occupavano e si basavano su di un progetto soprannominato Truba (“tubo”), in parte riconducibile ad informazioni ottenute dal Progetto Manhattan (lo abbiamo ricordato a proposito del primo test atomico, realizzato nel Nuovo Messico il 16 luglio del 1945). Sakharov riteneva che Truba non fosse adeguato. Così suggerì uno schema nuovo (“Sloyka”, un dolce stratificato) e Vitaly Ginzburg, un altro studente di Tamm, propose a sua volta un ulteriore contributo.

[6] L’anno dopo un matematico che lavorava con lui, Mates Agrest, venne licenziato, perché manifestava apertamente la sua fede religiosa ebraica. Sakharov, che era un ateo, ospitò Agrest nel suo appartamento di Mosca finché costui non trovò un nuovo lavoro.

[7] A Sakharov si aprirono tutte quelle porte che il successo può aprire. Mentre Tamm tornava a Mosca, all’Istituto di Fisica, Sakharov veniva eletto membro a pieno titolo dell’Accademia Sovietica delle Scienze, riceveva il premio Stalin, la prima delle tre medaglie come Eroe socialista del lavoro e l’assegnazione di una lussuosa dacia.

[8] Kurchatov nel ’57 aveva chiesto a Sakharov di ribattere con un articolo allo sviluppo americano della cosiddetta “bomba pulita”, quella che avrebbe lasciato meno detriti radioattivi, Sakharov, però, superò le aspettative di Kurchatov

[9] «Solo un’estrema mancanza di immaginazione può far ignorare la dannosità che già si palesa. La coscienza dello scienziato moderno non deve fare distinzioni tra la sofferenza dei suoi contemporanei e la sofferenza delle generazioni non ancora nate», sostenne Sakharov.

[10] Esplicitamente osservò che un rinnovo dei test avrebbe comportato contemporaneamente un abbassamento del livello tecnico e un rischio per la sicurezza internazionale.

[11] Khrushchev aveva avuto il coraggio di denunciare le atrocità staliniste, aveva disposto la riabilitazione di massa delle vittime del Terrore stalinista, promuoveva un generale disgelo e un’apertura culturale verso l’Occidente.

[12] Sakharov e Khrushchev vivevano in un mondo paranoico, come i loro corrispettivi americani. Un mondo popolato di potenziali aggressioni, di continue minacce, di illusioni e di incubi. Ciò gli suscitava un “senso dell’importanza eccezionale e cruciale” del suo lavoro “nel preservare l’equilibrio mondiale attraverso la reciproca deterrenza”

[13] Quello che Eisenhower, parlando per la realtà americana, aveva definito con allarme il “complesso militare-industriale”, esisteva anche nell’URSS ed aveva la stessa ottusa pericolosità. E la stessa potenza. Le sue obiezioni infatti non erano state ascoltate.

[14] «Considero il trattato di Mosca di importanza storica. Ha salvato le vite di centinaia di migliaia, forse milioni, di persone che sarebbero perite se i test fossero continuati. E forse ancora più importante, il trattato era un passo verso la riduzione del rischio di una guerra termonucleare. Sono orgoglioso del mio contributo al Trattato di Mosca», commentò Sakharov.

[15] Anche in questo caso dovette affrontare non poche lotte contro le ottusità di chi aveva le leve del comando.

[16] Lo aveva già fatto nel 1951, quando aveva aiutato Agrest (vedi nota 6), ma negli anni ’60, poteva sfruttare la sua posizione per sostenere i perseguitati politici. Oltre a promuovere appelli a favore di individui perseguitati, firmava documenti di protesta contro le violazioni dei diritti umani.

[17] Mentre i suoi studi lo conducevano ad intuire l’asimmetria tra materia e antimateria nella composizione dell’universo (simmetria CP), e a proporre alcune correzioni alla teoria della relatività di Albert Einstein, il suo impegno politico cresceva. Così nel 1967 scrisse un memorandum segreto sull’equilibrio strategico e sulla corsa agli armamenti nucleari, nel quale consigliava alla dirigenza sovietica di accogliere la proposta americana per una moratoria sulla difesa anti-balistica. Sakharov riteneva tale sistema di difesa estremamente pericoloso, perché minacciava l’effettività del “guardiano della pace” – il Mutual Assured Destruction, MAD. È meglio avere un guardiano pazzo che non averne nessuno, fu il suo ragionamento. Poi, intenzionato a promuovere la comprensione reciproca con l’Occidente, Sakharov preparò un articolo sul tema delle difese anti-missili balistici (ABM), proponendo che venisse pubblicato sulla stampa aperta. Contava sul fatto che, leggendolo, “i gruppi dell’intellighenzia scientifica occidentale“, messi in condizioni favorevoli, potessero validamente contrastare i loro” falchi “, cioè i guerrafondai. Sapeva che quei gruppi avevano svolto un ruolo importante nella preparazione del Trattato di Mosca sul divieto dei test.

[18] Era il metodo Samizdat (“auto-pubblicazione”), usato nei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, per le opere invise al regime comunista.

[19] Nel paragrafo di apertura di “Riflessioni su progresso, coesistenza pacifica e libertà intellettuale“, scrisse: «la libertà intellettuale è essenziale per la società umana – la libertà di ottenere e distribuire informazioni, la libertà di svolgere un dibattito aperto e la libertà dalla pressione da parte della burocrazia e dai pregiudizi. Una tale trinità di libertà di pensiero è l’unica garanzia contro l’infezione della gente da parte dei miti di massa, che, nelle mani di traditori ipocriti e demagoghi, possono essere trasformati in dittatura sanguinosa. La libertà di pensiero è l’unica garanzia della fattibilità di un approccio scientifico democratico alla politica, all’economia e alla cultura».

[20] Insieme scrissero articoli, curarono interviste, proposero appelli e organizzarono dimostrazioni in difesa dei perseguitati politici. Tra le denunce di quel periodo vi fu la lettere indirizzata nel ’71 a Leonid Breznev, il premier russo: “La nostra società è infetta … l’apparato del Partito del governo ei massimi livelli di maggior successo dell’intellighenzia … sono profondamente indifferenti alle violazioni dei diritti umani, agli interessi del progresso, alla sicurezza e al futuro dell’umanità“.

[21] Sakharov non era del tutto solo. Nel settembre del 1973, la scrittrice Lydia Chukovskaya scrisse e diffuse un notevole articolo, “The People’s Wrath”, in cui spiegava che le idee di Sakharov erano state distorte nella stampa sovietica e denunciava: “Ha scritto diversi saggi di grandi dimensioni conosciuti in tutto il mondo, tranne che per te, compagno sovietico; saggi in cui invitava le persone del mondo a smettere di accumulare bombe e ad iniziare ad accumulare pensieri: come può l’umanità essere salvata dalla minaccia della guerra? “. Nel gennaio 1974 Chukovskaya fu espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici, principalmente a causa dei suoi articoli in difesa di Sakharov.

[22] La citazione ufficiale riconosceva il suo personale impegno nel sostenere i principi fondamentali della pace e la sua lotta senza compromessi contro l’abuso di potere e tutte le forme di violazione della dignità umana e i suoi sforzi per sostenere un sistema di governo basato sullo stato di diritto “In modo convincente, Sakharov ha sottolineato che i diritti inviolabili dell’uomo costituiscono l’unica base sicura per una cooperazione internazionale genuina e duratura“.

[23]«La particolarità del sistema del campo di concentramento è attentamente nascosta. Tutte le sofferenze subite da una manciata di persone perché hanno messo da parte il velo per rivelare questo, forniscono la migliore prova della verità delle loro accuse e accuse. I nostri concetti di dignità umana richiedono un cambiamento immediato in questo sistema per tutte le persone internate, indipendentemente dalla loro colpevolezza. Ma per quanto riguarda le sofferenze degli innocenti? Il peggiore di tutti è l’inferno che esiste nelle speciali cliniche psichiatriche di Dnieperopetrovsk, Sytshevk, Blagoveshensk, Kazan, Chernakovsk, Oriol, Leningrado, Tashkent, …»

[24] Espose questa tesi anche in una lettera indirizzata al Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, il 20 gennaio del ’77

[25] Inoltre continuava a scrivere lettere e appelli in difesa di attivisti perseguitati e una “lettera aperta sull’Afghanistan“. Questa, “Ciò che l’URSS e gli USA devono fare per preservare la pace” e altri saggi furono portati di nascosto in Occidente e pubblicati.

 

Fonti

www. history.aip.org

www.nobelprize.org

www.it.wikipedia.org

 

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